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Francesco Mastriani

 

IL MURATORE DELLA SANITÀ

ROMANZO

 

 

  

 

 

Capitolo I

 

 

Capitolo II

 

 

Capitolo III

 

 

Capitolo IV

 

 

Capitolo V

 

 

Capitolo VI

 

 

Capitolo VII

 

 

Capitolo VIII

 

 

Capitolo IX

 

 

Capitolo X

 

 

Capitolo XI

 

 

Capitolo XII

 

 

Capitolo XIII

 

 

Capitolo XIV

 

 

Capitolo XV

 

 

Capitolo XVI

 

 

Capitolo XVII

 

 

Capitolo XVIII

 

 

Capitolo XIX

 

 

Capitolo XX

 

 

Capitolo XXI

 

 

Capitolo XXII

 

 

Capitolo XXIII

 

 

Capitolo XXIV

 

 

Capitolo XXV

 

 

Riepilogo

 

 

Nota al testo

 

 

Los pensamientos que en desorden y

confusamente se agolparon en la mente

del joven, no son para referidos. El

 primer sentimiento que en él se manifestó,

fué una gran compasión de si mismo,

 que emanaba de la ridiculez

con que los hechos anteriores

le presentaban á sus propios ojos.

Benito Pérez Galdós

La fontana de oro

 

 

 

 

 

[1] I.

 

 Accosto alla chiesa di S. Vincenzo Ferreri detta dal volgo San Vincenzo alla Sanità è un vicolo che mena, per lunga erta, al colle addimandato dello Scudillo. È detto Vico San Vincenzo.

Nel bizzarro almanacco de’ nomi delle strade e de’ vichi di Napoli, poco lungi dal vico San Vincenzo è un angusto viottolo chiamato Salita dei Principi.

Chi sa donde trasse origine questa qualificazione! Prima che nel 1809 si fosse costruito su la valle della Sanità l’ardito ponte che tolse appunto questo nome, non ci era forse altra via per salire su que’ colli amenissimi screziati di leggiadri casini, ed era forza che anche di là salissero i principi.

Ma ciò poco preme alla storia che abbiamo tolto a narrare.

A dritta salendo il vico San Vincenzo, poco prima che cominci l’erta, era una casupola ad un primo piano, che aveva una sola finestra su la via.

Abitava colà, mezzo secolo fa, un maestro muratore colla sua famigliuola.

Il muratore si nomava Aniello Falcone, nome e cognome che ebbe un gran pittore napolitano del secolo decimosettimo; era di Mugnano, paesello poco discosto da Napoli; uomo di presso i quarantasei anni, di alta statura, di volto brusco con capigliatura e barbe assai forti e nere.

Aveva già numerosa famiglia questo poveraccio d’operaio; la moglie e otto brulli panivori, che messi in fila ti davano l’immagine della scala delle cannucce di un piffero.

La classe degli operai muratori è delle più misere, e la mercede non risponde alle fatiche ed ai pericoli di quest’arte.

Una giornata di lavoro non fruttava ad Aniello Falcone che 35 grani.

E, quando il tempo era piovoso, i 35 grani se li portava la lava dei Vergini, ed erano ridotti ad un paio di carlini, giacchè è stabilito che dalla giornata del muratore si diffalchino le ore in cui la pioggia impedisce il lavoro.

Trentacinque grani il giorno formano ventun carlini per settimana, valutata per sei giorni, quando non cada un dì festivo straordinario.

Fatto sta che il sabato a sera Aniello Falcone non recava alla moglie neppure venti pezzi di rame da tornesi dieci.

E il sabato a sera non mancava un battibecco in famiglia; e ci era stato uno o due volte il tristo esempio che Aniello aveva levato le mani su la moglie, e ciò avveniva quando lo speso, che soverchiava i due terzi della entrata settimanale, non era abbastanza giustificato.

E con dieci o dodici carlini per settimana fate a nutrire dieci persone il giorno!

La donna che avea nome Caterina, con tutto che avesse otto frugoli sulle braccia, facea di tutto per buscarsi qualche carlino, sia pigliando a lavare i panni di parecchie famiglie in quella contrada di San Vincenzo, sia con le covate che le davano le sue chioccie, e ch’ella vendeva su la strada nuova di Capodimonte.

Non avea torto la donna di rampognare il suo uomo il sabato sera, perocchè ella sapea benissimo dove andavano per lo più a pigliar fondo i carlini che Aniello recava di meno su la sua settimana.

Qualche coserella pur guadagnavano due figliuoli del muratore, l’uno, maschio di 12 anni, messo a lavorare appo un falegname, l’altro, femminella, co’ servigi che faceva in casa d’un vicino pizzicagnolo.

Non c’era sera che Aniello non tornasse a casa brillo e barcollante, ed il sabato a sera sen veniva cotto a dirittura.

Ma, se togli questo maledetto vizio del soverchio bere, Aniello Falcone era un buono ed onesto operaio, timorato di Dio e affezionato alla famiglia, comunque d’un naturale cupo e iroso.

La domenica mattina, quando egli avea digerito il vino, vedendo la miseria in cui giacea la sua disgraziata famiglia, si martellava il capo a furia di pugni, e facea li più santi proponimenti di mutar vita, di non bere più di una caraffa a mezzodì ed un’altra a sera.

La vista de’ suoi marmocchi mezzo nudi, scalzi, gracili, pallidi, affamati, stringea di dolorosa pietà e di straziante affetto il cuore del dabben’uomo.

Due o tre bimbi gli sedeano a cavalcioni su le gambe, mentre egli fumava la pipa.

La donna usciva la domenica in su l’albeggiare per trarre su allo Scudillo, affin di comperare in controbando un po’ di pasta e due fagioli da sfamarne le creature.

Aniello rimanea solo co’ suoi bambini.

Allora torturanti pensieri ei ravvolgea pel capo.

La miseria, e sempre la miseria!... ed oggi la fame, e domani la fame, e posdomani la fame!... Che colpa aveano quelle anime di Dio perchè fossero dannate a sentire sempre gli stimoli della fame, e non aver di che difendere i loro corpi dal freddo e dall’umido? Chi lo avea pregato di porre al mondo quegl’infelici? E la sua disgraziata moglie perchè dovea scontare tra tante pene, fatiche e privazioni il peccato di aver amato uno sciagurato come lui? Che speranza offriva l’avvenire? L’ospedale! E ogni giorno egli dovea arrischiare la sua porca vita sovra un ponte di fabbricatore per pochi carlini che non bastavano a sfamare le sue creature! E non poche volte egli si era sentito vacillare su quegli angusti assiti, che traballavano ad ogni momento e che minacciavano precipitarlo da una sterminata altezza.

E il capogiro gli solea prendere in spezialità quando, innanzi di trarre al lavoro, egli bevea, all’angolo dell’Imbrecciata, i due bicchierini di acquavite, della quale era ghiotto, ovvero quando la tentazione il vincea di andare a picchiare all’angolo della cànova di Scumma, poco discosta dalla sua abitazione, e dove ingozzava come caffè, in quelle prime ore del giorno, due o tre palle di quello di Arzano.

- Maledetto vizio del bere! – esclamava tra sè – Se io fossi pago di bere soltanto la sera, meno male! Il sonno fa digerire il vino. Ma il bere innanzi di trarre al lavoro può un giorno o l’altro farmi precipitare dall’assito e buona sera a chi resta. E i miei figliuoli andranno in mezzo alla strada, perchè non ci è da accogliere la più lontana speranza che quel boia di don Ciccio il mio padrone di casa, si commuova a pietà della mia sventura, e ritenga la mia famiglia un altro solo giorno in casa! E moglierema, per campare la vita o per alimentare queste infelici anime di Dio, si porrà ad esercitare il mestiere di bella giovane!

 

 

Venne un dì a rompere questi desolanti pensieri un vigoroso colpo di bastone applicato alla porta.

- La mamma! – gridarono due o tre di quei fanciulli tra i più grandetti.

- Ci porterà da mangiare!

E corsero verso l’uscio, nella speranza che fosse in fatti la mamma, che recasse loro la merenda.

Aniello si mosse ad aprire.

- Toglietevi di qui, croci di Dio! - disse il muratore – Non pensano che a mangiare! Non è la mamma! Non è la mamma! Per la madonna!

E, pigliando un pel braccio, un altro pel collo, un terzo per le chiappe, e dando qua uno scappellotto, là un calcio, tra qualche farfallone che gli usciva dalla sconcia bocca, arrivò a sgombrare l’uscio di quella frotta di piscialetti, che di malavoglia si ritrassero, pur tenendo gli occhi intenti a vedere se fosse la mamma quella che avea picchiato.

L’uscio fu aperto.

Aniello rimase balordo.

Quegli ch’entrava era un uomo su i cinquant’anni, di corta statura, di brevi gambe, con uno stoppaccio in testa che fingea un parrucchino, con un gruppetto di peli bianchi che sembravano incollati sul mento, e che gli davano qualche cosa del capretto. La bocca di questo animale era bruttissima e lercia. De’ trentadue denti non gliene erano forse avanzati che una decina; e questi erano tutti sporchi e neri; e il labbro inferiore era stato ulcerato da certi mali osceni, visibile gastigo da Dio inflitto a certi uomini di laidi costumi e di pessimi vizi.

Vestiva questo mezzo secolo a un dipresso come quella maschera che i nostri popolani dicono una donnicola, salvo che, invece del cappello a tre spicchi, gli sedea su l’alto del parrucchino un cappellaccio di felpa a larghe tese con una fettuccia di grasso lucido. Un tabarraccio di grossolano panno gli copriva le spalle: avea nella dritta mano un lungo bastone col pomo d’argento indorato: era questo l’unico valore che rappresentasse quella ironia di un uomo.

L’apparizione di questo coso fu per Aniello come quella del boia per un condannato a morte.

Avremo detto tutto dicendo che quell’uomo era don Ciccio il padrone di casa.

 

[2] Per nostra somma disgrazia, in questi nostri racconti, in cui pigliamo a descrivere le miserie del proletario e dell’operaio, noi c’imbattiamo sovente in questa specialità della razza umana.

Noi ci siamo rivolti assai spesso questa domanda: che cosa è un padrone di casa? Ed in verità non abbiamo saputo trovare una definizione che stesse proprio nel vero. Ingegniamoci.

Un padrone di casa è un vertebrato che vive sul codice come un vermiciattolo sul cacio.

Egli ha due braccia non sue che faticano per lui, le braccia del pigionale; ha una testa non sua che pensa per lui, quella del suo avvocato. In quanto al cuore, questo manca del tutto nella razza acardiaca di cui ci occupiamo.

Il padrone di casa ha una missione da compiere su la terra, quella di vivere nell’ozio; ha un dovere da adempiere, quello di afforcare i pigionali morosi.

Ci sono i funghi che si nudriscono su i pioppi, e i funghi petraiuoli che si nutriscono sulle pietre sono appunto i padroni di casa.

Dunque, il signore che si presentò al cospetto di Aniello Falcone fu un padrone di casa, cioè propriamente il proprietario di quel tugurio dove abitava il povero muratore colla sua famiglia.

Le mani di Aniello ebbero una tentazione, quella di strangolare il vampiro.

Don Ciccio Valanza (questi erano il nome e il cognome del cospicuo personaggio) entrò nell’unica stanza che rappresentava per lui il pronome possessivo mio, e si drizzò dinanzi al muratore con un piglio barbanzoso, facendo risonare la borchia del suo bastone sul suolo sfossato di quella stamberga.

- E così – disse il terribile possessivo – Siamo a domenica, mi pare!

- Be’!... che significa?

- Ah! Non sapete che significa?

- Significa che oggi non si va a lavoro e non si busca un quattrino, come se la domenica questi pulcini non chiedessero parimente a imbeccare i chicchi di grano turco o il piattello di cruschello immollato nell’acqua.

- Non voglio già dire questo – osservò don Ciccio – Non promettesti tu di darmi un buon acconto per oggi che è domenica?

- Non ricordo di aver promesso niente.

- Ah! Non ricordi? Ben io ti vo’ rinfrescare la memoria che il troppo vino tracannato ti ha renduta ottusa. Ma questa è l’ultima volta che vegno io, domani verrà l’usciere in vece mia.

- Via mo, don Ciccio, abbiate pazienza per pochi altri giorni...

- È una canzone che mi vai cantando da quattro giorni! Il padrone di casa si ha da mettere innanzi a tutto... Un galantuomo, un uomo da bene, un uomo timorato di Dio sta digiuno piuttosto lui e la sua famiglia, ma paga esattamente la pigione, altrimenti non è un galantuomo, ma bensì uno svergognato...

Aniello si sentì alle punte delle dita un prurito, come se avessero voluto stringere il collo di quell’orango-tango.

- Non tutti quelli che non pagano il loro padrone di casa sono svergognati – osservò il muratore, il quale faceva erculei sforzi per contenere la collera che gli ribolliva nelle vene fino a gonfiargliele come corde.

- No, no, tutti sono svergognati e truffatori e ladri.

- Anch’io, verbigrazia?

- Tu! Tu sei il primo ubbriacone svergognatissimo che io conosca... Tu sei un ladro...!

Non arrivò a proferire questa parola il Valanza che Aniello si lanciò su lui e lo ghermì pel grossolano fazzoletto che gli tenea l’ufficio di cravatta.

- Ladro sei tu e tutta la tua razza maledetta! – ei gridò – Ringrazia il Padre Eterno che mi ha dato questa covata di creature, altrimenti ti farei uscire mezzo palmo di lingua da fuori. Esci di casa mia, scelleratissimo crocefissore di Cristo, ebreo maledetto, esci, e non riporci più il piede.

Aniello, spingendo verso l’uscio il padrone di casa, non gli lasciò libera la gola che quando questi si trovò sul pianerottolo della diruta scala.

 

II.

  

Aniello Falcone in quel tempo lavorava nella sua qualità di maestro muratore ad un casino sulla salita dello Scudillo.

Era una novella proprietà del barone di Cupaverde don Sergio Silvio Cosimo, uno dei più ricchi benestanti del comune di..., nella provincia di Basilicata.

I medici aveano indicato il colle dello Scudillo come il più adatto a debellare un malore che travagliava da parecchi anni il giovine barone di Cupaverde.

Costui aveva mandato il suo maestro di casa sul colle dello Scudillo per torre colassù in fitto un casino che fosse in una posizione amena e ridente.

Il maestro di casa ritornò dallo Scudillo e disse al barone di non aver trovato sfittato nessun casino su quel colle.

- Non fa niente – rispose il barone – Quanto tempo ci vuole per fabbricarne uno?

- Di quanti piani?

- Di due o tre, ciò mi è indifferente.

- Ci vorrà un anno al più poco.

- Or bene – soggiunse il barone - quadruplicate le braccia, e improvvisatemelo in pochi mesi. Non badate a spese.

Il maestro di casa, ch’era un uomo a modo, andò quel giorno stesso, a parlare con un abile intraprenditore di fabbriche.

- Siete voi capace di rizzarmi un casino di tre piani in tre o quattro mesi?  

- Il sito?

- Lo Scudillo.

- Di quante stanze ciascun piano?

- Un cinque o sei stanze.

- Potete anticiparmi la somma di dodicimila ducati?

- Anche quindicimila...

- Sarà fatto.

L’intraprenditore si provvide di un valente ingegnere e pose tosto mano all’opera.

Furono richiesti dappertutto lavoranti giovani e robusti. Furono adoprati la maggior parte di quelli che avevano costrutto il bellissimo e gigantesco ponte della Sanità, opera utilissima di cui la città nostra va debitrice al re Gioacchino Murat.

E Aniello avea lavorato al ponte della Sanità.

Un giorno stando egli a squadrare la pietra su l’arco di mezzo del ponte, guardò in giù nella sottoposta valle, e fu forza ch’egli ritraesse incontanente lo sguardo, dappoichè  quell’altezza gli produceva la vertigine.

- Chi sa quanti infelici si precipiteranno da quest’altura! – egli esclamò – Oh la miseria! oh la miseria!

E dal dì che questo pensiero gli era surto in capo il ponte della Sanità se gli affacciava alla immaginazione, come un porto di salvezza, ogni volta ch’ei si trovava tra l’uscio e il muro della disperazione.

 

 

Da due mesi allo incirca era cominciata la fabbrica del casino del barone di Cupaverde.

Una mattina, il barone venne a vedere a che stavano i lavori di costruzione.

Erano circa cinquanta operai che lavoravano a tale costruzione.

Il barone fe’ distribuire a ciascun operaio un tarì napolitano e una caraffa di vino come incoraggiamento all’opera.

Una mattina di novembre di quell’anno 1815, Aniello si mostrò distratto assai sul lavoro. La sua cera era più cupa, trista, ricoperta di nuvole.

[3] Avea la moglie e due figlioletti ammalati di vaiuolo; e in casa non avea lasciato un grano... e don Ciccio, il padrone di casa, gli avea mandato il preventivo per lo sgombero.

Per gittare qualche cosa nelle fauci di don Ciccio, il muratore si era fatto anticipare una sommetta dal capomaestro, coll’obbligo di rilasciare in isconto la metà della giornata. Il resto della settimana egli lo avea dato il sabato a sera al vinaio per debito.

Quella sera egli sarebbe ritornato a casa senza arrecare nè un farmaco alla moglie, nè un pane a’ figliuoli! E il domani sequestro e sgombero della casa, quantunque avesse già mandato una piccola sommetta al proprietario.

 Più volte il disgraziato era ristato dal lavoro, ed avea sprofondato uno sguardo sinistro nella voragine su la quale stava sospeso il ponte su cui egli lavorava ad arricciare uno dei muri posteriori del casino.

Un poco che egli avesse spinto un piede addietro a sè, e le sue sofferenze sarebbero finite una volta per sempre!

Questa terribile tentazione il visitò parecchie volte in quella trista giornata... E ogni volta che una tale tentazione se gli affacciava alla mente, egli stringea convulsivamente un abitino della Madonna del Carmine che gli pendea dal collo.

Aniello non respirò che quando sonò la tofa, segno che si levava mano dall’opera per l’ora di riposo conceduta da mezzodì all’una.

Tutti gli operai trassero via per recarsi a far colezione, vale a dire che si andarono a sdraiare all’ombra per mangiare due grani di pane e un tornese di cipolle ciascuno, con accompagnamento di una palla da mezza[1].

Anche Aniello si ritrasse dal lavoro; ma, invece di ridursi colà dov’erano i suoi compagni, si fermò ad un angolo della via, pel quale giungevano le carrozze a quel sito, dove si costruiva il casino.

È da notarsi che le carrozze, le carrette ed altri veicoli arrivano allo Scudillo per una trasversale del villaggio di Capodimonte.

Aniello aspettava qualcuno.

In fatti, non era scorsa una mezz’ora dacchè egli era a quel sito, che, visto venir su una carrozza a lui ben nota, mosse allo incontro.

Due persone erano nel cocchio, un uomo di circa trentacinque anni, alto, ben formato, di aspetto nobile e gentilesco, con due lunghi mustacchi neri alla turca, ed un vecchiotto di sotto a’ sessanta, tutto spelato nel viso.

Erano il barone di Cupaverde e il suo maestro di casa don Rodrigo Ferrier, di origine francese.

Come questi due personaggi smontarono dalla carrozza, Aniello si appressò al barone, cavandosi un vecchio cappellaccio a cocuzzolo che gli copriva il capo.

- Eccellentissimo signore – egli disse con voce supplichevole e commossa – una grazia, una grazia!

E fece atto di volersi inginocchiare; ma il barone il prese pel braccio ed il sollevò con vivacità.

- Alzatevi, alzatevi, brav’uomo – egli disse – Un uomo non deve mai piegare il ginocchio dinanzi ad un altro uomo. Ponetevi il cappello e parlate.

Aniello si rizzò in piedi, ma non si ripose il cappello.

- Eccellenza...

- Io non sono eccellenza - interruppe il barone.

- Illustrissimo.

- Non sono il sole io – interruppe novamente quest’uomo originale, senza dare per tanto verun segno d’impazienza o di malumore.

- Signor barone... – mormorò un po’ sconcertato il muratore.

- Avanti...

- Ho una moglie e due miei bambini ammalati col vaiuolo; e non ho nulla per comperare loro un’arancia, un po’ di zucchero; e non ci è un tozzo di pane in casa.

- Partout la méme chanson – disse il gentiluomo tra sè, come se avesse rivolta la frase francese al suo fattore.

E ciò detto, cavò dalla saccoccia interna del suo soprabitone alla napoleone una grossa borsa, che, argomentando dal suono, doveva essere zeppa d’oro.

Egli slargò la borsa, vi pose dentro l’indice e il pollice, e ne cavò una moneta di oro che era un napoleone.

Prendete, brav’uomo – egli disse all’attonito muratore, ponendogli nella dritta mano il pezzo d’oro – Lasciate il lavoro e andate a soccorrere e ad assistere vostra moglie e le vostre creature.

Aniello afferrò la mano di quell’uomo così generoso, e gliela volea baciare; ma il barone si oppose a questa servilità; e disse all’operaio:

- Non voglio baciamani: non sono nè un prete nè un sovrano.

 

 

Aniello sapeva che il barone era un uomo benefico e generoso, e ciò lo aveva indotto al passo ch’egli avea dato; ma non si aspettava di vedersi rilucere nella palma della mano quella bella moneta d’oro. Egli la voltò e la rivoltò, e non sapea satollare i suoi occhi colla cara vista, e la stringea convulsivamente nel pugno.

Aniello ricordò che il barone gli avea dato il permesso di lasciare il lavoro per andare a soccorrere ed assistere la moglie e i figliuoli ammalati. Era pure una mezza giornata guadagnata...

Andò difilato al capo maestro, e gli disse del permesso che il barone gli avea dato di assentarsi per quella mezza giornata per ritornarsene a casa, dov’egli avea quelli guai e quelle malattie. Tacque del napoleone ricevuto dalla generosità del signor barone.

Il capo maestro andò dal barone per accertarsi che Aniello avesse detto il vero, e, di questo assicurato, die’ licenza al muratore di ridursi a casa.

Aniello si allontanò prestamente.

 

 

Quelli che non conoscono la miseria non si possono formare un concetto delle strane ed essenziali modificazioni che genera nei miserabili la vista dell’oro.

Spicca da questo esecrato metallo una luce infernale che appanna la ragione, che soffoca i più cari affetti del cuore; e che va a ricercare nelle ime latebre dell’animo gl’istinti più turpi, le passioni più tristi e profondamente addormentate.

Aniello si precipitò per la discesa dello Scudillo, tutto assorto ne’ suoi pensieri, che aveano preso altra piega, altro volo.

Erasi messo il napoleone in tasca, e lo iva tastando con amore, come se volesse col tatto saggiarne le prime delizie.

Non dubitiamo che i primi pensieri che se gli affacciarono alla mente furono per la sventurata sua famiglia. Egli avea ormai in saccoccia di che comperare per vari giorni le medicine occorrenti alla moglie ed ai figliuoli ammalati e di che provvedere al proprio nutrimento ed a quello della famiglia.

Ma il denaro in saccoccia è sempre un cattivo consigliere.

Non dimentichiamo che Aniello avea il malnato vizio del soverchio bere, vizio che sventuratamente suole attecchire negli uomini di bassa condizione, cui l’ignoranza rende estranei a’ piaceri che derivano dalla coltura della mente, ed a’ quali la miseria interdice ogni altro gentile svagamento.

[4] Via facendo, per ridursi a casa, Aniello dovea passare per una bettola di campagna frequentata da villici, da carrettieri, da caprai e da buona mano di vagabondi.

Questa bettola di campagna, che si domandava la taverna della pigna, aveva una stanza a terreno dove si cucinava, una stanza di sopra, che era testimone de’ casti amori notturni de’ due coniugi tavernari il Ciucciariello e la si–Gaetana, ed una cavità sotterranea dove si conservava il vino per gli avventori.

La stanza a terreno riusciva in un giardino, composto di alberi di fico e di agrumi, e di un alto pino, con due o tre vialucci battuti apposta pel giuoco delle pallottole. Una numerosa famiglia di polli vi raspava e razzolava il terreno: ce n’erano un centinaio allo incirca tra galline, capponi, chiocce, galli, tacchine e galli d’India.

Uno enorme cane mastino, che rispondeva al nome di Straccione, era il guardiano di quella proprietà e di quello aremme.

Durante la notte Straccione spasseggiava in tutta la libertà pe’ quattro o cinque metri della stanza a terreno come un vero pascià colla coda. Allora Ciucciariello e la sua casta metà poteano riposare in tutta sicurezza, giacchè un ladro qualunque avrebbe avuto un cattivo consiglio nel tentare qualche arrischiata impresa.

Un cancello chiudeva lo ingresso del giardino.

Nel giorno, Straccione era incatenato nel giardino, giacchè più d’una volta il pascià, poco soddisfatto del solito pasto che riceveva, cioè i rilievi delle tavole, avea sgozzato e sventrata qualche gallina ed anche qualche tacchina.

La famiglia pennifera, avvisata da questi saggi di amorosa protezione datile dal loro guardiano, non si arrischiava giammai di passare daccosto al traditore; e, se avveniva che qualche ingenua o immemore zitella pennuta si trovasse a passare sbadatamente appo il temuto guardiano, avresti veduto la miserella dare un grido e spiccare un leggerissimo volo per isfuggire al morso del terribile mastino.

Un giorno, memorabile nella storia della taverna della pigna, essendo stati chiamati in sul commessariato di polizia il tavernaio e la moglie per un tafferuglio ch’era avvenuto nel locale, Ciucciariello, sia per ismemorataggine nel trambusto che era successo, sia per maggior sicurezza del locale, lasciò libero il guardiano domino e padrone della casa e del giardino; inchiavò l’uscio e trasse colla grossa metà a rispondere alle interrogazioni del signor commessario.

Come Straccione si vide padrone assoluto del campo, si pose a ronzare attorno al giardino affisando con cupide occhiate i disgraziati volatili, che sembravano compresi da un delirio di spavento, veggendo libero dalle catene quel formidabile nemico.

E tutti i membri della pennuta famiglia si appiattarono e restrinsero gli uni su gli altri, facendo udire di tempo in tempo piccoli pigolii di spavento.

Straccione non avea quel giorno speranza veruna di cibo: giacchè il locale era chiuso agli avventori. Ma questa volta egli non aveva bisogno de’ rilievi delle tavole. Un lautissimo banchetto egli avea dinanzi a sè. Una sì bella occasione di gavazzare non bisognava lasciarla scappare.

Non sapendo con precisione quanti giorni i suoi padroni potessero restar fuori e però chiuso il locale, era sempre buono di farsi tale una scorpacciata di polli da rimanerne satollo un bel pezzo.

Mosso da questi ragionamenti, che per un cane erano abbastanza provvisti di buona logica, Straccione, senza più, si lanciò sul primo gruppo di volatili, che, gridando per ismisurato spavento, cercò nella fuga e nel volo uno scampo. Ma in questo ballo un gallo d’india ci capitò pel primo.

Non ci vogliamo qui allargare a descrivere l’orrenda tragedia ch’ebbe luogo in quel recinto. Straccione parea compreso dal delirio della strage, e parea volesse giustificare il suo nome per la rabbia ond’esso addentava le misere vittime, dilacerandone le palpitanti membra.

E, quando ebbe pienamente satolla la sua fame, non ristette dallo spennacchiare, squartare, sventrare, per mera ferocia, e forse per suprema antipatia verso quella innocente popolazione di bipedi variopinti.

Pensate voi come dovette rimaner contento e consolato, tornato a casa, il tavernaro Ciucciariello nel vedere quel campo di battaglia.

Non sappiamo che castigo venne inflitto allo scellerato Straccione, ma è certo che per una buona mezz’ora furono uditi gli alti guaiti del mastino, a cui senza dubbio il padrone dovè cavare una volta per sempre la voglia di fare quel desinare da cannibale.

La taverna della pigna non godea d’una bella riputazione nel vicinato; e parecchie volte la polizia avea messo le mani tra quegli avventori. Vi capitavano certi arnesi che puzzavano di galera. Le aggressioni e i furti che si commettevano con molta frequenza in su quella salita si ordivano la maggior parte nella taverna di Ciucciariello.

Parecchie volte la stanza coniugale di Ciucciariello ospitava certi amori in contrabbando e certe coppie di tortorelle che venivano colassù amorosamente a tubare.

Altre volte era un tavolino di giuochi proibiti che vi si stabiliva. In tal caso, la maestra aveva l’incarico di fare accorti con un segno particolare i giocatori, qualora il locale fosse visitato da qualche funzionario preposto alla tutela dell’ordine pubblico e de’ buoni costumi.

 

 

Nello scendere per ridursi a casa, Aniello ebbe la tentazione di andare a fare un bicchiere nella bettola di Ciucciariello.

Egli aveva appetito, o meglio, avea sete; e in saccoccia si sentiva ballare il napoleone d’oro.

- Due caraffe di quello da Lipari – egli disse alla maestra entrando nella bettola.

- Proprio quello da Lipari voi desiderate, maestro Aniello! – domandò la si–Gaetana maravigliata di quel lusso.

- Sì, sì, proprio quello da Lipari, e un po’ di costereccio di maiale – rispose il muratore, andando a prendere posto nel giardino.

Ivi non ci era nessun altro avventore, giacchè il cielo si era tutto coperto di grossi nugoloni.

La si-Gaetana venne poco stante ad arrecare un tovagliuolo d’incerto colore, una forchetta di ferro, un coltello, tutto arruginito, un succido bicchiere e mezzo rotolo di pane.

Poscia, tornò con un piatto tutto arabescato, in cui era il costereccio di maiale, e con una guastadella da due caraffe.

Quel vino di Lipari era poderoso e gagliardo e toccava incontanente il cervello, perocchè non era tutto prodotto dalla sicula terra.

Per dissetarsi a prima giunta Aniello ingozzò di un tratto le due caraffe; e si pose a mangiare...

Si sentiva scendere per le vene una ignota voluttà, e la faccia gli si colorò subitamente di vivo incarnato.

Battè col coltello il bicchiere, e ordinò alla maestra due altre caraffe dello stesso Lipari.

Mentre la donna si accingeva ad arrecargli il vino, si aprirono improvvisamente le cateratte del cielo, e giù venne un vero diluvio.

- Andate, andate su, maestro Aniello, vi troverete buona compagnia; vi salirò il vino. Impossibile di andar via con questo tempaccio.

Aniello adottò il consiglio della si-Gaetana, e andò a compiere la colazione su la stanza superiore.

Erano quivi raccolte attorno a un tavolo tre persone a giuocare, tre ceffi di cui ciascheduno compendiava un processo criminale.

A quale ceto appartenessero, non è mestieri che si dica. Agitate un poco la melma delle società, ed avrete di questi lombrici.

Il muratore dette loro il buondì, e si andò a collocare al quarto canto dello stesso tavolo che era di forma bislunga.

Poco stante, venne su la tavernara e spiegò dinanzi al muratore il tovagliuolo, ponendovi su la posata, il pane, il vino ed il resto del costereccio.

[5] Notiamo che sul tavolo, appo i tre giuocatori, erano quattro o cinque di quelle mezze caraffe che si dicono palle; due erano ancora piene d’asprino del villaggio di Santo Rocco. Il vino contenuto nelle altre palle era stato già tracannato da’ tre giocatori.

Trattavasi delle bevute di digestione, giacchè quella brigatuzza avea già pranzato e bevuto non con parsimonia.

Com’è costumanza nelle bettole e nelle cànove, que’ tre offrirono tosto al novello arrivato una bevuta in pancia.

Chiamasi una bevuta in pancia nel linguaggio delle bettole e della cànove una bevuta che si offre nella stessa palla, ovvero nella stessa mezza caraffa!

Aniello bevve, e ringraziò, e seguitò a mangiare.

Consumato il costereccio, il muratore si fece arrecare un buon pezzo del vecchio Cotrone e due grani di ulive, e due altre caraffe del Lipari.

Conveniva di presente al muratore di offrire da bere a’ tre giocatori, ed egli non mancò a questo suo dovere.

Que’ tre galantuomini parvero non poco maravigliati che il muratore si trattasse con quel lusso giacchè il bere del Lipari che costava otto grani la caraffa era un vero lusso da principe.

Molto più maravigliati rimasero que’ tre quando sentirono risonare sul tavolo il pezzo d’oro del muratore. Essi il guardarono con ammirazione e ammiccarono tra loro con un certo significato.

Per mala ventura del povero operaio, la pioggia non era cessata ancora, e il vento sbuffava con impeto contro i vetri della finestra, avvegnachè trovasse uno sfogo nel vano lasciato da un vetro rotto.

Aniello sentiva uno strano effetto. La testa gli girava come una trottola. Avvezzo ad inondarsi lo stomaco con vinetti leggieri, egli provava la stupefazione che è causata da quei vini, in cui si contiene una gran dose di parte alcoolica.

Com’egli si levò per informarsi del tempo che faceva, sentì vacillare i ginocchi, il palco della stanza ballava agli occhi di lui una ridda infernale.

- Che ora è?– egli domandò, senz’avere neanche la coscienza del perchè facesse questa dimanda.

- Venti ore e mezzo – rispose la tavernara, recando al muratore il resto della moneta, che egli intascò senza neppure curarsi di contarlo.

- Maestro Aniello – disse l’uno de’ tre giocatori, quello che aveva tutta la faccia coperta di folte e nere barbacce. Poichè il tempo è così infame, e tu non puoi andar via, vuoi divertirti un po’ con noi?

- A che?

- A zecchinetto.

Notiamo che Aniello, comunque così profondamente vizioso nel bere, non amava il giuoco, anzi ei mostrava per le carte una grande antipatia. Qualche volta, la festa, ei giocava alle piastrelle ed alle pallottole; ed era questo l’unico giuoco ch’ei sapesse fare, ed al quale si prestava con un certo gusto.

Di modo che al sentire la parola zecchinetto, Aniello rimase sospeso come chi ignora la significazione d’una parola.

Sotto il regno di Gioacchio Murat i giuochi pubblici erano stati permessi; ed i nostri genitori ricordano il gioco satannico che si teneva dal Barbaia. La rollina, il rosso e nero, il faraone o la bassetta, il zecchinetto ed altri giuochi di simil fatta avevano mandato i più a ruina ed arricchito i pochissimi.

Aniello aveva sentito a parlare di questi terribili giuochi, che nella sua fantasia faceano l’effetto di tanti mostri divoratori; e tra il denso fumo del vino che gli annebbiava la ragione, la parola zecchinetto gli destò un’idea sinistra e spiacevole.

- Mi spiace, compare, ma io non so giocare a zecchinetto nè ad altro giuoco qualsiasi – disse il muratore raggirando gli occhi, ch’erano divenuti assai piccini, in su due carte ch’erano spiegate sul tavolo e sulle quali erano alquante monete d’argento.

- Oh! Non ci vuol molto a giocare a zecchinetto – osservò quello stesso giocatore che avea fatto l’invito al muratore – Guarda compare; vedi tu questa carta che sta innanzi a me?

- La veggo.

- Or bene, immagina, per esempio, che tu ponga un tarì su l’una o l’altra di queste altre due carte che sono qui spiegate. Se una carta dello stesso valore di quella che sta innanzi a me venga fuori prima di quella dove tu hai posto il tuo tarì, tu guadagni la posta, vale a dire ch’io sono obbligato a pagarti un altro tarì; ma se invece la tua carta venga fuori prima della mia, avrai perduta la tua moneta.

- E questo è tutto?

- Ecco tutto.

- Be’! vediamo alla pruova – disse l’incauto muratore, la cui ragione non era più in istato di giudicare se fosse bene o male, ciò ch’ei faceva.

E pose in fatti in tarì su una delle carte che doveano combattere contro quella che era a favore del compare.

Sia per mera fortuna, sia per un abile artificio usato da que’ compari per adescare al giuoco il novizio, Aniello vinse tre o quattro poste di seguito.

- Sei proprio in vena di fortuna, compare – diceagli quel tale ceffo ch’era stato il primo tentatore – Scommetto che tra mezz’ora ne avrai asciutti ben bene tutti e tre.

Maestro Aniello rideva. La sorte si era proprio stancata di perseguitarlo; e tutto oramai gli andava a versi. Anche la pioggia gli era giovata! In meno di dieci minuti egli avea guadagnato dodici carlini. A conto fatto, se la fortuna seguitasse a sorridergli, egli avrebbe riportato a casa le tasche piene d’argento.

La mano, come si dice nel giuoco del zecchinetto, era passata ad un altro, e la fortuna non si mostrava meno sorridente al muratore mastro Aniello, il quale nella contentezza che gli traboccava dal cuore, si era fatto arrecare due altre caraffe del Lipari, per berne lui e que’ cari amici che lo aveano pregato per dargli con tanta grazia il loro denaro.

Le due caraffe del Lipari furono portate in tavola, e Aniello gittò un tarì alla si-Gaetana, senza richiederne i quattro grani di resto.

Seguitò il giuoco.

In un momento, il vento mutò.

Aniello perdè due o tre poste.

- Bisogna raddoppiare la posta su una carta di stracollo – disse quel ceffo.

Aniello non capiva ciò che significava carta di stracollo: gli fu spiegato.

Il disgraziato, che non comprendea più ciò che facea, pose due tarì su un cavallo di stracollo.

Il cavallo andò perduto.

- Ci è una donna di stracollo, è una donna imprendibile: mettici una piastra su, compare.

E Aniello cavò di saccoccia una piastra nuova di argento, e la pose su la donna.

La donna fece toppa, vale a dire che fu la prima carta a venir fuora.

- Due piastre su l’asso, compare. È una bella rivincita.

E il povero Aniello, che avea nel capo uno stordimento grandissimo, cavò dalla saccoccia due altre piastre, e le pose su l’asso.

Poco stante, l’asso venne fuori, e le due piastre passarono davanti al giocatore che tenea la mano.

Si rifece il giuoco. Era sempre il compare che tenea la mano.

Aniello seguitò a giocare, e seguitò a perdere.

Ben presto, egli non si trovò più un quattrino in saccoccia, e fu costretto a confessare che non avea più denaro.

Allora que’ tre ceffi si alzarono; accesero le loro pipe e salutarono con un buondì e salute il povero muratore; scesero la scaletta di legno, che metteva a terreno, e trassero via.

 

 [6] III.

 

 Il tempo si era rasserenato.

Aniello rimase pochi minuti come un uomo che avesse ricevuto una gagliarda mazzata sul capo.

Egli non aveva ancora la conoscenza della sua posizione: non si era, per così dire, neanche avveduto della perdita che avea fatta.

Il vino gli metteva ancora il cervello sossopra. 

Senza sapere propriamente ciò ch’ei facesse, scese barcollando per la scaletta di legno, e si trovò nella prima stanza a terreno.

Venne fuori dell’uscio della bettola... Si fermò.

Che gli era mai avvenuto?

Un ricordò gli balenò alla mente, la moglie e i figliuoli.

Questo ricordo gli gelò il cuore, e fu come una secchia d’acqua fredda che gli venisse scaricata sul capo.

Allora, l’una dopo l’altra, le ricordanze gli si affacciarono davanti alla mente: il pezzo d’oro che avea ricevuto dal signor barone di Cupaverde, il permesso che aveva ottenuto di assentarsi per quella giornata, i tre giocatori, il zecchinetto, lo stracollo, le piastre perdute...

Aniello si toccò la fronte... Dubitò per poco che quanto gli era accaduto non fosse stato che un tristo sogno.

Dovea risalire per tornare alla fabbrica, ovvero ridiscendere per andare a casa?

Il muratore s’incamminò per la discesa.

Il suo stato era orribile.

Oramai tutto scorgeva nella sua tremenda realtà.

Mezz’ora fa egli era felice.

Mezz’ora fa egli aveva in saccoccia un napoleone d’oro, cioè quarantasette carlini.

Con questa somma egli avrebbe potuto apprestare di molti refrigerii alla povera moglie e a’ bambini ammalati; per parecchi giorni non sarebbe mancato il pane in famiglia; e con una ventina di carlini avrebbe gittato un osso nella fauci di don Ciccio il padrone di casa, che gli avea mandato il preventivo per lo sgombero dalla casa.

Ed ora, che cosa avrebbe egli portato a casa?

Il rimorso gli sorgea gigantesco e lacerante nel cuore.

Gli occhi gli ardevano per una rabbia di pianto.

Aniello scendea a passi precipitati, col capo chino, urtava ne’ passanti, rovesciava i fanciulli, a cui si abbattea nel cammino.

Avresti detto che quell’uomo ravvolgesse pel capo un disegno.

In meno di dieci minuti egli si trovò dappresso al portoncino della sua abitazione.

Il muratore si fermò.

Una lotta avveniva nell’animo suo.

Egli die’ due passi verso il portoncino...

Udì il pianto de’ suoi bambini; distinse la voce di Marietta, la più grandetta delle femminucce sue creature, fanciulla di dieci anni, bella e buona come una santarella.

E poi distinse la voce del suo Fonsino (così chiamava il piccolo Alfonso), il penultimo nato, ch’egli amava tanto, bambino di tre anni, che avea una testolina ricoperta di ricci d’oro come la testa di uno di quegli angioli che i festaiuoli pongono ai canti degli altari. Ed il piccolo Fonsino era il primo ad afferrarsi ai calzoni di lui, Aniello, quando questi tornava la sera a casa.

E, da ultimo, egli sentì la voce soffocata di Caterina, la sua buona moglie, che giaceva in letto con Torillo (Salvatore) e Gnesina (Agnesina), altri due figliuoli ammalati di vaiuolo al pari della madre.

La casa del muratore era a primo piano in guisa che le voci di là entro si distinguevano assai bene nella strada...

- Povera moglie mia! Poveri figli – mormorò il disgraziato...

Se non fosse stato pel tempo umido e piovoso, e per la infermità della donna e de’ fanciulli, forse qualcuno di quella famigliuola sarebbesi per avventura messo alla finestra, ed avrebbe scorto il babbo fermato in strada, e ne avrebbe fatto avvertita la mamma, e il piccolo Alfonso di lassù avrebbe gridato – Babbo, vien su, fa presto – ovvero la Marietta sarebbe venuta giù in istrada, come solea nelle sere di està quando vedeva a tornare il babbo; insomma, se qualcuno di quella cara famigliuola si fosse affacciato, Aniello sarebbe salito in casa in quel momento e non già un’ora dopo.

Un’ora dopo!

Un abisso, un terribile abisso divideva la vita del muratore in due parti...

E un’ora divideva queste due parti.

L’una parte era quella della domestica felicità, delle gioie della famiglia, la vita dell’operaio onesto, onorato, dell’operaio che potea levare orgogliosa la fronte, ad onta della sua desolante miseria. Per quarant’anni allo incirca Aniello non si era mai macchiato di un’azione turpe, vile od infame. Rassegnato alla sua condizione, egli aveva alta la parola, alta la fronte, alta la mano, giacchè... era onesto e onorato, avvegnacchè fosse un beone; anzi, questo appunto formava il migliore de’ suoi elogi, che giammai il vino che in gran copia egli bevea non gli avea fatto a tal punto velo alla ragione da fargli commettere una azione, di cui si avesse poscia a pentire.

Se egli fosse tornato a casa in quel momento, e non già un’ora dopo, non si sarebbe visto piombato in una eterna vergogna, ed il resto de’ suoi giorni non sarebbe stato torturato da un fierissimo rimordimento.

 

Aniello passò la soglia del suo portoncino; seguitò a scendere pel vico San Vincenzo, s’incamminò per le rampe del Cavone di San Gennaro de’ Poveri, salì a passi accelerati questa piccola erta, svoltò a dritta, e si trovò per la strada nuova di Capodimonte.

Si pose pe’ viali di acacie che fiancheggiavano questa strada, e raggiunse ben presto il Ponte della Sanità.

 

Egli avea lavorato alla costruzione di questo ardito ponte gittato sulla valle della Sanità per ricongiungere la via grande di Santa Teresa con quella di Capodimonte.

Pochi viandanti passavano sul ponte.

Due mesi innanzi, un uomo, un povero operaio padre di lunga famiglia, si era lanciato dall’altezza di questo ponte dalla parte della chiesa della Sanità.

La miseria e la disperazione aveano indotto questo infelice operaio a misurare la sterminata altezza del ponte.

Egli era morto sul colpo: gli si era spezzata la teca vertebrale.

Lo sventurato era stato il primo di quella lunga serie di suicidi, che doveano rendere così celebre questo ponte.

[7] Fin dal dì che questo tristo caso era avvenuto, Aniello aveva una fissazione. Quando il padrone di casa gli dava rovello; quando il panettiere, il pizzicagnolo, il vinaio gli dicevano improperi perchè egli non soddisfaceva a’ suoi debiti verso di loro; quando ei vedeva piagnucolare le sue creature per freddo o per fame; quando   la moglie il rimbrottava perchè egli spendeva alla cànova od alla bettola i pochi quattrini che lucrava, quando si sentiva estenuato dalla fatica dell’argano od a riquadrare le pietre, egli restava un tratto cogitabondo, passava la mano sulla larga fronte, e mormorava queste parole:

- Un giorno o l’altro farò come Tommaso, e buondì a chi resta!

Tommaso era il nome del disgraziato operaio che si era lanciato dal ponte della Sanità.

Aniello il conosceva.

Quando un pensiero funesto giugne ad impossessarsi dello spirito umano, questo vi si familiarizza.

Aniello dunque vagheggiava il pensiero del suicidio.

Il più delle notti ei non dormiva. I suoi occhi vagavano nella semi-oscurità della sua misera stamberga...

- Nessuna via di uscire da questa vita di dolori, di stenti e di privazioni. È meglio finirla una volta per sempre! Un buon capitombolo dal ponte, e queste misere ossa riposeranno per sempre! E non più la canicola mi abbrucerà il cervello su i lastrici infocati. E non più mi vedrò sospeso tra il cielo e la terra sovra un’asse vacillante! Se è destino che io debba morire precipitato da un ponte, è meglio che la botta sia bella e buona senza soffrire una lunga agonia. Ho lavorato un anno e mezzo al ponte della Sanità; esso mi ha dato i mezzi di vivere, e mi darà il mezzo di morire. Quando verranno a raccogliere il mio cadavere là giù, nel largo della Sanità, forse avranno considerazione della mia povera e disgraziata famiglia.

A questo pensiero i suoi occhi insonni ricercavano la moglie e i figliuoli, che dormivano placidamente.

Allora la paterna affezione pigliava supremazia nell’animo suo; e i suoi occhi si affocavano di lacrime.

Allora egli scendea dal letto a pie’ nudi e andava a porre un bacio sulla fronte del suo caro Fonzino, ch’era l’idolo suo, e della più piccola, Filomena, bimba di un anno, e degli altri figlioletti, e poscia rimanea ritto dinanzi ad un vecchio tabernacoluccio in cui era Gesù Bambino nel presepe con San Giuseppe e la Vergine Madre.

Un cumulo di tenere ricordanze doveva affacciarsi in quelle tacite ore alla mente del povero operaio.

Quel presepe gli ricordava il Natale.

Oh la gran festa ch’è per la famiglia il Natale! Come il cuore di un padre è preso da ineffabile tenerezza rammentando gl’innocenti trastulli della cara famiglia, le preci cantate a mezzanotte dinanzi al Divin Bambino, la cena condita da sorrisi e da scherzi, e poi i giuochi delle nocciuole, la baldoria del ceppo, la processione al suono pastorale delle pive.

Ci sono ricordi e immagini che in certi momenti straziano l’anima.

Così avveniva del povero Aniello.

 

 

Egli avea otto figlioletti, di cui il grandetto avea dodici anni, e si nomava Nicola. Era costui a lavorare nella bottega di un falegname, e lucrava otto carlini la settimana.

Appresso a Nicola, veniva Marietta, che, quantunque avesse dieci anni, non avea potuto mettere al lavoro, sendo ella continuamente inferma.

Venivano poi Andrea, Torillo, Vincenzo, Agnesina, Alfonso e Filomena, con un anno o poco più di divario tra loro. Di maniera che Aniello e Caterina aveano quattro maschi e quattro femminucce.

Un altro figliuolo a nome Saverio, uscì un giorno di casa (avea cinque anni) per comprare un grano di giuggiole ad una fruttaiuola che avea sue ceste all’angolo del vico San Vincenzo e più non ritornò.

Che avvenne mai di questo fanciulletto?

Sterminato fu il dolore de’ genitori e segnatamente della tenera madre: inutili riuscirono tutte le ricerche.

Del fanciullo non si ebbe più novella alcuna.

Un piccolo cadavere sfigurato fu trovato sotto i rottami d’una casupola, ch’era appo le rampe del Cavone di San Gennaro de’ Poveri, e che precipitò nel tremuoto del 26 luglio 1805, detto il tremuoto di Sant’Anna, perocchè ricorreva la festività di questa Santa.

Si ritenne che il piccolo Saverio fosse rimasto vittima della caduta di quella casa.

Delle otto creature di Aniello e di Caterina, due appena portavano qualche cosa in casa il sabato sera, ed erano Nicola e Vincenzino.

Andate a sfamare ogni giorno otto frugoli di tutte le gradazioni di età, da dodici anni in sotto!

 

 

Non sappiamo come fosse ita la cosa, ma una sera Caterina, la moglie di Aniello, tornò a casa con la febbre ne’ polsi.

Le si era appreso il vaiuolo bazzicando in una casa dov’erano due infermi di questa malattia.

Facciamo osservare che in quel tempo l’innesto del pus vaccinico non si era ancora renduto obbligatorio in pressocchè tutta Europa.

Due giorni dopo, caddero infermi Torillo e Agnesina, contagiati dalla madre.

 

Ritorniamo di presente al nostro muratore Aniello che si era fermato sul ponte della Sanità.

Il secondo arco dalla parte di Santa Teresa era quello dove Aniello avea lavorato.

Quivi egli si fermò...

 

Il cielo si era novamente ricoperto di nubi.

Il tuono romoreggiava sordamente in distanza: era come il boato d’una montagna in prossima eruzione.

 I pochi viandanti che attraversavano il ponte correvano per ischivare la vicina pioggia.

Aniello avea appoggiato le spalle al parapetto del ponte dalla banda che risponde sullo spiazzato della chiesa della Sanità. Il suo volto era pallidissimo, cupo e sinistro l’aspetto.

I suoi occhi erano rivolti verso il sito dov’era la sua abitazione.

A che pensava lo sciagurato?

 

I pensieri che precedono la perpetrazione del suicidio sono il segreto di Dio.

Avvi certe ore in cui l’ignoto della morte è meno orribile dell’ignoto della vita.

L’uomo piombato negli abissi della sventura e della disperazione, non ha più che una speranza... il nulla!

La gran figura del mondo apparisce agli occhi del disgraziato come una lugubre fantasima, mistero d’iniquità, d’ingiustizia, di disordine.

Il sonno eterno è porto di salvezza.

Un movimento, un capitombolo... e addio! Il sogno della vita sparisce.

E i figli, la moglie, i congiunti, gli amici? e le gioie, gli affanni, i cari affetti? e il lungo dramma del passato, il sole, le aure del cielo, i canti serotini, i parchi desinari in mezzo alla diletta famiglia, accanto alla braciera, le pipe fumate nel silenzio della notte al fianco d’un’amata compagna che veglia su i figliuoli? Oh i figli! i figli!

La disperazione del suicida debb’essere pur terribile se giunge a soffocare il sublime ed ineffabile affetto paterno!

[8] Aniello stette immoto a quel sito un quarto d’ora all’incirca.

I suoi occhi fecero un giro convulsivo nelle loro orbite.

Egli si voltò bruscamente, e gittò un’occhiata su l’altezza che tra un istante egli avrebbe misurata col proprio corpo.

 Si fece il segno della croce, ultima rivelazione di Dio che sfugge dal fondo dell’anima.

Lo sciagurato volle dare un addio alla casa dov’erano i suoi cari...

Si voltò novamente verso la strada...

Nessuno passava. Cominciava a venir giù una sfioratina d’acqueruggiola.

In un momento... l’attenzione del muratore è attirata dalla vista di un personaggio che veniva da Capodimonte.

Era il barone di Cupaverde che tornava solo ed a piedi.

.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .    . 

Il genio del male, il genio che domina il mondo; che afferra il cervello ne’ momenti di suprema disperazione, quando il disperato non ha più sul labbro il nome di Dio, questo genio soffiò nella mente di Aniello un orribile pensiero.

Non era più il suicidio fisico che ora questo genio malefico gli suggeriva; ma il suicidio morale.

.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .    . 

Una immagine esecrata balenò allo spirito del miserabile: la borsa piena d’oro del barone.

Aniello sentì il sangue dargli una stretta al cervello, la ragione ne fu soffocata.

Tra il pensiero del delitto e la perpetrazione di questo non passarono che pochi momenti.

 

Il barone di Cupaverde si avanzava a passo lento, distratto: parea non si desse pensiero della pioggia che minacciava di divenir gagliarda.

Portava un cappello a larghe tese che gli ombreggiava la larga fronte: iva tutto ravvolto nel suo soprabito impellicciato alla russa.

Com’egli si trovò a pochi passi dal muratore, questi si avanzò verso di lui, e gli si parò dinanzi, coprendosi a metà il viso col suo cappellaccio.

- Signor Barone – ei disse con voce alterata e rauca – una preghiera.

- Chi sei tu? Gli domandò il barone, che non lo avea riconosciuto.

- Non occorre che sappiate il mio nome – rispose lo sciagurato.

E sì dicendo, pose la mano nella saccoccia della sua giacca marrone.

Di botto egli afferra colla sinistra mano il braccio del barone, e, facendo lampeggiare agli occhi di lui un largo ed aguzzo coltello, a bassa voce gli dice:

- La borsa o sei morto.

Con un rapido gesto il barone fe’ sollevare il cappellaccio che copriva la testa del mariuolo; indi pose tranquillamente la mano in saccoccia, ne cavò la borsa piena d’oro, e consegnandola al ladro gli disse:

- Grazie, amico...

E si allontanò collo stesso passo lento, misurato, mentre il disgraziato muratore, impadronitosi della preziosa preda, se la dava precipitosamente a gambe in verso opposto, pigliando la via di Capodimonte.

 

 IV.

  

Cadeva a scroscio la pioggia.

Aniello non si fermò che poco innanzi di svoltare la così detta Rotonda, dove in quel tempo una rapidissima salita menava alla campestre via, donde si sale al villaggio di Capodimonte.

Egli dette uno sguardo a sè d’intorno, e, non veggendo alcuno, cavò di saccoccia la borsa involata, l’aprì, vi gittò entro un’avida occhiata, e ne cavò un gruppetto di monete d’oro.

E prese tosto la via della sua abitazione.

Camminava come un ebbro..., a zig-zag. La pioggia gli cadeva addosso, ma egli non la sentiva.

Una venditrice d’acquavite era ad una botteguzza a sinistra della nuova strada... Aniello vi entrò, si sedè accosto ad un tavolo, e si fece arrecare una bottiglia di rum: tracannò l’un dopo l’altro quattro bicchierini di questo efficace spirito, fe’ risonare sul tavolo un pezzo d’oro, e disse alla venditrice:

- Dammi il resto.

La venditrice tolse nelle mani la moneta; la girò e la rigirò, la fece novamente risonare sul tavolo; e poi guardò attesamente il muratore.

È tua questa moneta, maestro? – dimandò la donna.

Aniello fu scosso come se avesse ricevuto uno schiaffo: il volto gli si accese d’una fiamma improvvisa: il furto gli si scolpì sulla fronte. Un lampo rischiarò di repente la coscienza del ladro... Egli ebbe orrore di sè medesimo.

- Che intendi tu dire, la donna? – egli domandò alla venditrice d’acquavite.

- Niente, niente, maestro – disse la donna – ma egli è che... corrono tempi così tristi!... Non si è mai sicuri...

- Dammi il resto in tua malora, e sbrigati, che ho da fare...

- Sai, maestro, che corre l’aggio del quattro per cento su l’oro?

- Pigliati pure l’aggio con centomila diavoli – gridò il muratore – ma fa presto.

- Il conto è bello e fatto – disse la donna mettendo la mano in un suo cassetto dove tenea riposto il denaro, e traendone parecchi pezzi d’argento – Eccoti tre piastre, che formano 36 carlini, e quattro tarì e sono 44 carlini, e due grani: in tutto quattro ducati e quarantadue grani.

Aniello non disse motto; intascò il danaro, e trasse via celeramente...

.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .    . 

In dieci minuti egli picchiò all’uscio di casa sua.

La porta fu aperta da Marietta, la più grandetta delle figlie del muratore.

- Il babbo – essa esclamò con gran gioia, perocchè non era quella l’ora consueta in cui il muratore tornava a casa.

E tutti quegli affamatelli furono attorno al babbo nella speranza che gli avesse addotto loro del cibo.

E tutti rimasero freddi, immoti, sconsolatissimi nel vedere che il babbo era venuto colle mani vuote.

Nell’unico letto ch’era in quella casa giacevano infermi la Caterina, Torillo e Agnesina.

Torillo era un fanciulletto di otto anni, Agnesina una bimba di quattro.

Su l’arido seno della madre era pressocchè distesa immersa in una specie di catalessia la bambina poppante.

Il piccolo Alfonso era corso, come al solito, ad afferrare le ginocchia del padre.

Il primogenito Nicola, non era in casa, dacchè egli non tornava che la sera dalla bottega del falegname dov’era a lavorare.

[9] La povera Caterina avea mandato quella mattina la Marietta da una sua comare che abitava nella strada della Imbrecciata per farsi prestare quindici grana.

La comare gliele avea prestate, giacchè questa donna avea tenerissime viscere; tranne che le quindici grana doventavano venti a capo di una settimana...

E la comare dicea, che se non fosse stata per lei, tutt’i piccini della ottina e vicinanze sarebbero morti di fame.

Con quelle quindici grana la Caterina avea fatto comperare dalla Marietta un rotolo di pane e un po’ di carboni e di olio.

Il rotolo di pane si era dovuto dividere a sei affamati; ed erano ormai circa sette ore che nessun’altra maniera di cibo era entrato nello stomaco di quelle creature.

Orrenda cosa è il vedere la fame scolpita su i sembianti de’ figlioletti! Oh quanto quel cuore di madre doveva essere straziato da crudelissime spine! E quanto quella vista accrescer dovea le sofferenze di quella misera, cui divorava il più maligno vaiuolo!

Aniello era entrato in casa con la testa china, con aspetto cupo e accigliato. Non avea baciato, com’ei solea, la Marietta e il piccolo Alfonso, i suoi più cari.

Caterina si era sollevata sul guanciale... Il suo viso era coperto di un pallore di morte; le sue labbra erano livide.

- Nulla recasti da mangiare a queste anime di Dio? – ella addimandò il maritò con fioca voce. 

Aniello non rispose motto; trasse di saccoccia una piastra e la gittò sul letto.

- Manda Andrea a comperare qualche cosa da mangiare a queste creature.

La donna spalancò gli occhi in su la moneta d’argento; e i fanciulli si aggrupparono intorno al letto per vedere quel raro fenomeno ch’era per loro una piastra d’argento.

- Mamma! una piastra! dodici carlini! Uh che bella cosa! che bella cena faremo stasera! – gridò la Vincenzina battendo le palme.

- Mangeremo caldo stasera... oh che piacere! – esclamò Andrea.

Caterina era rimasta pensosa...

- Ti hai fatto anticipare la settimana, Aniello? – disse la donna.

- Sì, sì – rispose distratto Aniello – Va... e manda pel cibo. Questi piccini muoion di fame.

Il muratore si era gittato a sedere sovra una sedia tutta spagliata.

La donna dispose per la cena, e die’ la piastra ad Andrea, che doveva andare per la compera.

- Sta attento, figliuol mio. Non ti fermare per la via; guardati dalle carrette, e vieni presto, per amor di Dio; non farmi stare in pensieri – dicea la povera madre, che dal dì che non era tornato più a casa il suo perduto figliuolo Saverio, temeva sempre che alcun sinistro non incogliesse agli altri figliuoli – Bada alle monete che ti daranno. Devi portarmi indietro otto carlini di resto.

- Otto carlini! – sclamò il muratore – No, no, voglio che questa sera si satollino queste povere creature. Voglio che si spenda tutta la piastra.

- E domani? e doman l’altro? Tu non ci pensi, Aniello? Ammalata qual sono, io non potrò lavorare. E come si farà? Ei non bisogna disprezzare la provvidenza di Dio, e, s’Egli ci ha voluto consolare sta sera, non vuolsi però barattare tutto il denaro in una volta... Ci è bisogno di zucchero... di medicine... E il padron di casa? Oh miseri noi, e se ci verrà intimato lo sgombero?

Va, va, non pensare a niente, la donna. Ho danaro. Or manda Andrea dal bettoliere a San Vincenzo, e fa che arrechi una cena ben lauta, ben calda, e molto vino, del gagliardo, del Puglia. Se non bastano i dodici carlini, darò di vantaggio al garzone del bettoliere. Or va, Andrea, e torna presto, prestissimo.

Il fanciullo non sel fece ripetere due volte, e, aperto l’uscio, si precipitò per le scale.

Aniello si levò, e si pose a spasseggiare per la stanza.

Di botto, ei si ferma, toglie nelle braccia il piccolo Alfonso, e lo bacia e lo ribacia.

Poscia, si risiede, e chiama a sè la Marietta.

La fanciulla se gli accosta. Egli le prende ambo le mani, e la guarda negli occhi... indi, la stringe tra le sue braccia, e la bacia. 

Una lacrima ardente vagola negli occhi suoi.

Caterina, ricaduta sul suo guanciale, oppressa dal male, ha richiuso gli occhi per estrema fiacchezza di testa.

- La mamma dorme – dice la Vincenzina.

Aniello si ripone a spasseggiare per la stanza immerso nei suoi pensieri. Ormai egli sembra estraneo a tutto ciò che il circonda.

 

Mezz’ora appresso, ritornava Andrea col garzone del bettoliere in via San Vincenzo.

Il garzone portava una lauta cena ed una guastada di dieci caraffe.

Era una cesta piena di roba da mangiare, dalla quale venivano fuori certe esalazioni che rallegravano i cuori di quell’affamata frotta di frugoletti.

Un tavolaccio era all’un canto della stanza.

Marietta e Andrea posero il tavolo nel mezzo della stanza, e su vi posero la roba da mangiare.

- Ho speso tutta la piastra, babbo – disse Andrea – e sono rimasto debitore di sedici grana al bettoliere.

Aniello trasse di saccoccia un tarì e il lanciò sul tavolo.

- Quattro grani per te – egli disse al garzone, maravigliatissimo di questa straordinaria generosità.

Sonava l’avemmaria.

I fanciulli affamati pigliavano posto attorno al tavolo; guardando con occhi avidissimi un grosso piatto di pesci fritti che fumicava, ed un altro larghissimo piatto di maccheroni al sugo di stracotto.

Fu udito picchiare all’uscio.

- È Nicola, è Nicola – esclamò Marietta, la sola che non si era andata a porre accosto al tavolo, non reggendole l’animo di tracannare un boccone, sia perchè sentivasi gonfio il cuore di una tristezza inesplicabile, sia perchè le parea brutto che si toccasse al cibo innanzi che tornasse il fratello Nicola.

Facciamo notare che i due fanciulli ammalati Torillo e Agnesina, all’odore della vivande aveano levato il capo.

- Mamma, vo’ mangiare – mormorò Agnesina.

- Ed io pure – disse Torillo.

Caterina sollevò la testa.

In questo, Nicola entrava in quell’unica stanza.

[10] Nicola era un leggiadro garzone di dodici anni, ma la sua alta statura gliene dava diciotto. Portava lunghi i capelli, che gli arrivavano pressochè in su l’omero: avea sembiante espressivo, intelligente, occhi bruni e malinconici.

Nicola aveva una religione, un culto, i suoi genitori, ed in ispezialità la mamma, che egli amava di tenerissimo amore.

Dal momento che la mamma era cascata inferma, Nicola aveva perduto il senno. La notte, ei vegliava al capezzale della cara genitrice, e non chiudeva l’occhio. Era lui che le porgeva da bere, che ne difendeva il volto dagl’insetti, di che la miseria popolava l’unico letto, dove alla eccezione di Nicola e di Marietta, si gittava a giacere tutto il resto della famiglia. Era lui che le appressava al labbro ogni mezz’ora le medicine prescritte dal medico della beneficenza e che egli avea comperate coi pochi grani ond’ei dovea comperarsi a mezzodì la merenda. Era Nicola insomma, che assisteva amorosamente la diletta genitrice... S’ella fosse soccombuta al malore che la travagliava, Nicola sarebbe morto pochi giorni appreso a lei.

Figuratevi con che cuore egli dovesse allontanarsi il mattino per trarre al lavoro. Se non fosse stato per avere i mezzi di comperare le medicine alla mamma, egli non si sarebbe scostato un sol momento dal letto di lei.

 

Non era mai accaduto che Nicola tornasse a casa dopo l’avemmaria, imperciocchè egli sapea che la madre sarebbe morta di angoscia dov’egli fosse indugiato un solo quarto d’ora. Dal dì che la misera avea perduto il primo de’ suoi figliuoli, la sparizione del quale era rimasta un mistero, ella palpitava sempre quando alcuno de’ suoi figli era fuori di casa.

Nicola ritornava quella sera tutto ansante per la impazienza di aver nuove della salute della mamma e de’ fratellini anche infermi.

Egli recava nelle mani due arance, un cartoccio di zucchero e un pacchettino di cartelline di certe polveri che il medico avea prescritte.

Senza neppur guardare alla tavola imbandita ed a’ cibi appetitosi che vi erano sopra, Nicola trasse difilato al letto della madre, le baciò la mano e la fronte, e le dimandò come stesse.

Caterina ebbe un soprassalto di gioia, dacchè per lei era sempre una grande consolazione la presenza del figliuolo primogenito.

- Oh! figlio mio caro e benedetto! – ella esclamò coprendo con le scarne sue braccia la bella testa del garzoncello.

- Mamma, or come ti senti?

- Un po’ meglio, figlio mio.

- E Torillo? e Agnesina?

- Cocòla, fratello – disse Torillo levando il capo – Di’ al babbo che ci dia da mangiare... abbiamo fame...

- Vieni, vieni, Cocòla, vieni a cenare – disse Andrea – abbiamo una bella cena... Maccheroni, carne, pesci fritti, formaggio, uova sode, castagne...

- Che significa ciò, mamma? – domandò Nicola che sembrò non partecipare alla gioia che mostravano i suoi fratellini per quella straordinaria e briosa imbandigione.

- Il babbo ha denaro – disse la Caterina – Testè mi ha dato una piastra per ispenderla.

- Povero babbo! Scommetto che per lucrare questo denaro avrà dovuto fare qualche fatica straordinaria.

- Nicola, vieni a tavola... Noi non mangeremo senza di te – disse Marietta.

- Mangiate, voi altri, mangiate; ho da fare un’aranciata alla mamma – rispose il garzone.

Marietta che tenea a tavola l’ufficio di madre in mancanza di questa, si accinse a distribuire il cibo agli affamati fratelli, facendo la più grossa porzione a Nicola, la quale essa pose da banda.

Que’ fanciulli si dettero a divorare quelle dilettose vivande.

Marietta non dimenticò i due piccoli infermi, a cui ella apprestò a ciascheduno un piattello di pasta scaldata.

Anche Caterina volle saggiare una cucchiaiata di quella zuppa.

E forse quel boccone caldo ristorò la inferma più che le medicine.

La Provvidenza agguaglia tutte le umane condizioni. Gl’infermi poveri guariscono più presto, perchè non hanno mezzi da comperare molte medicine.

 Aniello intanto non si era seduto a tavola.

- Non voglio niente – egli avea detto – non ho appetito. Versatemi da bere.

E Marietta gli colmòun boccalericolmodi vino, che quegli tracannò di un fiato.

Poscia si pose a fumare la pipa.

I fanciulli non badarono a questa specie di singolarità del genitore, sapendo che egli mangiava pochissimo e bevea molto in contraccambio; anzi, il più delle volte ei non prendeva nessun alimento, tenendosi pago del solo bere.

 - Babbo, tu non mangi un boccone? – dimandò Nicola, che si era apprestato alla tavola.

- No – rispose secco secco il muratore.

Il giovinetto vide la nuvola che copriva la fronte del genitore; e se gli strinse il cuore: si appressò al babbo, e gli disse con voce bassa e commossa:

- Babbo, che hai? Tu hai la cera trista stasera. S’egli è per causa del padron di casa, non ti affliggere per questo. Il mio principale, che ha un buon cuore, ed al quale ho fatte aperte le angustie della nostra famiglia, mi ha promesso che per domani mi darà una trentina di carlini anticipati sulle mie settimane... Non bisogna disperare della provvidenza... Tu sei buono, onesto, timorato di Dio; non hai giammai fatto male al prossimo, non hai mai fatto una mal’azione; e il Signore Iddio ci deve aiutare...

A queste parole la mano del muratore che sorreggeva la pipa si restrinse convulsivamente. Egli volse da un lato il viso come per nasconderlo agli occhi del figliuolo.

- Va, va, fanciullo, - mormorò con voce rauca – non ti dare pensiero di me... Va a cenare...

Nicola non volle insistere, e di mala voglia tornò a tavola.

Que’ fanciulli ebbero presto divorato la cena copiosa.

Poco stante, essi gittaronsi a dormire nel letto dov’era la mamma.

In quel letto si poneva a giacere tutta la famiglia, allo infuora di Nicola e di Andrea, i quali accoglieva la sera una materassa di capecchio, ch’essi distendevano su la tavolaccia, su la quale si pigliava il cibo.

[11] Pel consueto, innanzi di andare a letto, la Caterina facea recitare l’avemmaria alle sue creature, e lor faceva il segno della croce.

Dacchè ella si ammalò, la Marietta facea ripetere a’ fratellini l’angelica salutazione. Poscia, l’uno appresso dell’altro si appressavano al capezzale della mamma, che li benediceva tutti nel segno della croce, e in mente sua benediceva eziandio lo smarrito suo primogenito.

Quella sera, così Marietta avea pur fatto; e, quando ebbe sparecchiato, e disteso il saccone su la tavola, si andò a porre a fianco della Vincenzina a’ pie’ del letto.

Andrea si gittò sul saccone.

Nicola preparò le bevande per la mamma e pe’ fratellini infermi; poscia, baciò la mamma, che lo benedisse, e si fece dal padre.

- Babbo, vuoi darmi un bacio e la tua benedizione?

Aniello non rispose, ma strinse al petto il figliuolo, e il baciò più volte con una specie di rabbiosa concitazione.

Nicola non avrebbe voluto porsi a letto per vegliare su la madre, siccome solea dacchè questa era inferma; ma la natura reclamava i suoi diritti... Erano varie notti ch’ei non dormiva.

Dopo un quarto d’ora, tutti que’ fanciulli dormivano profondamente.

Un lumicino acceso in un bicchiere di vetro rischiarava la lurida stanza.

Aniello avea cessato di fumare...

Caterina era immersa in quel sopore fantastico che accompagna la febbre.

Tutto era silenzio in quella casa, e lungo il vico San Vincenzo.

Di tempo in tempo, qualche lampo schiarava l’aere tenebroso.

Aniello si appressò a’ giacenti e si accertò che tutti erano immersi nel sonno.

Allora egli accese al lumicino una lucernuola di creta, e trasse nella cucina, ch’era a fianco dell’uscio da scala.

Chiuse la porticina della cucina, che non era più spaziosa di tre metri quadrati.

Pose sul focolare la lucernuola, e cavò di saccoccia la borsa, ch’egli avea involata al barone di Cupaverde.

La vuotò sul focolaio, studiandosi il più che gli fosse possibile di non far risonare il denaro...

Egli contò i pezzi d’oro...

Erano centodiciassette napoleoni d’oro... cioè circa 550 ducati.

Aniello fece un mucchietto di cinquanta napoleoni, e gli avvolse in un pezzetto di carta, e gli altri rimise nella borsa, la quale ei si ricacciò in saccoccia.

Smorzò indi la lucernuola, dischiuse adagino la porticina della cucina, e ritornò nell’unica stanza.

In quel momento si ridestava la donna.

- Aniello, che fai? e perchè non ti colchi? – ella disse con fiochissima voce.

- Vengo, vengo, la donna – rispose il muratore.

E, senza svestirsi, si gittò sull’estremo lembo del letto.

Non era scorso un quarto d’ora, e accertatosi che la donna avea ripreso il sonno febbrile, il muratore si levò senza fare il più lieve rumore.

Si chinò su i figliuoli e li baciò l’uno dopo l’altro, ed in ispezialità il piccolo Alfonso sul cui minuto visino ei fece piovere una tempesta di baci, che avrebbero desto il bambino, se a quella tenerissima età il sonno non fosse quasi un letargo. Poscia, avvicinatosi alla moglie, pose sotto il cuscino, dov’ella aveva adagiatoil capo l’involtino de’ cinquanta napoleoni.

Il che fatto, il disgraziato aperse pian piano l’uscio da scala... e sparì nelle tenebre dopo avere rinchiuso l’uscio.

 

V.

  

Il 22 maggio, all’una dopo il mezzogiorno, di quell’anno 1815, erano entrati in Napoli ventimila Austriaci, capitanati dal generale Bianchi, i quali riconducevano il principe di Salerno, don Leopoldo Borbone, figliuolo secondogenito di re Ferdinando IV.

La stella napoleonica era tramontata. La santa alleanza avea nelle sue mani i destini di Europa. Ritornavano su i troni i principi spodestati dalle aquile francesi.

Gioacchino Murat, ex-re di Napoli, era fuggiasco.

Instabilità delle umane sorti!

Il 17 maggio a sera Gioacchino Murat era nella sua reggia a Napoli.

Il 22 dello stesso mese Leopoldo Borbone veniva a prendere possesso del trono di Napoli per parte di suo padre, il vecchio Ferdinando.

Il 18 maggio a sera si pubblicò per l’ultima volta il Monitore delle Due Sicilie, organo officiale del governo di Murat.

Il 23 dello stesso mese si pubblicò il Giornale delle Due Sicilie, organo del governo borbonico.

Nel mese appresso, i buoni Napoletani festeggiarono l’arrivo di Ferdinando, come sette anni prima avevano festeggiato l’arrivo del re Gioacchino.

Pe’ buoni Napoletani tutto è un pretesto di festa.

Napoli festeggiava il ritorno del vecchio Ferdinando, divenuto vedovo per la morte della regina Carolina, colpita di apoplessia a Vienna la sera del 7 settembre 1813.

Napoli è una curiosa città: ha un sorriso per ogni padrone, salvo ad impiccarlo in segreto per consuetudine antica.

Il 1815 rifabbricava l’edificio del dispotismo atterrato dal1789.

I codini ritornarono in moda.

La sera del 22 maggio, in tutte le piazze principali di Napoli si festeggiava l’arrivo degli Austriaci e del principe di Salerno.

Nella piazza addimandata di Montecalvario vi era baldoria quella sera. Sovra tutti i  balconi sventolava la bandiera dallo stemma borbonico.

Una compagnia di giocolieri facea mirabilia in quella piazza.

Una folla sterminata riempiva tutta quanta la piazza illuminata da’ tegamucci ripieni di sevo, che in que’ tempi ed anco insino ad un’epoca più recente soleano accendersi a’ balconi ed alle finestre nelle gale di Corte ed in altre festività. Allummate, allummate, nu rano a tianella[2]: era questo il grido che, al suono d’una campanella, mettevano fin dalle ore pomeridiane i venditori di questi nicchietti, aggiungendo questa singolare canzone:

Femmene allummate i lume,

levateve ‘e gonnelle e mettiteve ‘e cazune[3].

 

Qual si fosse il concetto recondito di questa canzone, mal sapremmo dire, tranne che i venditori non volessero mettere in guardia il sesso gentile contro gl’incendi personali che i nicchietti messi tra i bastoncelli de’ balconi poteano cagionare, appiccando il fuoco alle vesti.

[12] Quella piazza dunque era gremita di gente. Quasi tutti portavano a’ cappelli ed a’ berretti la coccarda rossa.

Erasi fatto un cerchio nel mezzo della piazza.

Ci era una burletta comica che avea fatto sempre e dappertutto quello che dicesi un furore.

La gente si smascellava dalle risa.

Un giovinotto rappresentava la parte dell’Arlecchino Veneziano.

Era un amore a sentirlo parlare il dialetto della città delle lagune.

Si fingeva una scena d’amore. Arlecchino era il mezzano che dallo innamorato era stato incaricato di recare una lettera a casa della innamorata.

Il padre della bella è il buffo Tartaglione, capo della compagnia ambulante; Pulcinella è il servo sciocco, Colombina è la cameriera.

Una scena tra Arlecchino, Pulcinella e Colombella fe’ scompisciare dalle risa gli astanti.

Poscia, Arlecchino eseguì un balletto suo particolare a suon di violino. E per ultimo sorprese e rapì gli spettatori imitando a perfezione la voce di diversi animali.

Gli applausi del rispettabile pubblico assordaronol’aere.

Fu quella sera un trionfo pel giovine istrione, di cui le donne specialmente rimasero pazzamente innamorate.

Si dicea che senza il mascherino quel giovinotto era bellissimo.

Mentre avea luogo il balletto, Tartaglione andava attorno per raccogliere nel suo cappello le generose offerte del pubblico che si divertiva così a crepapancia.

 

Quella sera, nel gittare un occhio nel suo cappello per vedere se la raccolta era stata copiosa, egli fu colpito da qualche cosa ch’ei vide rilucere: era un pezzo d’oro.

Tartaglione, come abbiam detto, era l’impresario di quella compagnia ambulante... Egli era arrivato proprio quel dì colla sua compagnia a rimorchio degli Austriaci.

Tartaglione avea un gran merito politico... Egli era stato assente da Napoli durante il tempo della così detta occupazione militare, e ritornava colle mortelle degli Austriaci e coi gigli de’ Borboni.

- Chi avea messo quel pezzo d’oro nel suo cappello? – almanaccava Tartaglione.

 Quel Largo di Montecalvario non era ricco di gente agiata.

I balconi erano zeppi di curiosi, tra i quali le donne in maggior numero.

Finito lo spettacolo, Tartaglione ringraziò il rispettabile pubblico e l’inclita guarnigione, e raccolti gli attrezzi del teatro portatile, si disponeva ad andar via colla sua compagnia per metter su altrove la baracca, quando un domestico in livrea rossa, se gli appressò, e gli disse:

- Siete voi il conduttore della compagnia?

- Son io.

- Seguitemi.

- Dove?

- Qui, a pochi passi.

Tartaglione fe’ cenno alla compagnia che aspettasse il suo pronto ritorno, e tenne dietro a’ passi del domestico.

Questi si cacciò in un portone a sinistra del Largo, salì quattro branche di scale, ed entrò in un usciuolo aperto che metteva in un quartierino al secondo piano.

Tartaglione seguì il domestico.

Si trovarono entrambi in un salottino modestamente ammobigliato e rischiarato da due doppieri di argento, di cui ognuno conteneva otto ceri.

Seduto su larga poltrona di verde stoffa era un uomo di bello aspetto, giovane ancora, che non pareva toccasse ancora il settimo lustro.

Era costui vestito con giubba turchina co’ bottoni di metallo indorato, con un lungo corpetto di cascemiro color d’ambra e con calzoni lunghi di nanchino. Secondo la costumanza di quel tempo, da’ due taschini del corpetto scendevano due lunghi nastri rossi, a cui erano sospesi di grossi ciondoli d’oro, che lasciavano indovinare ne’ taschini due oriuoli di simile metallo.

Non avea sul capo la zazzeretta col codino, costumanza che i due re napoleonidi aveano abolita, e che in quell’anno 1815 era cominciata a riprendere vigore in omaggio della restaurazione borbonica.

La testa di questo gentiluomo era bellissima per finezza di disegno, per irreprensibile regolarità di fattezze, per ricchezza di bruna capegliatura, per nobiltà di espressione.

Gli occhi impertanto mancavano affatto di vivacità: era una guardatura apatica, morta.

Il volto, lievemente pallido, acquistava una maschia bellezza per due lunghi e folti baffi che gli coronavano il labbro.

Il domesticò annunziò il conduttore della compagnia ambulante, e si ritrasse.

Tartaglione si trovò alla presenza del gentiluomo.

- Sedete – disse questi.

Tartaglione si sedè su una larga sedia di paglia.

- Siete voi l’impresario della compagnia?

- Sì, signore.

- Ho bisogno del vostro Arlecchino – disse quel signore colla maggior indifferenza.

Tartaglione rimase sospeso come se non avesse capito.

- Perdoni, eccellenza, ma non ho ben capito.

- Ho bisogno del vostro Arlecchino – ripetè il gentiluomo.

Tartaglione ebbe un pensiero strano, ingiurioso: affisò l’uomo che gli era dinanzi, e sembrò di volersi bene addentro conficcare nell’animo di costui.

- Signore, eccellenza – egli mormorò alquanto imbarazzato – vorrei che vostra eccellenza parlasse più chiaro.

- Quanto ne vuoi del tuo Arlecchino, insomma? – soggiunse con impazienza quell’uomo.

- Eccellenza, Arlecchino è un giovinotto in carne ed ossa e non è già un burattino.

- Questo il so bene; ed io compro il tuo Arlecchino tale qual’è.

- Perdoni, eccellenza; ma io non faccio di questi baratti. Arlecchino mi fa piovere nella cassetta i carlinelli; ed io non intendo disfarmene. D’altra parte, io gli voglio bene, a quel garzone: il raccolsi sulle acque della Brenta; me lo sono allevato da bambino, me lo sono educato; hommelo istrutto nell’arte, l’ho nodrito per circa dieci anni e mi costa un sangue.

- Orbe’, vediamo, quanto può farti guadagnare in un anno il tuo piccolo buffone? – disse quel signore con molta pacatezza.

Tartaglione stie’ un poco a pensare, si grattò il capo; sembrò farsi un conto approssimativo, e rispose:

- Ei bisogna calcolare a un dipresso un duemila scudi all’anno senza contare le fatiche degli altri buffi.

Tartaglione avea detto uno spropositaccio.

- Benissimo – disse quel signore, senza mostrar la minor sorpresa della esagerata cifra pronunciata dal Tartaglione – Voi mi cederete per un anno il vostro Arlecchino, ed io vi darò li duemila scudi.

Tartaglione rimase a bocca aperta.

- Vostra eccellenza dice che mi darà...

- Duemila scudi e prontamente, se voi mi darete per un anno il vostro Arlecchino.

- Accetto, eccellenza – disse l’impresario, che non capiva ne’ panni – Tra dieci minuti vostra eccellenza avrà l’Arlecchino.

Tartaglione partì come il lampo.

- Ora indovino chi ha gittato il pezzo d’oro nel mio cappello – egli esclamava tra sè scendendo rapidamente le scale.

 [13] I dieci minuti non erano scorsi ancora che Tartaglione ritornava col giovine Arlecchino.

- Ecco, eccellenza, il primo buffo della mia compagnia.

Il gentiluomo die’ un’occhiata al garzone: un impercettibile sorriso gli sfiorò le labbra.

Egli cacciò la mano nella tasca del suo giubbone turchino; ne cavò un portafoglio, e da questo due mezzi fogli di carta dagli orli cifrati.

- Ecco due polizze del Banco di Napoli, ciascheduna di ducati milleduecento. Oggi siamo al 22 maggio 1815. Voi ritornerete qui la sera del 22 maggio 1816, ed io vi restituirò Arlecchino, e vi darò altri duemila scudi.

- Sta bene, eccellenza. L’anno venturo sarò qui novamente.

Tartaglione prese timidamente le due polizze, non sembrandogli vera tanta felicità.

- Vostra eccellenza mi comandi... Bacio le mai a vostra eccellenza...

E, sprofondandosi in riverenze ed in inchini, si affrettò a ritrovare l’uscio da scala, quasi ei fosse pauroso che quel signore non ci pensasse meglio, e nol richiamasse per farsi restituire le polizze e rimandare Arlecchino.

Nello andar via egli non si die’ verun pensiero di dare un saluto ed un addio al povero garzone, che si trovava come balordo al cospetto di quel signore.

Arlecchino aveva ancora sul viso il mascherino.

- Togliti la maschera – gli disse il gentiluomo.

Il giovane obbedì.

Quel signore parve sorpreso e ammirato della bellezza di quel visino pallido e gentile.

- Siedi – gli disse il signore.

Arlecchino obbedì macchinalmente: sedè dirimpetto al signore, appo una finestra, sul cui vano ricascava una portiera di fino damasco.

- Qual’è il tuo nome?

- Arlecchino.

- Chieggo il tuo nome – insistè quegli.

- Arlecchino – tornò a dire il garzone.

- Come! Non hai un nome, un cognome?

- Gnorsì; ci ho un nome, Arlecchin; ci ho un cognome, Arlecchin. Viva il re e Arlecchin!

- Quanti anni hai?

- Mi non so; Arlecchin non ha età.. Gli è come Pulcinel.

- Chi è tuo padre?

- El mi papà è il sior un tal; e la mamma è la siora una tal; nacqui a natal, nel paese un tal.

Strano fenomeno!

Quel visino dilicato e gentile di adolescente, che pocanzi aveva una espressione dolce e malinconica, ora appariva così grottescamente scontraffatto, che quel signore non potè far di meno di sorridere.

- Tu mi piaci – disse il gentiluomo – Io ti ritengo presso di me.

- Vossignoria è impresario?

Quel signore non rispose... Trasse la corda di un campanello.

- Chiamatemi don Rodrigo – egli disse al domestico, che gli si presentò.

Don Rodrigo era il maestro di casa.

Quando costui fu alla presenza di quell’uomo singolare, questi gli disse mostrandogli Arlecchino:

- Ecco un nuovo mobile di casa.

Don Rodrigo guardò quel garzone. Quantunque avezzo alle stravaganze del suo signore, questa gli parve una follia bella e buona.

- Che cosa bisogna fare di questo giovinotto? – domandò il maestro di casa.

- Bisogna tenerlo sempre a mia disposizione.

- In che modo fa d’uopo vestirlo?

- Da barone di commedia: giubba nera, zazzera col codino, ciondoli e fibbie.

Il gentiluomo, che avea comperato il giovine Arlecchino, era il barone di Cupaverde.

 

Questa scena avveniva alquanti mesi prima del furto commesso dal muratore Aniello Falcone.

   

VI. 

 

Abbiamo ormai il debito di dare ai nostri lettori più estese particolarità di questo strano personaggio che è il barone di Cupaverde, il quale abbiamo loro presentato appena di scorcio.

 

Il barone di Cupaverde don Sergio Silvio Cosimo era figliuolo unico del barone don Ruggiero, ricchissimo possidente in provincia di Basilicata, del quale i beni ascendevano a circa un milione di scudi.

Don Ruggiero era morto a Palermo, dove avea seguito la Corte di Napoli nell’anno 1799, quando in questa città fu proclamata la Repubblica Partenopea.

Il giovine don Sergio rimase in Napoli quando suo padre seguì i Borboni in Sicilia. Egli avea voluto tenersi interamente estraneo alla politica.

Fin dalla sua fanciullezza il baroncino annunziava un carattere capriccioso e singolare, che con moderno vocabolo si direbbe eccentrico.

Questo carattere venne sempre più sviluppandosi colla età.

Accenneremo alquanto di queste singolarità.

 

Era il tempo del brigantaggio nelle Calabrie ne’ primi anni del regno di Gioacchino Murat.

Il generale Manhes era stato spedito in quelle province per distruggere questa piaga sociale.

Un bel dì, il barone di Cupaverde (era già morto suo padre don Ruggiero) lascia improvvisamente la casa ed il paese, si conduce nella provincia di Cosenza, s’interna nelle boscaglie, si presenta al capo di una banda di briganti e gli offre i suoi servigi.

Appresso a pochi giorni, la banda è assalita da’ soldati di Manhes; ha luogo un vivo combattimento; il barone si batte come un leone; leggermente ferito, è fatto prigioniero, e condannato ad essere moschettato.

Egli chiede di parlare al Generale. Il suo volto avvenente e gentile, il suo aspetto nobile e signorile parlano in suo favore. È menato al cospetto del Generale.

- Qual’è il vostro nome? – gli dimanda il Manhes.

- Sergio Silvio Cosimo, barone di Cupaverde.

Il Generale fa un atto di gran sorpresa.

- Il barone di Cupaverde! – egli esclama – Non siete voi il figliuolo del milionario don Ruggiero, morto pochi anni fa a Palermo?

- Per lo appunto.

- Sciagurato! – esclamò il Generale sempre più maravigliato – Scommetto che il fanatismo politico v’indusse al brigantaggio: n’è vero?

- No, signore – rispose con pacatezza il giovine brigante – Mi è affatto indifferente che si chiami Ferdinando o Gioacchino il re di Napoli.

- Come! – non fu per affetto al Borbone che voi veniste qui a far parte di questa banda brigantesca?

- No, Generale.

- E che motivo potè consigliarvi ad abbandonare gli agi della vita per venire qui a disonorare il vostro cognome e ad incontrare una morte infamante?

- Niente altro che un capriccio.

[14] Il Generale il guardò attesamente, sospettando che il cervello di lui non fosse nel suo registro regolare.

- Un capriccio!

- Sì, Generale, un capriccio.

- Ma sapevate voi che questo capriccio poteva menarvi alla morte?

- Ciò sapevo.

- Avete voi partecipato alle rapine ed alle uccisioni commesse da’ vostri compagni?

- No, signor generale, anzi, l’altro ieri mi riuscì di dare la libertà ad una giovane signora caduta nella mani de’ miei compagni.

- Come! Foste voi che metteste in libertà la giovane signora di Fleurange, moglie d’un mio capitano, caduta improvvisamente nelle mani di questi assassini? – dimandò maravigliato il Generale.

- Non domandai alla signora il suo nome – rispose modestamente il giovine barone.

 

Il Generale si convinse che questo disgraziato giovine non era stato indotto a farsi brigante che da un momento di aberrazione mentale; e, condonatagli la vita, lo fece scortare insino a Napoli, ammonendolo che, dove per la seconda volta gli fosse saltato in capo il ghiribizzo di farsi brigante, non gli avrebbe usata misericordia veruna.

Il barone non disse neppure una parola di ringraziamento al Generale; e, nel momento di partirsi, fu udito ad esclamare:

- Pure, avrei avuto tanto piacere di provare la commozione della fucilazione!

 

Un altro fatto narreremo non meno strano, dal quale i nostri lettori potranno formarsi un concetto della singolarità del carattere di questo personaggio.

Era scorso poco tempo dal suo ritorno in Napoli dopo l’avvenimento che abbiamo narrato, e una mattina il barone di Cupaverde si fa chiamare don Rodrigo, il suo maestro di casa, il quale si era da parecchi anni avvezzo alle stravaganze del suo giovine signore.

- Don Rodrigo - gli disse il barone – sapete una cosa?

- Che mai?

- Voglio ammogliarmi.

Don Rodrigo si grattò il capo, e non rispose.

Tra tutte le bestialità che il barone avea fatte, questa gli sembrava la più solenne, non già perchè egli considerasse così lo stato coniugale, ma perchè il giovine signore non era stoffa da farne marito.

- E così?... non rispondete?

- Io credo che il signor barone si trovi in vena di scherzare – rispose sorridendo il maestro di casa.

- Non ischerzo, don Rodrigo; parlo sul serio. Voglio ammogliarmi... Non ho che fare... è sempre un’occupazione, una distrazione.

- Il signor barone ha ben pensato al passo che vuol dare? – disse don Rodrigo – il quale aveva ormai preso un ascendente sull’animo del barone per essere stato tanti anni al fianco di lui.

Il barone si pose a ridere.

- Pensare! – egli esclamò – Credete voi che io mi dia giammai il pensiero di pensare?

- Ma le faccio osservare, signor barone, che il matrimonio non è faccenda da prendere a gabbo.

- Baggianata! – esclamò il barone – Nulla ci è di serio nella vita, neanche la morte, che è pur la più ragionevole di tutte le umane corbellerie.

Don Rodrigo sapeva per lunga esperienza, essere impossibile ragionare seriamente col barone, il quale aveva una logica tutta particolare; si contentò quindi di aggiungere:

- Prendo licenza di domandare al signor barone se almeno egli abbia fatto una scelta degna di lui.

Il barone sorrise novellamente.

- Don Rodrigo, voi siete curioso questa mattina: voi dite delle amenità.

- Come a dire, signore?

- Che cosa vuol dire fare una scelta?

- Vuol dire, che, trattandosi di un nodo tanto importante, è necessario che si spalanchino gli occhi per vederci ben chiaro.

- Dunque, mio caro don Rodrigo, forbitevi gli occhiali, e cercatemi una sposa a genio vostro.

- A genio mio! – esclamò il maestro di casa – Sta a vedere che dovrò sposarla io! Or bene, s’egli è vero che la signoria vostra ha la santa intenzione di prendere una moglie, io mi occuperò di cercare per la signoria vostra una fanciulla bennata, savia, di buoni sentimenti, educata alle cure domestiche ed alle pratiche religiose...

- A quel che sento, voi vorreste darmi una monaca.

- No, signor barone, io vo’ darle una buona moglie.

- Non voglio darvi tutto questo fastidio, mio caro don Rodrigo. Mi affido al caso. Dunque andate.

- Dove?

- A cercarmi la moglie.

- E dove vuole il signor barone che io vada a cercarla?

- In istrada.

- La signoria vostra vuol celiare?

- Vi ripeto che io non ischerzo. Andate giù in istrada, don Rodrigo, e la prima femmina, a cui vi avverrete, purchè non sia nè vecchia, nè gobba, nè cieca, recatemela qui.

Per quanto il maestro di casa fosse avvezzo alle stranezze del suo signore, questa era di tal natura che confinava colla mattezza. Egli prese dunque il partito del ridere, come se il barone avesse detto una facezia.

- Don Rodrigo, voi farete appuntino ciò che vi ho ordinato – disse il barone con molta serietà.

Era la prima volta che il barone si serviva del verbo ordinare verso il suo maestro di casa.

Don Rodrigo era un uomo da bene, rispettoso, fedelissimo ed affezionatissimo al giovine barone; ma non si piegava insino al codardo servilismo e non serviva di strumento alle follie di quel cervello bislacco. Era un uomo che aveva una buona dose di dignità personale. Quando le stravaganze del barone non implicavano veruna bassa condiscendenza, don Rodrigo non poteva impedirle, ma non vi prestava la sua mano.

- Io non farò ciò che la signoria vostra mi ordina – disse il maestro di casa.

Il volto di don Rodrigo accusava una viva commozione. Ciò gli accadeva ogni volta che egli dovea mostrarsi ribelle al volere del suo signore.

Parve che al barone non facesse nè caldo nè freddo la risposta del suo stipendiato.

- Chiamatemi Pietro – gli disse.

Pietro era un vecchio domestico, che avea servito col vecchio barone don Ruggiero.

- Pietro – gli disse il barone – scendete in istrada, e recatemi qui la prima donna che vi verrà incontro, purchè non sia nè vecchia, nè gobba, nè cieca.

Pietro era un vero tedesco: non obbiettava mai al volere del suo padrone; obbediva come una macchina.

Pietro fece un mezzo giro a dritta, e andò via.

Nissuna parola si scambiò tra il barone e il suo maestro di casa.

[15] Appresso a pochi minuti, ritornò il domestico con una donna che all’aspetto mostrava un trent’anni a un dipresso: sembrava che appartenesse alla classe delle operaie di generi di lusso: vestiva con decenza e con politezza, ma senza cappello: una ricca capigliatura bionda le copriva il capo e gran parte del collo bianchissimo. Il volto, se non bello, era avvenente e grazioso, comunque sembrasse sciupato e leggermente invecchiato.

- Il signor barone desidera parlarvi – disse il domestico a questa giovane, i cui occhi vivacissimi esprimevano una grande curiosità.

La donna chinò il capo dinanzi al giovine signore.

Piero si ritirò.

- Sedete – disse il barone alla giovane.

Costei obbedì.

- Come vi chiamate? – le domandò.

- Angiolina Pirrone.

- Siete zitella?

- Sono vedova.

- Avete figliuoli?

- No, signore: due miei bambini, belli come due angioli, se li prese il Signore.

- Quanti anni avete?

- Ventotto anni.

- Avete parenti?

- Ho la vecchia mamma ed un fratello che è sergente della guardia reale a Palermo.

- Che mestiere esercitate?

- Sono attrice del teatro della Sorte[4].

- Va benissimo. Volete essere mia moglie?

La donna fece un salto.

- Come avete detto?

- Vi ho domandato se volete essere mia moglie.

- Vostra moglie!

Il volto della giovane si accese tutto, e i suoi vispi occhi affisarono con istupore grandissimo il giovine signore.

- Io sono il barone Sergio Silvio Cosimo di Cupaverde; ho trent’anni e cinquantamila ducati di rendita all’anno. Posto ciò, volete essere mia moglie?

Non sapremmo abbastanza fare intendere la maraviglia, la gioia, la perplessità che si dipinsero sul viso della giovane. Noi crediamo che il suo primo pensiero dovette essere quello di credere pazzo quel giovine signore, laonde ella gittò un’occhiata sul vecchiotto ch’era seduto a poca distanza, come se dal volto di costui avesse voluto intendere qualche cosa di quella inesplicabile sciarada. Ma il vecchiotto, ch’era don Rodrigo il maestro di casa, avea gli occhi inchiodati al suolo, e sembrava assorto ne’ suoi pensieri.

- Voi volete burlarvi di me, signor barone – ella rispose timidamente.

- Vi parlo sul serio – disse il barone – Insomma, rispondete sì o no.

- Se fossi certa che voi dite il vero! – esclamò la stupefatta giovane, che poco mancò non fosse colpita da un tuffo di sangue al cervello.

- Come siete noiosa! Vi ripeto che io dico il vero. Rispondete un bel sì o un bel no.

La donna confusa, stordita, ebbra di contentezza, mormorò:

- Signor barone, io... non so... a quale merito mio debba attribuire...

- Sì o no? – interruppe quegli con vivacità.

- Sì, sì, sì – rispose con delirio di gioia la donna.

- Va bene – osservò il barone – D’ora in poi voi sarete la baronessa di Cupaverde. Statevi bene...

Detto ciò, quest’uomo originale si alzò, voltò le spalle, e si ritirò nelle sue stanze, senza aggiungere più una sola parola.

Quella frase statevi bene significava che la donna dovesse andar via.

Fu una valanga di neve che si rovesciò sul cuore della donna, che ebbe appena la forza di chiedere al vecchiotto: 

- Che cosa debbo fare?

Don Rodrigo era più confuso della donna: non seppe prendere altra determinazione che chiedere alla baronessa di Cupaverde l’indirizzo della casa.

- Ditemi il vostro indirizzo – ei le disse – In ogni caso, sapremo dove trovarvi.

L’attrice del teatro della Sorte abitava nella Rua Catalana n. 26 ultimo piano.

Don Rodrigo lasciò comprendere a quella donna che il cervello del giovine signore non era nel suo assettoregolare.

Donna Angiolina Pirrone, che era salita al terzo cielo, precipitò di botto ne’ profondi.

 

Durante il resto di quella giornata, il barone non fe’ più motto del divisato matrimonio.

Verso le otto della sera, egli sedeva a pranzo.

 Don Rodrigo entrò nella stanza da pranzo per qualche cosa ch’egli avea da domandare al barone.

Non sì tosto costui scorse il maestro di casa.

- Or bene – gli disse – e mia moglie dove sta?

Don Rodrigo sorrise quasi per secondare lo scherzo.

- A quest’ora la signora baronessa di Cupaverde sta recitando sul piccolo proscenio del teatrino della Sorte – rispose.

- Un galantuomo non manca alla sua parola – disse il barone – Voi, don Rodrigo, farete in modo che tra dieci giorni questa donna diventi mia moglie. Badate che non ammetto obbiezioni, non ammetto repliche, e che questa è l’assoluta mia volontà.

 

Don Rodrigo fu questa volta ubbidientissimo.

In pochi giorni tutte le formalità necessarie furono adempite.

- Quale stanza volete fare addobbare per camera nuziale? – domandò don Rodrigo al barone.

- Nessuna – questi rispose.

- Come! nissuna?

- Non voglio imbarazzi nella mia stanza da letto. Fate apparecchiare per la mia sposa una stanza separata.

La vigilia delle nozze la sposa scrisse al barone suo fidanzato una lettera in cui gli dicea, trovarsi lei affatto sprovveduta di corredo e di vesti adatte alla solenne cerimonia, a’ natali ed allo stato di lui.

Il barone fe’ dare alla sposa la somma di mille ducati.

[16] Tutta Napoli fu piena della voce di questo matrimonio stravagantissimo. Benchè le stranezze del giovine signore fossero note per urbem et orbem, nissuno avrebbe potuto immaginare una somigliante follia. Un sì ricco, avvenente giovine e nobile signore sposare una commediante di casotto, la quale non era neanco bella nè giovane. Aggiugni che su i costumi di lei le comarelle di Rua Catalana ci aveano stampato un rosario. Si raccontavano di lei non pochi aneddoti scandalosi; si metteva in dubbio financo il suo matrimonio col difunto signor Pirrone, il quale si volea che fosse stato semplicemente il suo amante.

Queste voci erano giunte eziandio agli orecchi del barone, il quale non avea fatto altro che alzar le spalle, quasi che avesse detto: Di tutto ciò non m’infistolo una ette.

Fatto sta che questo avvenimento aveva attirato su l’avventurata attrice la sterminata invidia delle quarantamila zitelle e delle diecimila vedove napolitane. Ciascheduna dovea dire tra sè:

- Oh! se mi fossi trovata io a passare quella mattina pel Largo di Montecalvario!

Da che dipendono talvolta le umane sorti.

L’attrice donna Angiolina Pirrone aveva una comare che abitava in un vicolo adiacente al Largo di Montecalvario. La comare si era ammalata; e l’attrice, che quella mattina non avea prova al teatro, andò a farle una visita. Essa ritornava appunto dalla casa della comarella, quando Pietro, il domestico del barone, la fermò per la via e la pregò di salire a casa di sua eccellenza.

Il primo pensiero dell’attrice fu quello d’un intrighetto amoroso.

Pare ch’ella non fosse novizia in queste avventure, siccome non debb’essere un’attrice. Dicemmo della sua maraviglia quando sua eccellenza le propose l’incredibile matrimonio.

Da che dunque dipendono le umane sorti!

Questo matrimonio, che avea tutte le apparenze d’un sogno di fate, era nato o nasceva da una colica della comarella di donna Angiolina.

Andate a dire che non c’è un destino!

In questo caso il destino è rappresentato da una minestra indigesta.

 

Il matrimonio fu celebrato senza veruna solennità.

Il barone non volle verun festino, veruno invito, verun banchetto.

Dopo gli sponsali, il barone sedè a cena colla sposa e colla vecchia madre di costei, che non capiva nei panni per due ragioni, e per la troppa contentezza e perchè indossava una veste, che ella si era fatta prestare dal vestiario del teatro della Sorte.

Questa vecchia dava proprio l’immagine d’una maschera carnevalesca: un parruccone incipriato le nabissava il capo come un torrione; due grossi oriuoli le pendevano a’ fianchi; e la veste gialla scavata su l’altezza del seno metteva in mostra due escrescenze archeologiche, che cinquant’anni fa erano state due forme di donna.

La vecchia mangiò con buon appetito, come sogliono mangiare le madri delle attrici; e così parimente mangiò la sposa vestita tutto di bianco come una vestale, che non avea sempre fatto buona guardia al sacro fuoco.

 

Dopo la cena ci furono le solite lacrime officiali tra la madre e la figlia, e i soliti baci, conditi questa volta col senso d’una gagliarda qualità di vino, che facea girare il capo dell’annosa genitrice.

Finalmente la vecchia augurò agli sposi la buona notte e un bel maschio a prima doglia, e se ne andò col cuore zeppo di contentezza e col capo annuvolato dai vapori del vino.

Rimasti soli gli sposi, il barone, che non si era mosso dalla tavola, si alzò, fe’ chiamare il maestro di casa, e gli disse:

- Accompagnate la baronessa nella sua stanza.

- Compiacetevi di seguirmi – disse alla sposa il maestro di casa.

La candida sposa lanciò allo sposo una occhiata tenerissima ed espressiva, e seguì don Rodrigo.

Poco stante, il barone si ritirò nella sua stanza, dove, spogliatosi, si pose a letto e non tardò ad addormentarsi profondamente, senza darsi il più lontano pensiero della sposa, che aspettò indarno tutta la notte.

La mattina appresso, il barone, levatosi allo spuntar del giorno, noleggiò una carrozza da viaggio, e se ne andò a Caserta, dove, in quelle circostanti campagne, aveva un suo casinetto con villa e podere.

 

Due giorni appresso, stando ancora nel casino, e parlando con un suo fattore, egli esclamò:

- Oh! a proposito, mi pare che sabato sera io mi ammogliai. Andiamo a trovare mia moglie.

E di botto, si fa venire un legno da viaggio.

- A Napoli – dice al cocchiere – saetta i cavalli fino a creparli: tra due ore debbo essere a casa mia.

L’auriga obbedì letteralmente all’ordine che aveva ricevuto dal signor barone.

In meno di due ore i sonagli de’ tre cavalli attaccati alla carrozza da viaggio risonavano nel piccolo cortile del palazzo del barone; ma una delle tre bestie cadde morta.

Il barone pagò pel cavallo morto; pagò il nolo pattuito e una lauta mancia al cocchiere; e tutto impolverato com’era, senza cambiar di vestito, senza torsi il cappello, e senza spolverarsi gli abiti, entrò di botto nella stanza della baronessa, che mise un gran grido di gioia e corse ad abbracciarlo.

- Perdonate, mia cara, alla mia smemorataggine – le disse questo singolarissimo personaggio – Io avevo interamente dimenticato di esser marito.

.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .    . 

.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .    . 

Il barone era entrato nella stanza della baronessa verso le due appresso il mezzodì: ne uscì verso le sette con la sposa, che era raggiante di gioia.

 

E questa fu la prima e l’ultima volta che il barone visitò sua moglie.

Una mattina, costei entrò nella stanza di suo marito, e alzò la voce, e si lagnò dell’abbandono in cui ella vivea.

- Andate al diavolo – le rispose di malumore lo strano consorte – Le donne mi seccano mortalmente. Mi avete rappresentatala parte di baronessa per oltre un mese. Mi sembra che ciò possa bastare.

La baronessa si sciolse in lacrime, e svenne due o tre volte.

Il barone fece chiamare la cameriera che egli avea messa agli ordini della moglie: e le disse di arrecare dell’acqua e dell’aceto alla baronessa.

 

[17] Il codice napoleonico, messo in vigore nel Napoletano dal re Gioacchino permetteva il divorzio.

Il barone si valse del dritto che la legge gli concedea, e a capo di sei mesi avanzò una domanda di divorzio, basata sovra un motivo di fisica imperfezione nella donna.

La legge secondò il desiderio del barone, che, a rendere meno amara la pillola ch’egli condannò la povera donna a trangugiare, l’addolcì con una pensione vitalizia di annui ducati trecento che le assegnò.

La felicità di donna Angiolina Pirrone non fu che un sogno. Essa avea rappresentato per sei mesi la parte di baronessa.

 

Questi due fatti che abbiamo narrati potrebbero bastare a dare un concetto del carattere originale e stravagantissimo del barone di Cupaverde don Sergio Silvio Cosimo. Ma, per meglio mettere in rilievo l’eccentricità di questo principale personaggio della nostra istoria, vogliamo far menzione di talune curiose bizzarrie nella sua maniera di vivere.

Il barone non avea le ore assegnate per il levarsi da letto, per la colezione, pel desinare, pel sonno. Egli si alzava qualche volta nel corso della notte, si vestiva ed usciva; non aveva paura dei ladri.

 

Una notte, egli passeggiava nella strada di Toledo. Si accorse che due uomini di sinistro aspetto il seguivano. Arrivato a quel punto della strada dov’è il palazzo del principe d’Angri, si fermò, e, mettendo la mano in saccoccia, disse loro:

- Amici miei, vi ringrazio della bontà che avete di accompagnarmi per difendermi da qualche cattivo incontro. Ma io non ho bisogno del vostro accompagnamento. Ho in saccoccia un buon argomento per persuadere i ladri.

Ciò detto, mise fuori una grossa pistola; indi soggiunse:

- Intanto, non voglio che vi siate incomodati per niente. Ecco pel vostro incomodo: andate a bere.

Ciò dicendo, pose nella mano d’uno di quei due uomini due piastre.

Gli amici si sberrettarono, e si diffusero in ringraziamenti.

 

Una mattina (era il suo giorno onomastico) egli dice a don Rodrigo:

- Ho invitato a pranzo parecchi amici. Dite al cuoco che apparecchi un desinare da farmi onore.

Il cuoco mise in opera tutte le sue batterie; si fe’ venire due aiutanti e due guatteri, pescò nel suo repertorio culinario ispirazioni luculliane; mise a contribuzione la terra, il mare ed il cielo pei loro migliori prodotti; i mammiferi, gli ovipari, i cetacei, i molluschi; tutta la zoologia dovea essere rappresentata in quel banchetto.

Il cuoco spese a mano franca, perchè il barone era la perla de’ signori: non guardava mai le note.

E la tavola fu imbandita con un lusso da re. Furono poste dieci posate.

Pel mezzodì tutto era pronto.

Gl’invitati arrivarono verso l’una. Tra questi, ci era il principe A..., il barone e la baronessa B..., il duca e la duchessa C... e sua eccellenza il ministro di Spagna.

Sonarono le due, le tre, le quattro, le cinque, le sei, le sette.

Il barone di Cupaverde non apparve.

Il maestro di casa, imbrogliatissimo, mortificatissimo, confusissimo, volea far servire il pranzo a’ nobili personaggi invitati, ma costoro si opposero, e, mormorando contro la inqualificabile condotta del barone don Sergio, andarono via affamatissimi.

Il più disperato di tutti si fu il cuoco che vedea perduto un prodigio di pranzo, che era costato oltre a duecento ducati.

Il barone tornò a casa mogio mogio verso la mezzanotte.

Don Rodrigo gli disse che gl’invitati erano giunti, ed avevano aspettato insino alle sette.

Il barone si pose a ridere.

- Bravo! – esclamò – Non ci è male che questi superbacci di nobili abbiano un poco assaggiato di che sapore è la fame. Così avranno visceri più tenere per la povera gente.

 

- Vorrei provare una commozione qualunque, anche a costo di mezzo milione – solea dire questo matto – Che cosa insipida è la vita! Che sventura è l’essere ricco! Oh come ha ragione il Vangelo quando dice: Beati i poveri!

Il barone si annoiava nel mezzo delle sue ricchezze: egli non trovava più gusto in veruno svagamento: la vita non avea più per lui nissuno di quegli allettamenti, di che è pur ricca per tutti gli uomini che sanno goderla.

Gran disposizione previdenziale è questa che le passioni o lo stato dell’animo abbiano a correggere la cieca distribuzione dei beni di questa vita.

La noia rodeva il cuore del barone. La musica gli conciliava il sonno; il teatro il facea sbadigliare; le donne non aveano più nessun fascino nè sul suo cuore, nè su la sua immaginazione, nè su i suoi sensi. I suoi giorni trascorrevano in uno sbadiglio perpetuo: il suo polso avea una pulsazione sempre uguale. Egli non conosceva il significato delle due parole gioia e dolore. A guisa di una macchina di oriuolo, che cammina senz’avvedersene, la vita del barone era niente più che un meccanismo.

A trent’anni egli era già decrepito: ciò che gli dava un certo solletico era il divertimento che egli si provocava colle sue stravaganze.

Nissuna cosa era capace di eccitargli il riso.

In quanto alle lacrime questa era una voluttà che egli avrebbe comprata a qualunque prezzo.

Questo milionario era condotto a tale miserabile condizione che invidiava coloro che piangono, e diceva spesso con un profondo sospiro: - Il Vangelo ha ragione:  Beati quelli che piangono!

Il barone aveva un supremo disprezzo pel denaro. Questo idolo, innanzi al quale s’inginocchia il genere umano, non avea nessun potere su l’animo di lui, che gli facea una colpa della noia che gli divorava la vita.

 

Così era il barone di Cupaverde don Sergio Silvio Cosimo, del quale abbiamo abbozzato il ritratto morale.

Bensì, a completare questi schizzi, dobbiamo aggiungere ad onor del vero che il barone era generoso e benefico: i poveri non ricorrevano indarno alla sua borsa; ma questo ricco disgraziato non trovava neppure un piacere nel bene ch’egli spandeva intorno a sè. Egli considerava i poveri come suoi creditori.

 

   [18] VII. 

 

Riprendiamo di presente il filo della nostra narrazione.

 

La sera in cui il barone di Cupaverde fu investito dal muratore Aniello Falcone sul ponte della Sanità e fu derubato della borsa che contenea 117 napoleoni, egli si ritrasse a casa col viso tutto infiammato.

Cosa straordinaria! Una certa commozione gli si leggeva sul volto.

Diciamo primamente com’ei si trovasse a camminare a piedi sul ponte della Sanità, mentre qualche ora innanzi il lasciammo sul colle dello Scudillo a visitare i lavori di costruzione che si facevano nel suo casino.

Egli era andato colà in carrozza col suo maestro di casa don Rodrigo, siccome vedemmo.

Ricorderanno i nostri lettori che il muratore Aniello, preso consiglio dallo stato deplorabile in cui si trovava la sua famiglia, si era fatto animo a chiedere un soccorso al proprietario del nascente casino e questi gli avea dato un napoleone d’oro.

Era l’ora in cui i lavoratori prendevano la refezione e si riposavano.

Il barone fece un’aggirata pe’ due piani in costruzione, senza fare la più lieve osservazione; poi disse a don Rodrigo di volersene andare a piedi; e, benchè il maestro di casa gli avesse fatto osservare che il tempo era cattivo, e che la via era tutta sfossata e fangosa, il barone alzò le spalle in atto di non curanza, e partissi pigliando la medesima via che avea tenuta nel venire in carrozza.

Il barone era buon camminatore e non impiegò più d’un’ora nel fare il lungo giro dello Scudillo dalla parte di Capodimonte; perchè il disgraziato muratore lo ebbe scorto a venire di su, nel momento ch’egli accingevasi a por fine a’ suoi giorni col precipitarsi giù dall’altezza del ponte.

Al suicidio del corpo lo sciagurato avea preferito il suicidio dell’anima.

La tentazione fu così impensata e improvvisa ch’egli non ebbe il tempo di combatterla e di vincerla.

 

Qual si era la ragione dello straordinario fenomeno che si verificava nel barone, vale a dire della commozione che si leggea negli occhi suoi nel ritirarsi ch’ei fece a casa?

Strano mistero è l’uomo! La ruota d’una carrozza fa scattare una favilla dal ciottolo della via. Questo avvenimento è l’opera di un istante. Passerà forse un secolo prima che un’altra favilla scatterà da quel ciottolo.

Una favilla era scattata dall’animo del barone, una ispirazione.

 

Venuto a casa, egli entrò difilato nello studio, dove a nissuno era permesso di entrare, e del quale si recava sempre addosso la chiave.

Non trascuriamo di dire che da poco tempo il barone abitava in un vasto quartiere nella strada de’ Tribunali.

- Venga Arlecchino nel mio studio – disse il barone ad un domestico entrando in casa.

Rammentiamo che Arlecchino era stato collocato in casa del barone alquanti mesi prima del furto commesso sul ponte della Sanità.

 

Arlecchino era divenuto il familiare più confidente del barone di Cupaverde. Colla sua spiritosa vivacità, colla piacevolezza dei suoi arguti mottetti, egli era giunto a cattivarsi le simpatie del suo novello padrone, il quale gli si era affezionato come ad una scimmia. Ma il naturale del giovine era tutt’altro che allegro.

Il barone gli avea detto:

- Arlecchino, fammi ridere.

E Arlecchino avea mosso il riso del suo signore;gran ventura era stata questa pel giovine buffone. Egli aveva ora l’alto onore di sedere a mensa col barone.

 

Arlecchino entrò nello studio.

Chi avesse letto questa volta nel cuore del giovine avrebbe visto quali supremi sforzi egli facea per apparire di gaio umore. Da poco tempo una passione era nel suo cuore.

- Siedi Arlecchino – gli disse il barone, gittandosi su una poltrona.

- È uscito il sole a ventiquattr’ore – disse il buffone alludendo al buon umore che spiccava su le sembianze del gentiluomo.

- Di’ un poco, Arlecchino – dissegli il barone – Che cosa faresti tu ad uno che ti rubasse la borsa dopo avergli tu fatto una larga limosina?

Arlecchino non istava mai a pensare a ciò che avesse a rispondere.

- Gli mozzerei la mano destra.

- Sei uno sciocco.

- Se la mano dritta non vi piace, gli mozzeremo la sinistra.

- Non hai spirito questa sera, Arlecchino. Vorrei che trovassi qualche cosa di nuovo, di originale, qualche cosa a cui il codice penale non ha pensato finora per correggere i ladri e renderli uomini onesti.

Arlecchino si grattò il capo, e guardò il palco della stanza, e, pensatovi un tratto, disse:

- L’ho trovato, sior padrone.

- Vediamo; che cosa hai trovato?

- Facciamo provvisoriamente impiccare il ladro: morto che sarà, diventerà un uomo da bene. Voi sapete benissimo che tutti i birbanti diventano uomini da bene quando sono morti. Avete letto mai su le tombe qualche epigrafe che dica: Qui giace un birbone matricolato? Qui sta carcerato per sempre un mariuolo? Qui dorme eternamente un assassino?

- Io voglio darti un’incombenza, Arlecchino.

- Ben fatto, sior padrone; altrimenti io morrò di noia appresso alla signoria vostra.

- Sentimi bene, Arlecchino. Domani tu ti recherai allo Scudillo, dove si lavora alla costruzione di un casino che io mi fo fabbricare colassù. Tu dirai al maestro capo che io ti ho mandato colà perchè mi occorre sapere il nome e l’abitazione dell’operaio che ha avuto quest’oggi da me il permesso di assentarsi per mezza giornata. Ho ragione di credere che questo operaio non andrà domani a lavorare allo Scudillo. Quando avrai saputo il nome e l’abitazione del muratore, tu ti recherai in sua casa con un pretesto, senza dire a lui od alla famiglia che tu sei andato colà per incumbenza da me ricevuta. Piglia nota di tutto, informati delle più piccole cose, domanda quanti figli ha quell’uomo; qual’è il più piccino e qual’è il più prediletto al genitore. Hai ben capito, Arlecchino?

- Ho ben capito.

 

[19] Il domani, Arlecchino si vestì da giovine signore e uscì allo spuntar del giorno.

Trasse dapprima alla via Fontanelle, dove si die’ in gran fretta a salire un’erta di campagna. Vedremo ciò che egli era andato a fare lassù. Dopo qualche ora si recò allo Scudillo, dove prese dal capo maestro tutte le debite informazioni intorno al muratore ch’egli seppe nomarsi Aniello Falcone ed abitare nel vico San Vincenzo.

Arlecchino mosse difilato per questo vico.

 

Che cosa intanto era avvenuto nella famiglia di Aniello dopo la costui sparizione nel corso di quella notte ch’era stata appunto la notte precedente al giorno in cui il buffone del barone di Cupaverde venne a picchiare all’usciuolo della casupola del muratore?

Il primo ad accorgersi dell’assenza del capo della famiglia fu Nicola, il primogenito, ch’era sempre il primo a levarsi il mattino.

Egli suppose naturalmente che il babbo fosse uscito secondo il solito, per trarre al lavoro; giacchè sogliono i muratori recarsi al lavoro innanzi dello spuntare del giorno.

Bensì Aniello non usciva di casa il mattino senza aver desto Nicola e Marietta, e senza aver baciato e ribaciato il piccolo Alfonso, che era il suo occhio dritto. In quanto alla moglie Caterina, costei era già allo impiedi, quando usciva il marito.

Nicola si appressò al letto della mamma, le pose un bacio su la fronte come per ridestarla.

La povera donna si svegliò con un balzo nervoso.

- Come ti senti, mamma?

- Ho una sete che mi divora. Dammi da bere, Nicola.

Il giovinetto le appressò l’orciuoletto, dov’era dell’acqua zuccherata con succo di arancia.

- Hai dormito bene, cara madre?

- Ho fatto sogni spaventevoli, figliuol mio – disse la povera inferma.

- Povera madre mia! – esclamo il giovinetto.

Poscia, riprese:

- Sai, mamma? Il babbo è uscito senza destarmi stamane. Ieri sera egli sembrava agitatissimo, non volle prendere cibo veruno.

- È notte ancora, non è vero, Nicola? – disse la donna, sollevando un poco il capo dal guanciale.

- Sì, mamma, l’oriuolo ha sonato le tredici ore; ci vuole un’ora perchè aggiorni.

- Rincalzami un poco questo cuscino dietro al capo – disse la donna – Ho la testa così pesante!

Nicola sollevò colla sinistra mano il capo della madre, mentre colla dritta si dette a scuotere un poco il guanciale di capecchio che si era fatto una dura pietra.

Nel fare questa operazione, Nicola si accorse di un involto ch’era sotto il cuscino.

- Che cosa è cotesto involto che è sotto il cuscino?

- Un involto! – esclamò la donna.

Nicola tolse in mano l’ignoto cilindro, e il pose innanzi alla mamma...

- Che è mai? – domandò la Caterina.

- Qua entro è del danaro – disse il garzone.

- Denaro!

- È qualche cosa che ti avrà lasciato il babbo – osservò il giovinetto.

- Oh! che vuol dire ciò? e quando mai egli si è dato un tal pensiero? Vediamo, figliuol mio, quello che l’uomo ha lasciato per la giornata.

Nicola scartocciò l’involto, e die’ una esclamazione di viva sorpresa veggendo alla fioca e moribonda luce della lampada, guizzare i pezzi d’oro.

- Dell’oro! – esclamò il garzone.

- Dell’oro! ripetè la mamma.

 E Nicola, quasi che temesse di toccare il prezioso ed incredibile metallo, il lasciò sul letto, dove il cartoccio si sparpagliò; esponendo agli occhi della donna quel bel numero di pezzi d’oro.

Caterina si levò ritta a sedere sul letto, e gli occhi appannati dal sonno e dalla febbre spalancò su quel tesoro.

Il primo pensiero che corse alla mente dell’egra donna si fu che quel tesoro fosse stato deposto sotto il cuscino dalla Madonna dell’Arco, alla quale essa era divotissima ed al cui santuario ogni anno essa traeva col suo uomo e con tutt’i figliuoli, o vero da San Vincenzo Ferreri operatore di grandi miracoli ai veri suoi divoti.

- Oh mio Dio, che è mai questo? – disse la donna spaventata anzi che rallegrata da quel mucchietto d’oro – Se non è la Madonna o San Vincenzo che ha messo questo tesoro sotto il mio cuscino, io non so a che pensare.

- Mamma, non può egli darsi che il babbo abbia guadagnato un terno al lotto? – disse Nicola.

- Infatti, quella cera di ieri sera, il danaro che egli mise fuori.

- No, mamma, la sua cena era troppo rabbruscata... Anzi che essere allegro, una gran nuvola ottenebrava la sua fronte.

.     .        .        .        .       

Mentre che questo dialogo avveniva tra Caterina e Nicola, Marietta che pur si era desta e levata, si appressò al letto; e visto le monete di oro che luccicavano, ruppe in un gran grido di gioia.

Si destarono in pari tempo Torillo e Agnesina, i due fanciulli infermi, e poscia Andrea e Vincenzina.

- Rincartoccia questo danaro, figliuol mio – disse Caterina al giovinetto Nicola – Non bisogna toccarlo, se prima non sapremo qualche cosa da Aniello. È d’uopo attendere il suo ritorno.

Nicola si die’ a rinchiudere novamente le monete d’oro nello involucro di carta.

- Mamma, non è nostro questo denaro? – dimandò Marietta, la cui gioia si era dissipata ad un tratto.

- No, figlia mia, questo danaro non è nostro – rispose la povera donna.

 

Non appena spuntò l’alba, Nicola baciò la mamma; le disse che egli usciva per la faccenda di don Ciccio il padrone di casa, al quale sperava di portare una ventina di carlini, che egli si sarebbe fatto anticipare. Le aggiunse che non istesse di malanimo, che San Vincenzo non avrebbe permesso che, inferma com’era, ella venisse scacciata dalla casa e messa in mezzo alla strada; che non pensasse a nulla, che non si levasse di letto per nessuna ragione al mondo, che in quanto all’oro trovato sotto il guanciale, non si avesse a toccare insino al ritorno del babbo, il qual avrebbe potuto soltanto dare qualche schiarimento.

Fatte queste raccomandazioni, Nicola tornò ad abbracciare la cara madre e si partì.

Qualche ora dopo che Nicola era uscito, Caterina, cui la faccenda dell’oro avea messa in una grande agitazione, si levò di letto. Ella non aveva la forza di reggersi allo impiedi; ma lo spirito dava una fattizia energia al corpo.

 

[20] Leggemmo tempo fa una importantissima opera tedesca intitolataIgiene dell’anima. In questa opera l’autore si propone di dimostrare che tal’è la forza dell’anima, che essa può debellare tutte le malattie, quante volte l’organismo non sia profondamente guasto e alterato.

Caterina, per le circostanze in cui si trovava, attinse nel suo spirito una vigoria straordinaria, per cui il malore che la travagliava parve che le si fosse ad un tratto dileguato.

La donna accudì, secondo il solito, alle faccende ed alle cure domestiche, aiutata da Marietta e da Vincenzina.

Quella mattina il piccolo Alfonso non si potè levare di letto. Il vaiuolo, che si era appreso alla madre e a due fanciulletti, Torillo e Agnesina, avea contagiato il bambino.

Con quel mucchio d’oro che riposava sotto il guanciale, Caterina non avea di che comperare un po’ di pane pe’ figliuoli e un po’ di zucchero pe’ fanciulli ammalati.

- Mamma, del pane.

- Mamma, la merenda.

- Mamma, ho fame.

Caterina volse lo sguardo verso il guanciale del letto, dov’era l’oro... Una sola di quelle monete sarebbe bastata a spandere la felicità in quella famiglia.

La tentazione fu possente; ma la virtuosa donna seppe resistervi.

- Marietta, va dalla Francesca, la panettiera all’angolo dell’Imbrecciata, e pregala da parte mia che mi mandi un rotolo di pane, che sabato glielo pagherò. Dille che mi faccia questa carità; che Dio glielo renderà su la salute de’ figli. Dille che sono parecchi giorni ch’io sono inferma, e che ho pure tre creature ammalate di morbillo. Va, figlia mia benedetta, e torna presto.

Marietta uscì prestamente colla speranza di commuovere la panettiera.

Ci ha nel mondo certe nature di uomini che le uguali non incontreresti tra li selvaggi più feroci dell’Africa centrale.

Dopo un dieci minuti, Marietta ritornò più morta che viva, e disse alla mamma, che Francesca, la panettiera, non avea voluto darle il rotolo di pane, dicendo essere suo sistema di non dare niente a credito.

A questa notizia Andrea e Vincenzina si posero a piangere perchè perdevano la speranza della merenda.

- Oh scellerata! che tu sii maledetta! Esclamò la povera donna come se avesse rivolto il discorso all’avara venditrice di pane – Possa tu vedere le tue creature languire per fame!

Dicendo ciò, la misera donna fece un supremo sforzo, si alzò dalla sedia dov’era piombata, perocchè avea sentito i ginocchi disciogliersi di sotto; si coprì la persona con un rozzo           fazzolettone per difendersi dal freddo e dall’umido (e già per tutte le sue membra correano brividi immensi), e, raccomandato a Marietta di non aprire l’uscio a nissuno, giacchè essa temea pel tesoro d’ignota provvenienza che era in casa, e acchetato i piagnolenti assicurandoli che ella sarebbe presto tornata col pane, venne all’uscio di scale, alzò il lucchetto, aprì la porta, e...

Un giovine signore a lei sconosciuto le si presentò.

 

Era Arlecchino.

 

 VIII. 

 

Arlecchino era un bel giovinotto con certi occhi neri pieni di vispezza, d’intelligenza e di furberia. Quando egli corrugava i suoi folti sopraccigli, il suo volto pigliava una espressione fiera e sdegnosa. Ma il carattere abituale della sua fisionomia era la burla, il motteggio, la caricatura.

Da alquanti giorni, una grande trasformazione erasi in lui operata. Vedremo per che ragione.

Ci era di presente qualche cosa nell’aria del suo volto che tradiva una profonda ed occulta malinconia, di cui le sorgenti erano un mistero dell’anima.

Nel resto Arlecchino, che facea tanto ridere gli altri, non rideva mai.

Questo non è nuovo nella storia de’ grandi buffoni.

È noto il caso del celebre Biancolelli, delizia del pubblico veneziano. L’ipocondria lo vinse e abbattè a tal segno che ne infermò. Un medico da lui consultato, non sapendo essere quel paziente il famoso buffone Biancolelli, gli disse che l’arte d’Ippocrate era impossente a debellare quella ipocondria tutto morale, e che l’unico rimedio che potesse guarirla si era Biancolelli.

Una misteriosa impronta della degradazione morale è stampata su la fronte di queste miserabili creature comperate a sollazzare un evirato Tiberio in miniatura o quella somma di sbadigli che si addimanda un pubblico.

Fammi ridere – grida questa fiera – Ho d’uopo di divagare le nullità della esistenza, ho d’uopo di stordire i molesti pensieri che mi conturbano l’animo; ho d’uopo di soffocare questa importuna voce che si addimanda coscienza.

Tristo mestiere egli è questo! Un’anima redenta dal sangue di Cristo Signore è rinvilita fino alle sconce parodie della scimmia.

Tra gli spettatori che ridono alle facezie del buffone su le tavole del proscenio e nelle baracche del saltimbanco può ritrovare il figliuolo di lui.

Il figliuolo non ride alle buffonerie del genitore: l’anima sua è contristata: il riso degli altri è pianto per lui; l’altrui ilarità è per lui strazio, umiliazione, vergogna.

- Che fa tuo padre? – gli domanderà qualcuno.

- Il babbo è un Pulcinella, un Arlecchino, un Pagliaccio, un Cuviello – risponderà quel misero arrossando.

E, quando, pria di coricarsi, egli andrà a baciare la mano del genitore, non alzerà gli occhi su lui.

E, quando il santo giorno della Pasqua, quel genitore benedirà, alla mensa, la moglie e i figliuoli, l’angiolo custode si coprirà colle caste ali la fronte, perocchè Pulcinella invocò la benedizione di Dio su la sua discendenza!

Una mattina, muore un caro pargoletto, il più tenero de’ figliuoli del buffone... Uno sterminato dolore tortura il cuore dell’amantissimo genitore... Egli non piangerà per tema che le sue lacrime non muovano l’altrui riso. E la sera, colla morte nell’anima, Pulcinella monta su le assi del teatro.

- Fammi ridere – grida quella belva assetata di riso che dicesi pubblico... Meno male che la maschera ricopre il viso del buffone...

Quella sera Pulcinella è freddo, insipido, noioso. Il pubblico, questo collettivo anonimo, questo spietato incognito, questo mostro da’ mille occhi, fa udire il suo fischio che agghiaccia il cuore più che quello del serpente boa.

La bocca del Pulcinella, la sola parte visibile della sua faccia, fa una smorfia che sembra un riso ed è convulsione.

I suoi occhi attraverso i due buchi del mascherino sono ardenti di lacrime.

 

 [21] Per lo spazio di dieci anni il nostro giovine Arlecchino avea divertito il pubblico nelle fiere e nelle feste de’ diversi paesi d’Italia, dov’era stato menato dal suo padrone...

Fin dalla più tenera età, il suo padrone lo aveva addestrato alle smorfie, alle facezie, alle buffonerie.

A furia di vergate, la piccola scimmia aveva imparato il mestiero.

Il piccolo Arlecchino ballava, saltava, faceva sgambetti e capitomboli: gli si erano rendute molli e pieghevoli le giunture degli arti superiori e inferiori; gli si erano a poco a poco ammorbidite le apofisi degli ossi delle giunture, gli si erano torti e ritorti il tarso e il metatarso.

Quando il piccolo Arlecchino non si mostrava abbastanza svelto nelle sue giravolte e ne’ suoi sgambetti, il Tartaglione gli applicava di tali scudisciate su le gambe che queste pigliavano tosto l’elasticità di quelle d’una rana o d’una pulce.

Oltre del ballare e del saltare, al burattino umano furono insegnati dal suo paziente padrone parecchi giochetti da divertire i rispettabili pubblici e le inclite guarnigioni.

Arlecchino imitava il canto di tutti gli uccelli e le voci di vari animali con tale verità che non era facile il distinguere il vero dalla imitazione.

Egli imitava a perfezione lo squittire dei bracchi quando inseguono la preda, il gracchiare della cornacchia, il lugubre grido del gufo e della civetta, i gorgheggi dell’usignuolo, il miagolio dei gatti, lo stridere del zigolo, il chiocciare della gallina, il cucurucu del gallo, il ragghio dell’asino, il guaire del cane battuto, il belato dell’agnello, la grottesca sillabazione del pappagallo, ed altre cotali voci animalesche.

Arlecchino imitava cogli organi vocali tutti gli strumenti da fiato, dal trombone all’ottavino, ed in questo era davvero una singolarità speciosa.

Non ci è dubbio che molto avea dovuto lavorare il Tartaglione per ridurre a quella pieghevolezza gli organi vocali del garzoncello, che si prestava con maravigliosa attitudine a questi graziosi giuochi.

Non si poteva resistere a sentire Arlecchino a fare il Tartaglia. Ci era da crepar dalle risa.

E Arlecchino faceva incassare di be’ quattrini al suo padrone.

L’intelligenza del giovinetto era straordinaria. Educato a nobili studi, quello ingegno sarebbe forse riuscito una gloria d’Italia.

Al converso, l’umana malvagità avea fatto di quell’uomo una scimmia.

Era forse per questo occulto e misterioso rammarico che Arlecchino era tristo. Un tarlo segreto rodeva l’anima sua.

Chi avesse visto il garzoncello ignudo avrebbe scorto il corpo di lui miseramente tarsiato dalle battiture del suo barbaro padrone.

Un altro tarlo che rodeva l’anima di Arlecchino era il pensiero di non aver giammai conosciuto i suoi genitori.

Quando tra la gente che formava la sua platea egli scorgea alcun fanciullo tutto roseo e felice accanto alla mamma sua, Arlecchino si turbava... Allora egli metteva un grido che produceva uno strano effetto, quello di fare scoppiare a ridere gli spettatori.

Pure, quel grido era un dilaceramento della parte più viva di quella povera anima.

E, messo quel grido, Arlecchino rideva anch’egli ... Allora il suo riso era incisivo, sarcastico, selvaggio.

Allora egli facea di tali sgambetti, di tali capitomboli, che le donne palpitavano per la vita di quel meschinello.

Arlecchino avea una rimembranza infantile che di tanto in tanto veniva a visitargli la mente come un lontanissimo sogno.

Questo sogno se gli presentava nelle brevissime ore in cui gli si dava un po’ di riposo.

L’immagine d’una donna che avea sul capo una pezzuola rossa gli si affacciava alla mente come una velatissima visione.

Nelle braccia di questa donna egli avea riposato, era stato cullato, carezzato, baciato.

Era forse la madre sua.

Ricordava, eziandio, come un fantasma imbrogliatissimo, un uomo che taroccava spesso colla donna della pezzuola rossa...

Arlecchino avrebbe dato un occhio se avesse potuto srugginire queste ricordanze; ma ciò gli era impossibile... questi annebbiati ricordi abborravano nel suo capo come le fantastiche apparizioni d’una camera oscura.

Vogliamo qui dire una particolarità, degna di essere mentovata.

Nei cartelloni che Tartaglione faceva affiggere nelle diverse città d’Italia, in cui egli piantava il suo teatro ambulante, era stampato a grosse lettere:

Il giovine artista veneziano Arlecchino, trovato bambinello esposto su le acque della Brenta, farà cose stupende e incredibili, non mai viste e non mai intese, ec. ec. ec.

Arlecchino era dunque un novello Mosè salvato dalle acque.

Ma qual’enorme differenza tra le sorti dell’antico legislatore degli Ebrei e quelle del povero fanciullo, che un infame speculatore avea involato in mezzo alla pubblica via per isfigurargli le divine sembianze dell’anima!

Arlecchino avea abbastanza buon criterio per non credere un’ette alla storiella della Brenta. Una voce misteriosa gli diceva che quel brigante del suo padrone lo avea sottratto alle carezze della madre, della donna dalla pezzuola rossa nelle cui amorose braccia egli avea passato i primi anni dell’infanzia.

Sovente Arlecchino sognava la felicità di ritrovare la madre sua. Questa speranza, gli facea sopportare con rassegnazione la detestabile sua vita.

Quando Arlecchino andò a convivere col barone di Cupaverde, non fu meno infelice, ma più tranquillo.

- Il barone mi ha comprato per divertirlo, come si compera un cagnolino od una scimmia – egli dicea tra sè – Invece di un pubblico, è un individuo, il mio mestiere non è cambiato.

Che cosa faceva Arlecchino in casa del barone?

Al pari dei buffoni dei principi, egli era ben nutricato, ben vestito, comodamente alloggiato.

Quando il barone era in casa, Arlecchino gli faceva l’ufficio di valletto o di cameriere.

Il giovine aveva uno spirito pronto, arguto, mordace: i suoi frizzi sempre felici richiamavano talvolta il sorriso sulle labbra dell’annoiato signore.

Il barone si divertiva talvolta a proporre ad Arlecchino una specie d’indovinelli, a cui il giovine solea rispondere con finissima arguzia.

[22] Per esempio, un giorno il barone gli disse:

- Che differenza ci è tra me, il ricco barone di Cupaverde, e te, il buffone Arlecchino?

- Poca differenza, eccellenza – rispose il garzone – A me il rispettabile pubblico ride in faccia;a voi alle spalle.

- E che differenza ci è tra te e una scimmia?

- Una sola, eccellenza.

- E quale?

- L’anima.

Il barone parve scosso da questa risposta, che egli non si aspettava dal labbro del buffone: aveva atteso una risposta buffonesca, spiritosa, tagliente.

Quella parola era stata un vivissimo dardo di fuoco scoccato dalla balestra di Dio... Quella parola avea sprizzato una gran luce improvvisa su quella entità singolare.

Arlecchino avea gittato via la sua maschera.

Ci erano momenti di pessimo umore, in cui il barone fastidiva puranco la presenza del grazioso valletto.

Arlecchino vide un giorno in pericolo la sua situazione in quella casa. Il barone sembrava essere di lui annoiato. Il giovine prese un partito: entrò nella stanza del suo signore.

- Signor barone – gli disse – io vi licenzio dal mio servizio.

A questa brusca e curiosa stramberia, il barone scoppiò in una risata.

Ciò non gli era dianzi quasi mai avvenuto.

Arlecchino avea ottenuto un pieno trionfo; la sua posizione era ormai assicurata.

- Non ci è da ridere, signor barone – continuò il garzone con la massima serietà – Vi siete fatto insopportabile. Facciamo i nostri conti e statevi bene.

- Chieggo mille scuse a vostra eccellenza – disse il barone con comica umiltà – farò di emendarmi.

 

Ora dobbiamo narrare un fatto, che sviluppò nel giovine Arlecchino i germi di una novella esistenza.

Nel mese di ottobre di quell’anno 1815, il barone, in compagnia del suo segretario, era ito a visitare le sue terre nella provincia della Basilicata.

Arlecchino si vide per alquanti giorni padrone di sè stesso.

La mattina egli facea lunghe passeggiate, prediligeva i luoghi solitarii, le ridenti campagne che circondano Napoli... Amava di sprofondarsi nei suoi pensieri. Di abbandonarsi alla tristezza ch’era nel fondo dell’animo suo.

Egli sedeva talvolta su qualche macigno, su la vetta di qualche ermo poggiuolo, donde la vista potesse spaziare su le valli circostanti.

Nella solitudine, nel silenzio, nella dolce quiete dei campi, egli si sentiva sollevato in quella ima ipocondria che gli gravava su l’anima.

Arlecchino rimaneva lunghe ore immerso in una vaga meditazione.

Dio solo ha il segreto di que’ pensieri.

Dacchè avea l’uso della ragione e la coscienza di sè stesso, quello sventurato non avea giammai sentito a parlare di Dio.

Una strana confusione si faceva nella sua mente.

- Che cosa è questo universo – egli dovea pensare – Perchè tra cotanta quiete universale, tra cotanta armonia di natura, si agita l’uomo nelle convulsioni del dolore? Che scopo ha la vita umana? A quale ordine provvidenziale risponde l’esistenza di un uomo balestrato tra tanti bisogni, tante passioni, tante oppressioni e tante lacrime? Chi ha creato il dolore? che cosa è la morte? che cosa è al di là? ci è o no un di là? La presente vita è il prologo di un dramma o è tutto il dramma?

Queste tesi dovevano aggirarsi nella mente incolta del giovinetto, senza ch’egli sapesse risolverne alcuna.

Alle quali probabilmente si aveano ad aggiungere queste altre:

- Perchè una porzione degli abitanti della terra godono tutt’i beni della umana vita e un’altra porzione languisce nella inedia e nella fame? Perchè i più perversi sono i più favoriti? La virtù non è forse un nome vacuo ed una burla crudele? Perchè nasce l’uno deforme, povero, infelicissimo, e l’altro sano e bello della persona, ricco e destinato a raccogliere tesori, terre e palagi? perchè a tanti è diniegato benanco il conforto delle materne carezze? perchè una vasta miniera di afflizioni e di conturbazioni è nel fondo medesimo dell’anima? perchè tante infermità travagliano l’uomo? Che scopo ha l’apparizione di una esistenza falciata nella cuna?

Questi eterni problemi che da seimil’anni l’uomo si agita a risolvere senza mai riuscirvi, gittarono la povera mente di Arlecchino in una tristezza cupa e profonda.

 

Una mattina, egli prese un’erta campestre e solitaria che dalla lugubre via delle Fontanelle mena ad un’altra che domina le valli circostanti.

È un sito malinconico e deserto.

Arrivato su quell’altura, Arlecchino si fermò...

Il suono dell’organo colpì il suo orecchio: partiva questo suono da una solitaria chiesuola poco discosta.

Arlecchino non era mai entrato in una chiesa, od almeno non ricordava di averne mai visto alcuna.

La disposizione dell’animo suo, il bisogno di rivolgere i suoi pensieri ad una sfera superiore, attirarono il giovine il quel sacro recinto.

Pochi divoti erano nella chiuesuola, si cantava la litania alla Santissima Vergine Maria.

Arlecchino sedè ad un banco e si fe’ il segno della croce.

Per una ignota ineffabile tenerezza che gli si era desta nell’animo, i suoi occhi s’inumidirono. Egli voleva recitare un’avemmaria, ma non potè venirne a capo, perciocchè non ricordava le parole di questa prece.

Ma, come il suo labbro proferiva le prime parole della salutazione angelica, un caro lontanissimo fantasima se gli affacciò alla mente.

Certo, la madre sua gli avea messo sul labbro quelle parole, di cui egli non intendeva il significato, ma che gli faceano palpitare il cuore per un cumolo di annebbiate ricordanze infantili.

Poco discosto da lui era seduta, al fianco d’una donna attempata una giovanetta, tutto raccolta su la persona e di sembianze dolcissime e care.

Era una fanciulla del popolo: avea sciolti i capelli nerissimi che le cascavano su per gli omeri, ombreggiandole il collo d’un’artistica perfezione. Aveva una veste nera filettata di bianco, come sogliono portarle le giovanette che, campate da grave infermità o da altro pericolo, portano quel segno di un voto che fanno alla Madonna.  

[23] Quella veste nera dava uno spicco grandissimo alla bianchezza matta della carnagione

Essa alzò gli occhi un momento, e incontrò lo sguardo di Arlecchino.

Gli occhi della giovanetta erano grandi, e più grandi sembravano per le dilicate fattezze del volto.

La giovanetta arrossò lievemente; chinò il capo, e parve distratta. Poco stante risollevò novamente gli occhi, li sospinse verso il garzone, del quale incontrò di bel nuovo gli occhi pieni di fuoco ch’erano fissi su lei.

Da questo momento i due giovani si sentirono attirati l’uno verso l’altro da una forza superiore.

Tutto sparì dinanzi a loro... Una luce soavissima di paradiso, rivelatrice di novella esistenza illuminò le loro anime... I loro petti erano oppressi, accese le loro labbra.

Chi era quella giovanetta?

Chi era quel garzone?

Breve distanza li divideva... Essi si guardavano... si guardavano... Parea che da gran tempo si conoscessero.

L’organo zittì, e con esso le preci alla Madonna.

- Paolina – disse la donna che doveva essere la madre della giovanetta – andiamo a baciare la mano di Padre Agostino, e andiamo via, che gli è tardi.

Paolina (così nomavasi la giovanetta) ebbe un soprassalto. Non le pareva ormai possibile di partirsi di là.

Essa si levò, e volse un’occhiata all’angiolo ch’erale apparso in quella chiesuola.

Indi, mosse colla mamma verso un confessionale, dov’era Padre Agostino, ch’era forse il confessore delle due donne.

Arlecchino avea seguito cogli occhi la fanciulla, e non la perdea di vista.

Le donne s’intrattennero pochi momento col monaco.

Padre Agostino era de’ Frati riformati di San Francesco della Sanità, il cui convento, che un tempo era vastissimo fu nel 1800 disfatto in gran parte per la costruzione del ponte.

Le donne uscirono dalla chiesuola e s’incamminarono per quella campestre discesa.

Arlecchino le seguì.

Come le donne furono giunte appo l’antico convento di Santa Maria della Vita, entrarono nel Supportico dello stesso nome e si cacciarono in un palazzetto poco più largo di un metro, dove sparirono agli occhi del garzone.

La fanciulla avea rivolto un’ultima occhiata al bel garzone che l’avea seguita.

Arlecchino sentì schiantarglisi il cuore quando gli fu dileguata dagli occhi la cara angioletta, i cui sguardi amorosi gli aveano messo nelle fibre una nuova e malinconica voluttà, che operava una trasformazione nell’essere suo.

Nessuna finestra o balcone rispondea sul portoncino in cui erano entrate le due donne.

 Arlecchino si aggirò per oltre un quarto d’ora in quelle circostanze.

La casa dove abitavano le due donne non avea dunque alcuna apertura nel Supportico.

Arlecchino avrebbe dato tutto il resto della sua vita per rivedere un’altra volta quel carissimo visino così dilicato d’ineffabile candore.

Se egli fosse stato sicuro che la fanciulla uscisse novamente in quel dì, non si sarebbe allontanato dal Supportico della Vita.

Bisognava ritornare il dì vegnente. All’alba, egli sarebbesi ritrovato colà.

Andò per via triste come una mala giornata.

 

  IX.

 

 Quando Arlecchino ritornò a casa del barone di Cupaverde, ebbe uno stringimento di cuore nel salire le scale.

Che cosa era egli in quella casa? Un buffone!...

Un pensiero il fece fremere e raccapricciare... Se un giorno, quell’angiolo che gli era apparso gli domandasse il suo nome, non morrebbe egli di vergogna nel dire: Io mi chiamo Arlecchino? – ovvero nel confessare di non aver lui nome veruno?

Salì quella scale, come un condannato a morte sale i gradini del patibolo.

Entrò nella sua stanza e si gittò a sedere sovra un seggiolone, dove rimase alquante ore immobile.

A che pensava Arlecchino?

Novantanove su cento de’ miei lettori non tarderanno a rispondere che egli pensava alla giovanetta che avea veduta nella chiesuola, e noi pure crediamo con loro che i suoi pensieri fossero diretti a quella cara creatura.

Scommettiamo che quella notte Arlecchino non potè chiudere gli occhi al sonno.

Gl’innamorati non dormono e Arlecchino era innamorato.

 

Come spuntò l’alba il giovine balzò dal letto, si vestì, e giù in istrada.

Prese la volta della via delle Fontanelle.

Arrivò presto al monastero della Vita, e si cacciò nel Supportico.

Faceva una bellissima giornata di ottobre, una di quelle giornate che riempiono di beoni le bettole delle campagne che circondano la città nostra.

Se non fosse stato per la speranza che la fanciulla uscisse con la mamma, Arlecchino avrebbe fatto un tiro de’ suoi, e sarebbesi cacciato nel portoncino dove abitava l’angelo suo.

Erano le otto del mattino, quando Arlecchino, che aspettava da circa due ore, vide uscire dal portoncino una donna... quella che il giorno innanzi accompagnava la giovanetta.

Arlecchino la vide svoltare il Supportico e sparire nella strada di San Vincenzo.

La fanciulla era rimasta sola in casa: così almeno dovea credere Arlecchino.

Per la prima volta il garzone si sentì timido.

Ciò nondimeno, un potere irresistibile il dominava.

Entrò nel portoncino...

Le scale erano buie, anguste e dirupate...

Arlecchino salì a tentoni...

Alla seconda branca delle scale, si trovò dinanzi a un breve usciolino...

Qui vennegli meno addirittura il coraggio.

Fu costretto di appoggiarsi al muro, perchè sentiva scoppiarsi il cuore.

Afferrò la corda del campanello, e non si arrischiò di sonare.

Di chi avrebbe egli dimandato?

Era quella la casa del suo angiolo od abitava ella ad uno dei piani superiori?

Ad ogni costo egli volea rivederla: era suprema necessità ch’ei la rivedesse. Oramai, egli era risolutissimo di non partirsi senza aver riveduto quella cara fanciulla e senza averle parlato.

Non vi stette a pensare più oltre, e trasse la corda del campanello.

Rimase pochi istanti in una febbrile perplessità.

- Chi è? – domandò una voce di dentro, una voce di donna.

Arlecchino indovinò nel cuor suo, non essere quella la voce dell’angelo suo.

- Amici – egli rispose, secondo la costumanza di Napoli.

L’uscio fu tosto aperto.

[24] Nella penombra, il garzone scorse una donna che avea nelle braccia un puttino.

- Scusate, buona donna; abita costà una madre ed una figliuola assai bella, come un angelo, che porta una veste nera di voto?

- La signora Almerinda?

- Per lo appunto – rispose Arlecchino per dare a divedere ch’ei conoscesse già la famigliuola.

- All’ultimo piano, sul terrazzo – rispose la donna, e richiuse l’uscio, mentre il giovine proferiva un mille grazie, e si accingeva a salire.

Dunque la donna che accompagnava la fanciulla era la madre di costei, e si chiamava la signora Almerinda. Era dunque una signora, probabilmente una vedova, caduta in bassa condizione di vita. Oh! se fosse dato a lui Arlecchino di poter giovare ad una immeritata povertà!

Queste rapide considerazioni dovette fare il nostro garzone nel salire quelle scale che menavano all’abitazione della sua fata.

Eccolo sul terrazzo.

Alla dritta, era una caserella...

Arlecchino ebbe a trasalire.

La giovanetta era seduta ad un angolo del terrazzo. Rimendava una pezzuola, godendo de’ raggi del sole di quella incantevole giornata di ottobre.

Scorgendo il garzone, ella mise un grido, e tutta si fe’ rossa in viso.

Arlecchino era rimasto come rapito in un’estasi divina.

Quell’angelo gli parve assai più bello.

Se le appressò; le fece un grazioso saluto e le disse con voce tremante per commozione grandissima:

- Scusate, signorina, se mi presento così bruscamente agli occhi vostri. Non ho saputo resistere al desiderio che avevo di rivedervi...

Era lontano dalla fanciulla un quattro o cinque passi.

Ella sembrava imbarazzatissima.

- Signore, mia madre non è in casa... Io sono sola... – mormorò cogli occhi bassi e col volto acceso da un incendio.

- La signora Almerinda è uscita? – esclamò Arlecchino facendo le viste d’ignorare che la signora non era in casa – Non sarò indiscreto, signorina... Vado via subito.

E dava un altro passo verso di lei...

E ogni parola, ogni movimento del giovine era accompagnato da un balzo di cuore della fanciulla.

- Se voleste soltanto dirmi il vostro nome – disse il garzone per assicurarsi del nome di lei e congiungendo le mani come chi prega per ottenere una grazia.

- Paolina – mormorò la giovinetta.

- Paolina! – esclamò egli – Ecco un nome che da ora in poi starà sempre sul mio labbro.

- Voi sapevate il nome di mia madre! – osservò la fanciulla per dar campo al giovine di trattenersi pochi altri momenti.

- È vero..., signorina Paolina – rispose Arlecchino con alquanto impaccio – Io conoscevo il nome di vostra madre, ma non il vostro. Grazie, Paolina, grazie di avermelo detto.

- E voi come vi chiamate? – si arrischiò a dire la fanciulla, senza levare gli occhi dal suo lavoro, su cui dal momento che quel bel giovinotto era alla presenza di lei, l’ago iva a sghembo.

Arlecchino non avea preveduto questa interrogazione naturalissima che la fanciulla gli avrebbe fatto: restò grullo.

Per la prima volta, una suprema vergogna di sè gli fe’ arrossare il volto.

Stette pochi momenti in silenzio... Bisognava rispondere e subito, altrimenti un più lungo indugio avrebbe dato a credere alla fanciulla aver lui motivi di tener celato il proprio nome.

- Io mi chiamo Gabriele – disse mortificato della bugia ch’era stato costretto a proferire.

Non si creda che questo nome di Gabriele gli fosse venuto sul labbro come qualunque altro.

Spesse volte, nelle solitarie sue meditazioni, egli avea pensato che sarebbe stato felice di nomarsi Gabriele. Questo nome era per lui una melodia, delle cui segrete dolcezze non sapea rendersi ragione. Sapea solo che questo è il nome d’uno de’ più begli angioli di Dio.

- Voi non siete di Napoli? – continuò la fanciulla di cui l’ago s’imbrogliava sempre più.

Ecco un’altra domanda semplicissima, alla quale impertanto egli non sapea che rispondere, ed a cui pur bisognava dare pronta risposta.

- No, Paolina, io non sono di Napoli... Nacqui a Venezia.

Questa non era nè una verità nè una bugia, dacchè egli non ne sapea niente.

- Voi non avete il babbo, Paolina? – dimandò alla sua volta Arlecchino per tema che la cara creatura gli facesse qualche altra interrogazione, cui egli non avrebbe saputo che risposta dare.

La fanciulla chinò su le ginocchia in atto malinconico il braccio che tenea sospesa la pezzuola, su la quale lavorava, trasse dal seno un profondo sospiro, e disse:

- Il babbo è morto or son tre anni, il giorno di Santa Caterina.

Un’aura di lutto si cosparse su le dolci sembianze di lei.

- Anch’io sono orfano, Paolina – si affrettò a dire Arlecchino prima che la giovanetta lo interrogasse intorno a’ genitori di lui.

- Voi non avete nè il babbo, nè la mamma, Gabriele! – dimandò la fanciulla con un accento di pietà profonda, levando le bellissime luci sul viso del garzone.

Questa simile sventura ravvicinò vie più quei due cuori.

Essi chiamavansi già co’ loro semplici nomi.

I loro occhi s’incontrarono e rimasero intenti a riguardarsi un pezzo per una irresistibile attrazione.

La pezzuola restò abbandonata su le ginocchia della fanciulla.

I loro volti si erano scolorati.

Nissuno di loro due parlava più. I loro occhi si diceano tante cose. Che bisogno ci era della parola?

Ci è un istante di felicità nella vita che tutt’i beni di questa terra non possono pagare abbastanza.

Questo istante di felicita è nella espressione dello sguardo dell’amata donzella o del diletto garzone.

Quelle due creature assaporavano le delizie degli angioli nel cielo.  

[25] Un raggio di sole venne in quel momento a porre un’aureola su i capelli della fanciulla.

Era la beatificazione della innocenza così cara a Dio.

Arlecchino fu in procinto di cadere in ginocchio.

- Paolina – disse finalmente il giovine appressandosi a lei come attirato dalla forza magnetica di quegli occhi soavissimi – voi siete il più bello degli angioli del cielo; voi mi siete apparsa tante volte nei miei sogni... Quando ieri vi vidi in quella solitaria cappella, io vi riconobbi.

- Voi mi riconosceste? – dimandò maravigliata la fanciulla.

- Sì, vi riconobbi: perchè tante volte io vi avevo riveduta ne’ miei sogni, o Paolina; ed ora che vi ho trovata, io non ho più volontà, non ho più forza. Io non so chi voi siate, ma che m’importa? Dal momento che vi vidi nella cappella mi accorsi di aver trovato una parte di me stesso. Mi gitterò ai ginocchi di vostra madre, e la pregherò che mi accordi la grazia di permettere che io vi vegga ogni giorno, anche per un istante. Vedervi ogni giorno e adorarvi in silenzio; ciò mi basterà. E se vostra madre non acconsenta a soddisfarmi di questa innocente mia brama, io mi arrampicherò come lucertola a’ muri per vedervi, mi caccerò su pel tetto come scoiattolo, mi trasformerò in un raggio di sole.

La fanciulla era tutto rapita a queste parole del bel garzone, che dovevano scenderle al cuore come celesti melodie.

Con tutto ciò, ella era agitata.

- Se qualcuno salga in su questo terrazzo! – ella dicea – Allontanatevi, Gabriele. Se qualcuno mi vegga a parlare con un giovine, non mancherà di rapportare questo alla mamma, ed io morrò di confusione e di vergogna.

- Eh, via Paolina! non ci è di che vergognare. Non venni quassù con propositi indegni... Sono un giovine onesto... Mi presenterò alla signora Almerinda.

- Sì, sì, Gabriele, aspettate giù che ritorni a casa la mamma... Ella non può indugiare. È ita fino a San Severo alla Sanità per ricogliere certi denaruzzi da una sua comare che abita quivi. È la faccenda di mezz’ora.

- E se io l’aspettassi qui, Paolina?

- No, no, Gabriele; non fate ciò... La mamma mi sgriderebbe e forse peggio, e noi non potremmo forse mai più rivederci.

Ci era un gran cordoglio in queste ultime parole.

- Bene, bene, Paolina, aspetterò giù la signora Almerinda... Ma dite, Paolina, dite se vi farebbe piacere che ci vedessimo ogni giorno.

- Si, sì, Gabriele – rispose con vivacità la fanciulla.

Dovè fare uno sforzo prodigioso Arlecchino per non islanciarsi al collo della giovanetta; ma da tutto il suo sembiante traspariva una gioia che non avea confini...

- Paolina, come siete bella!... Oh se voi poteste essere qui nel mio dentro!... Sono così contento!

E qui Arlecchino, come per forza di abito antico fece un capitombolo di quelli che sogliono fare per ruzzo i monelli; ma il fece con tanta grazia, con tanta sveltezza, con tanta levità, che la fanciulla non potè far di meno di ridere.

- Vi ho detto, Paolina, che io saprei arrampicarmi per le mura come una scimmia per vedervi – disse Arlecchino – e siate certa che se la signora Almerinda non fa la tiranna, e vi sequestra a beneficio esclusivo de’ ragni e de’ mosconi, saprò ben io trovare il mezzo di bearmi nella vostra vista dolcissima.

Detto ciò, d’un balzo fu su le scale.

  

 X.

  

Occorre di presente dir qualche cosa intorno alla signora Almerinda ed alla sua figliuola, delle quali i nostri lettori hanno già fatto conoscenza.

 

La signora Almerinda era vedova del cuoco maggiore del principe di Canneto, gentiluomo di Camera di entrata di re Ferdinando IV.

Monzù Ignazio Rotella, era morto di crepacuore per l’acciacco che era stato fatto alla Corte di Napoli dall’imperatore Napoleone; giacchè è a sapere che Monzù Ignazio era più del suo padrone affezionato alla famiglia de’ Borboni, e s’intendeva di politica come di manicaretti e di fricassee: il suo cuore era rimasto accismato dal colpo che avea diviso in due il regno delle Due Sicilie: ne avea preso una malinconia grandissima; e se ne andò in paradiso giovine ancora, che non toccava peranco l’ottavo lustro, lasciando la moglie e una figlioletta di sei anni ch’era un piacere a vedere, tanto era bellina e aggraziata.

Il principe di Canneto, uomo caritativo, assegnò una pensione vitalizia di sei ducati il mese alla vedova del suo cuoco, la signora Almerinda, la quale avea qualche decinella di anni di più del difunto suo consorte.

Con sei ducati il mese non ci è da scialacquare nè da accivanzarsi per la vecchiaia; per che la vedova Rotella, ch’era una donna a modo e di civili natali per cui la si domandava signora, si andò alla meglio procacciando un po’ di lavoro, come quella che non volea tenere debiti ed obbligazioni con nessuno.

Di costumi onestissima, allevata nel sentimento e nelle pratiche della religione, la signora Almerinda prese a spendersi tutta per la educazione della sua bambina: le istillò nel cuore i germi della cristiana virtù; l’allevò nel santo timore di Dio; l’avvezzò alla fatica, alla vita casalinga, al raccoglimento, al silenzio, custode dell’anima; ebbe cura che la piccina non si accontasse con le fanciulle del basso popolo, e la tenne lontana da quelli svagamenti che riescono così dannosi alla immaginazione delle giovanette.

Paolina crebbe tra le quattro pareti della stanza materna: usciva la domenica e i dì festivi colla mamma per trarre alla chiesa o a casa di una comarella della signora Almerinda, colla quale costei era in grandissima intrinsechezza, e che le procacciava lavori d’ago con che sopperire alla scarsa pensione.

[26] Venuta grandicella, Paolina appalesò una indole dolcissima; bensì era timida, anzi paurosa, non conosceva del mondo più in là di quanto alla innocenza è dato conoscere. Ogni piccola cosa eccitava la sua curiosità infantile; si era creato nella mente un piccolo mondo popolato di santi e di cherubini; nessuna voglia di quelle così naturali alla femminea natura, di ninnoli ed ornamenti, nessun desiderio che non fosse consentaneo alla sua indole soave e modesta, nessuno di que’ tedii delle faccende domestiche, dei quali son prese a volta le accivettate fanciulle.

Con tutto ciò, Paolina avea qualche ora di malinconia, misteri indefinibili della verginità.

Questa malinconia aveva una doppia sorgente; l’una era ne’ profondi dell’anima, e non avea ragione di essere, tranne in quel bisogno ineffabile di amore che sbuccia coi primi fiori dell’adolescenza; l’altra era una pietà gentile per le altrui sventure e segnatamente per quelle fanciullette ch’ella vedea talvolta in istrada cenciose e scapigliate correre appresso a’ passanti per chieder loro un tornesello da comprar pane.

Da parecchi anni la signora Almerinda abitava colla figliuola nel Sopportico della Vita alle Fontanelle; ivi tutto il quartieruccio della povera vedova non era composto che d’una stanza e d’una cucinetta sul terrazzo; ma quella stanza era sempre pulita, sempre rinfrescata d’aria e di luce, sempre spazzata per bene e spolverata e rassettata; fin tra le travi che erano scoperte iva lo scopino a disfare le ragnatele.

In questa stanzetta nessun fumo di seccaticce, come nelle case di umil condizione; perocchè nel modesto fornello della cucina non si bruciava che carboni; colà il naso non facea mai smorfia veruna, come giovialmente si esprime ne’ suoi Almanacchi igienici il dottor Mantegazza.

La benedizione di Dio, la nettezza e la pace rallegravano quella casetta, che il sole visitava con tanto amore per dieci ore il giorno in està e per sei ore nel verno.

La povertà onesta, laboriosa e pulita è grazia celeste; è felicità sulla terra eparadiso al di là. Oh! se tutti ne sapessero apprezzare lo inestimabile bene.

 

Un giorno, la signora Almerinda, ch’era una donna pia e compassionevole, menò la giovanetta Paolina appo una povera famiglia, che i nostri lettori già conoscono, la famiglia del muratore Aniello Falcone in sulla via di San Vincenzo.

Non sappiamo come la signora Almerinda venisse a conoscere la Caterina e le miserie in cui la famiglia di costei travagliava. Fatto è che non poche volte la buona vedova Rotella, con tutto che poverissima ella pur fosse, andò a recare colà ora il pane ed ora la parola della carità evangelica; per che quella desolata famigliuola non la vedea giammai senza una consolazione grandissima.

La vedova teneva un salvadanari, in cui poneva in serbo i treccallucci che risecava su le spese giornaliere, e nel quale ella si acciviva pel dì del Giudizio, avendo letto ne’ sacri Libri che in quel giorno terribile le sole opere di misericordia saranno gli avvocati che difenderanno le cause delle anime giudicabili. Bella e sublime credenza!

La signora Almerinda menò dunque la figliuola Paolina a casa della Caterina.

Lo spettacolo di quella desolante indigenza toccò il cuore della piccina in guisa che ella non potè frenare le lacrime.

Non abbiam d’uopo di aggiungere che la buona e cara giovanetta prese da quel giorno ad amare come suoi fratelli i figliuoli della Caterina e segnatamente la Marietta, ch’era la più grandicella e la Vincenzina e l’Agnesina, le quali due ultime la signora Almerinda sovente menavasi a casa per far piacere a Paolina, che di ciò la richiedeva con vive premure.

Talora le tre fanciulle rimanevano sole in casa per qualche ora, atteso che la signora Almerinda andava fuori per sue faccende.

Allora, Paolina facea l’ufficio di madre e d’istitutrice alle due piccine del muratore, e dicea loro quello che era ne’ libri ch’essa leggeva, la vita di qualche Santa; ovvero spiegava loro la dottrina cristiana, come la mamma o Padre Agostino confessore la spiegava a lei.

Non di rado avveniva che il sangue fanciullesco pigliava il di sopra. In tal caso la Paolina si facea bambina come le altre due piccole amiche; e le avresti vedute a correre alla gatta cieca od al capo a nascondere o ad altri simili giuochi infantili.

 

Alquanti mesi prima che Almerinda menasse Paolina nella cappelletta su l’erta della Vita, costei era stata colta dal vaiuolo spurio, che l’avea messa a due dita dalla fossa.

Chi può dire l’angosciosa perplessità della povera madre, delle notti vegliate accanto al capezzale della diletta figliuola, de’ ceri mandati a San Vincenzo e delle litanie alla Madonna? Chi può dire in quali palpiti vivesse la tenerissima genitrice per la vita di quell’unica sua consolazione, di quello angelo che le rendeva meno triste la solitudine della vedovanza?

Ella promise alla Vergine Madre de’ Sette Dolori che se le avesse risparmiata la vita della figliuola senza che il gentil visino fosse rimasto offeso dalla prava indole del morbo, avrebbele regalata una nuova lampada di argento e due libre di cera vergine, e la ragazza avrebbe vestito l’abito di voto per sino al dì in cui fosse andata a marito. Oltre a ciò votò la pia donna ch’ella sarebbe ita ogni sabato per lo spazio di un anno a spazzare la cappelletta della chiesa di San Vincenzo, dov’era appunto l’effigie della Madre dei Dette Dolori.

E la Madonna e San Vincenzo le fecero la grazia della vita della fanciulla, e sì che ben meritavasela quella pia e santa donna, la quale nella sua povertà teneva il salvadanaro pe’ più poveri di lei.

E fu un vero miracolo che non pur campasse al fiero morbo la trilustre giovanetta, ma che intatto ne rimanesse d’ogni lue quel visino gentile e caro, il quale non riportò altro segno della sofferta infermità che una pallidezza per cui vie più spiccavano quei grandi e begli occhi.

La signora Almerinda attenne la promessa fatta alla Madonna e a San Vincenzo; la lampada d’argento fu comperata con un denaruzzo accumulato in sei o sette anni, e i ceri furono mandati alla chiesuola; e la giovanetta vestì l’abito di voto, tutto nero filettato di cordoncini bianchi; e la signora Almerinda se ne andava ogni sabato mattina, alle prime luci del giorno a spazzare il suolo della cappelletta dell’Addolorata nella chiesetta di San Vincenzo.

Stavano così le cose allorchè Arlecchino vide per la prima volta la pallida fanciulla.

L’impressone che la vista del bel garzone lasciò nel cuore della fanciulla non fu meno profonda di quella che ne riportò Arlecchino.

Paolina tornò a casa quel dì assai distratta, pensierosa. Quella mattina, lasciossi cader di mano parecchi oggetti, un bicchiere, un piatto. Nel fare la calza, più d’una volta si fe’ cascare la maglia e fe’ corda: e s’imbrogliò a ripigliare. La sera nel recitare il rosario, pensava al bell’angiolo che le era apparso in quella cappelluccia, e crediamo apporci asserendo che tutta la notte la ragazza ebbe dinanzi alla mente i begli occhi del giovinotto.

  

  [27] XI. 

 

Arlecchino stette giù nel portoncino ad aspettare il ritorno della signora Almerinda.

Che cosa le avrebbe detto? Non ne sapeva niente. Affidossi alla ispirazione che gli sarebbe venuta in quel momento.

Aspettò una mezz’ora allo incirca, che fu un secolo per lui.

Com’ei vide appressarsi la signora Almerinda, le andò incontro con risolutezza.

- Signora, dovrei dirvi una parola.

La signora si fermò e guardò fiso il giovinotto, ch’essa non riconobbe, non avendo fatto attenzione a lui nella cappelletta di su la Vita.

Dicemmo che Arlecchino era vestito in modo da farsi credere un giovine signore.

- Con chi ho l’onore di parlare? – dimandò la signora Almerinda.

Io mi chiamo Gabriele, ed appartengo alla casa dello eccellentissimo signor barone di Cupaverde don Sergio Silvio Cosimo.

- A che debbo servirvi?

- Signora Almerinda – seguitò il giovine – io sono pazzamente innamorato di vostra figlia Paolina.

La donna fe’ un passo indietro.

- Voi, signore?

- Io, proprio io.

- E dove conosceste mia figlia?

- Ieri, nella cappelletta della Vita.

- Or mi ricordo – disse la donna – Voi eravate seduto poco discosto da noi?

- Precisamente.

- Signore, io sono confusa, imbarazzata... – mormorò la povera signora Almerinda che non si aspettava a quella brusca dichiarazione – Vi confesso che... Ma voi siete così giovine! Che età avete?

- Non vi date pensiero della età mia, signora Almerinda... Io sono meno giovine di quello che sembro... D’altra parte, il cuore non consulta la fede di nascita.

- Ma insomma, quali sono le vostre intenzioni, signor mio? – dimandò la vedova, ricomposta della sorpresa che la dichiarazione del giovine aveva riprodotta in lei.

- Le mie intenzioni sono semplici e sante, signora Almerinda – rispose Arlecchino con franca e bizzarra risolutezza – Io non bramo altro che vedere ogni giorno quell’angelo di vostra figlia.

- Vederla ogni giorno! Come s’intende ciò? Io non contrasterò al vostro piacimento, quando avrò parlato coi vostri genitori, e quando nessuna difficoltà sorgerà per un legittimo e santo matrimonio. Ma queste non sono cose da aggiustarsi così in strada, su due piedi. È d’uopo che se ne parli posatamente. Prima di tutto, è necessario che sappiate che mia figlia non ha nessuna dote...

- E chi vi parla di ciò, signora Almerinda? – rispose Arlecchino – Io non vengo a chiedervi denaro, non voglio denaro. A me occorre soltanto di vedere ogni giorno quell’angiolo che avete in casa, e voi nol mi potete in coscienza impedire, giacchè il venerare i santi e gli angioli è libero a tutt’ i mortali, a tutt’ i fedeli.

- Io credo che vogliate celiare, mio buon signore – disse la vedova di malumore come chi di botto si senta dileguare una illusione – Mia figlia non è una santa da venerarsi in chiesa; e, avvegna che fosse, non terrei per questo l’uscio di casa mia aperto a chiunque volesse venire a sbirciarla, sotto il pretesto di accomandarsi alle preci di lei. In somma, se voi, mio buon signore, avete rette intenzioni e volete fare davvero e sposare presto presto la mia bambina, io permetterò che di tempo in tempo la vegghiate, me presente, e sempre che avrò parlato e conchiuso il tutto coi genitori vostri; altrimenti, andate con Dio, chè mia figlia non è di quelle bambine colle quali, capite?... si passa il tempo; ed io con vostra licenza, non sono di quelle mamme, che si cattivano con quattro fronzoli e che fingono di dormire o si addormentano davvero quando i cascanti delle figliuole sono su a cianciare con queste. Con me si ha da battere una via retta ed onestissima, onde, mio buon signore, io non vi darò più retta che quando verrete col vostro papà a chiedermi formalmente la mano di mia figlia. Ora, statevi bene.

Detto ciò, la signora Almerinda voltò le spalle al giovine, e prese la volta del suo palazzetto.

Arlecchino restò un bel pezzo come un grullo, poscia, col capo chino, a lento passo, e tutto accipigliato si pose a camminare per la via delle Fontanelle.

A che pensasse il giovinotto nol sapremmo già dire; ma certo ch’ei dovette un buon tratto almanaccare senza conchiudere niente.

Ben vero, egli amava Paolina con tale passione che non poteva più vivere senza l’oggetto del suo amore...

Come fare per vedere ogni giorno la fanciulla?

Ecco il problema che si aveva a risolvere.

Intanto il barone di Cupaverde fu di ritorno dalla sua gita nella provincia di Basilicata, e Arlecchino non si potè più allontanare dalla casa.

 

Dopo non guari dalle cose che abbiamo narrato, avvenne il fatto del furto commesso dal muratore Aniello su la persona del barone.

La sera stessa costui incaricava Arlecchino di fare una visita al muratore Aniello Falcone per dare a lui (il barone) minuta contezza dello stato e della famiglia dell’operaio.

Il barone non avea palesato ad Arlecchino la turpe azione commessa dal Falcone.

Noi lasciammo il giovine Arlecchino nel momento in cui si trovò di fronte a Caterina, che si accingeva ad uscire con tutto che ammalata per andare a provvedere d’un cibo l’affamata famiglia.

Probabilmente, la povera Caterina si recava a chiedere un soccorso alla caritativa signora Almerinda, che era sempre la ultima sua àncora di speranza.

 

Era scorso poco più di un mese dal giorno in cui Arlecchino avea veduto per la prima volta la giovanetta Paolina.

 

[28] XII.

  

- Abita qua il muratore Aniello Falcone? – dimandò il giovine messo del barone di Cupaverde alla donna che avea dischiuso l’uscio.

- Sì, signore – rispose Caterina con vaga inquietudine alla vista di quel bel giovinotto.

- Permettete che io mi riposi un poco: vengo da molto lungi – disse Arlecchino per avere un pretesto di entrare in casa del muratore.

- Favorite – rispose la donna, invitando il giovine ad entrare – Dovete accomodarvi ad un povero tugurio.

- La casa de’ poveri è un tempio, mia buona donna – soggiunse il garzone cacciandosi in quella unica stanza.

Caterina andò a cercare la sedia meno spagliata e meno vacillante ch’era in casa, e la offerì all’ignoto visitatore.

- Accomodatevi, signorino.

Arlecchino si sedè dicendo con bel garbo:

- Grazie, mia buona donna.

Intanto, un rapido sguardo balestrato all’intorno di quella stanza fe’ chiudere per pietà il cuore del giovine.

Tutto presentava l’aspetto della più squallida indigenza.

Nel letto, tutto sossopra e coverto di cenci, erano i fanciulli ammalati, i quali avevano levato il capo nel vedere apparire uno sconosciuto.

Marietta tenea nelle braccia la piccola Filomena.

Andrea e Alfonso si erano appressati al giovine visitatore, e lo affisavano con infantile curiosità.

Vincenzina erasi accomodata alla mamma.

Tutti questi fanciulli avevano scolpita la fame su i sembianti.

- Questa è la vostra famiglia? – dimandò Arlecchino – Questi bambini sono tutti vostri figliuoli?

E la sua mano accarezzò il mento del piccolo Alfonso, che toccava per curiosità fanciullesca la fettuccia rossa, che circondava il cappello a tubo del signorino, forma di cappello che in quel tempo era una novità.

- Questa è la mia famiglia, e non è tutta – rispose la donna – Manca Nicola il più grande de’ miei figliuoli, che è ito al lavoro, e manca mio marito Aniello.

- Vostro marito esercita il mestiere di muratore?

- Sì, signore – rispose Caterina con un sospiro.

- Quanto lucra il giorno?

- Trentacinque grani.

- E con questo scarsissimo numero di grani egli deve alimentare tutti questi piccini?

- Così per lo appunto, signorino... E voi vedete come noi si vive... Ho per aggiunta due figlioletti ammalati, e non si ha di che comprare un refrigerio per que’ tapini.

E una lacrima apparve negli occhi di Arlecchino.

- Povera donna! – egli esclamò.

E stette pensoso a riguardarla.

E quanto più la guardava, tanto più il garzone parea che provasse un indefinibile compiacimento... Era una pietà sterminata che egli sentiva all’aspetto di quella donna, di quella disgraziata madre di tanti affamati figliuoli...

Qualche cosa di straordinario avveniva nell’animo suo.

- Dite, buona donna; questi fanciulli hanno fatto colezione questa mattina?

Il pallidissimo viso della donna si colorò leggiermente.

- Non ancora, signorino... per questo appunto io uscivo nel momento in cui la signoria vostra è qui venuta... Mi sono levata di letto ammalata per andare a chiedere ad una compassionevole amica un po’ di pane per queste creature.

- Non uscite, buona donna; il tempo è rigido; vi ammalereste di più. Eccovi da comprare la merenda per questi fanciulli.

Ciò dicendo, cavò di saccoccia un mezzo scudo di argento, e il pose nelle mani del piccolo Alfonso.

Le anime sensitive hanno per istinto la delicatezza nel beneficare.

- Uh! mamma che bel tornese bianco – esclamò il bambino che non avea giammai veduto dianzi quella sorta di moneta.

- Grazie, signorino, grazie – disse con gioia la Caterina – La Madonna vi possa far felice! Oh come debba esser contenta la madre vostra di avere un figliuolo come voi!

A queste parole il volto di Arlecchino si rabbruscò.

Frattanto, Andrea e Vincenzina faceano ressa appo il piccolo Alfonso per vedere la moneta che il bel signorino avea data, e che il piccino stringea nella mano come cosa tutta sua, colla insistenza egoistica dei bambini che non vogliono lasciare un trastullo che loro è gradito.

A questo piccolo incidente non badarono nè Arlecchino nè Caterina, il primo tutto assorto nella tristezza che in lui aveano fatto nascere le parole della donna, e costei tutta compresa di viva riconoscenza e simpatie pel generoso ignoto signorino.

- Io non ho nè la madre nè il padre – disse Arlecchino con malinconia.

- Oh Dio mio! – esclamò Caterina – Così giovane e già orfano!

- Mamma, questa moneta non ha il colore di quelle altre che hai sotto al guanciale – gridò Vincenzina alludendo all’oro testè veduto, frutto del delitto di Aniello.

Caterina arrossò leggermente.

Marietta corse a dare uno scappellotto all’imprudente sorellina.

L’osservazione della fanciullina non isfuggì al giovine Arlecchino, che probabilmente dovècredere ch’ella paragonasse il mezzo scudo alle monete di rame.

- Vostro marito lavora di presente alla fabbrica di un casino che il signor barone di Cupaverde si fa costruire su le alture del colle addimandato Scudillo? – dimandò Arlecchino per dare una svoltata alla conversazione.

 - Sì, signorino.

- Conoscete voi, buona donna, il barone di Cupaverde?

- Nol so di persona – rispose Caterina – ma Aniello mi dice che è un vero signore per natali e per cuore, e molto ricco.

- Vostro marito non si è ingannato. Il barone di Cupaverde è ricco e generoso, ed io vengo da parte sua.

- Da parte del signor barone?

- Per lo appunto. Io non so propriamente quali sieno le sue intenzioni verso la vostra famiglia, ma suppongo ch’ei voglia farvi del bene. Spero che noi ci rivedremo tra poco, buona donna; e son certo che il mio ritorno in casa vostra sarà per voi un lieto avvenimento.

[29] - Ah! Signorino, voi siete un angelo... – disse Caterina – È san Vincenzo che vi ha mandato... Voi siete così bello, così caro!... Oh! io avrei un altro figliuolo della età vostra forse...

- Morto, n’è vero?

- Ah! signorino! È una storia assai dolorosa...

- Narrate, buona donna – disse il giovine con viva premura.

- Io aveva un altro figliuolo – cominciò Caterina, e secondo che parlava le lacrime le piovevano dagli occhi – un figliuolo che si chiamava Saverio, era il primo che mi nacque il giorno dei Morti... il 2 novembre di non so quale anno. Il giorno della sua nascita mi fu di mal augurio... Era bello quel figlio delle mie visceri, bello come il bambino Gesù. Il mio Alfonsuccio gli rassomiglia. Tutte le madri me lo invidiavano, ed avrebbero voluto rapirmelo cogli occhi!... E me lo tolsero i mali occhi, signorino mio... Un giorno, il 26 luglio dell’anno 1805, giorno di sant’Anna benedetta (oh, nol potrò mai dimenticare!), questo mio figliuolo andò giù in istrada, come spesso solea, per ruzzare alle nocciuole con altri ragazzetti del rione... Io nol perdeva giammai di vista, perocchè essi non si allontanavano da quest’abitazione, dove sono dal dì che mi maritai... Mi affacciavo di tempo in tempo alla finestra, e il vedevo a grillare co’ suoi compagni... Era, come dicessimo, le ventitre ore e mezzo; poco mancava per l’avemmaria... L’aria si faceva bruna... Come sonò l’avemmaria, mi affacciai novamente per richiamarlo in casa... I suoi piccoli compagni erano ancora ivi presso a giocare alle fossette, ma il mio Saveriuccio non era più con loro... Girai lo sguardo allo intorno, su e giù per la via ch’era già solitaria, nol vidi... Mi posi a chiamarlo gridando... Nissuno rispose alle mie chiamate... Domandai a que’ monelli dove fosse ito il mio Saveriuccio... Mi dissero che egli si era allontanato da loro andando in su per quella salita addietro ad un signore... E null’altro seppero dirmi... Coll’animo perplesso in un oceano di pensieri e co’ palpiti di una madre, mi precipitai nella strada... Corsi tutta la salita dello Scudillo, chiamando ad alta voce il figlio mio... Oh Santa Vergine! Nissuno seppe darmi notizia delle viscere mie... Ritornai a casa nella speranza di ritrovarvi il mio Saveriuccio... Vana speranza!... La sera stessa, corsi alla parrocchia, e feci sonare per tutto il quartiere i campanelli per domandare se qualcuno avesse trovato un fanciullo smarrito...[5]Tuttoinutile! Piansi disperatamente... Quella sera avvenne in Napoli un terribile tremuoto, che fu detto di poi il terremoto di Sant’Anna. Una casa ruinò a poca distanza dalla mia abitazione... Sotto le macerie fu trovato un fanciullo estinto, di cui era impossibile riconoscere le fattezze del volto... Dissero che quel fanciullo era mio figlio... Corsi disperata sul luogo del disastro; volevo rendermi certa della mia terribile disgrazia... Gli scellerati sottrassero il piccolo cadavere alla mia vista, asserendo che quel piccino era così svisato che la vista di lui avrebbe dilacerato il mio cuore... Quando menaron via le schiacciate membra del figlio mio, parvemi di riconoscere i suoi calzoncini, e gittai un ululato di dolore... Poscia, nulla più sentii, nulla più vidi... Io avevo perduto per sempre il mio caro Saveriuccio!

Così parlò la povera donna; e, mentre che alla facea questa narrazione, Arlecchino si era toccata più volte la fronte.

Che cosa avvenisse in lui noi non sappiamo.

Benvero, quando la donna ebbe posto fine alla trista istoria del piccolo Saverio, Arlecchino rimase pensoso un buon tratto... Poscia, mormorò tra sè alcune strane parole:

- È impossibile! – egli dicea – quel fanciullo morì sotto le macerie... Tartaglione dice che io fui raccolto su le acque della Brenta... Eppure se non fosse un sogno... questa casa... questa strada... questa taverna che è dirimpetto... Tutto ciò giurerei di averlo visto molto tempo indietro... Vorrei proprio ricordarmi...

E si dava di gran pugni in testa come chi cerchi di ricordarsi di qualche cosa, cui non arrivi a sgombrare dalla nebbia della mente...

- Buona donna – egli disse alzandosi – io non so dirvi quello che provo in questo momento... ciò che mi avete raccontato mi ha fatto un effetto... Noi ci rivedremo assai presto... Moverò a vostro bene il cuore del barone di Cupaverde, voi non langiurete più oltre in questo stato... Questi piccini non soffriranno più la fame, ve ne do la mia parola.

Tutt’i figlioletti di Caterina per simpatia si erano così appressati al signorino, che questi per uno slancio di cuore gli abbracciò e baciò, e fatto avrebbe lo stesso anche con Marietta, se costei, per natural pudore, non si fosse quasi malamente schermita.

Nel baciare il bambino ch’ella si aveva in braccio, Arlecchino baciò pure una mano di lei, per che la fanciulla arrossò tutta.

- Questo bambino si chiama Alfonso? – domandò il giovine.

- Sì, signorino, e se sapeste quanto bene gli vuole il padre! Mio marito travede per questo piccino.

Poco stante, il giovine si allontanò da quella casa portando in cuore una grande commozione.

  

XIII.

  

La sera di quello stesso giorno, il barone di Cupaverde chiamò Arlecchino nel suo studio.

- Hai fatto quanto ti dissi ieri sera? – dimandò quegli.

- Sì, signore.

- Hai veduta la famiglia del muratore?

- L’ho veduta.

- Che roba è?

- Una nidata di affamati e cenciosi marmocchi.

- Vedesti lui?

- Chi lui?

- Il muratore.

- Signor no, il muratore era ito al lavoro.

- Come ti sei accorto che que’ marmocchi erano affamati?

- La fame si legge sul volto come la crapula. La vista di que’ visini emaciati, mi ha tocco il cuore; e ho dato l’unico pezzo di argento che avevo in saccoccia, un mezzo scudo.

[30] - Bravo, Arlecchino! tu arieggi il gran signore; tu la fai da principe sovrano. Di’ un poco, qual’è il più bellino tra que’ marmocchi, e quale ti è sembrato che sia il prediletto della mamma?

- Il più bellino è un puttino di circa tre anni, che è venuto a trastullarsi colla fettuccia del mio cappello e coi bottoni del mio abito. In quanto al prediletto della mamma, non ho avuto agio di prendere informazioni; ma scommetterei che quell’angioletto esser debba il cuore principale della madre. Certo è, per quanto costei mi ha detto, che il muratore impazzisce di quel bambino, che la donna ha detto rassomigliare ad un altro bimbo morto, a quanto pare, sotto i rottami di una casa distrutta dal terremoto diSant’Anna.

- Ah! così ha detto questa donna! – esclamò il barone con una straordinaria vivacità nello sguardo.

- Sì, signore.

- Ella ha detto che quel bambino è il più caro al genitore?

- Proprio così, signor barone.

- Bravo! bravissimo! Ci è un bello acconcio per te, Arlecchino... La cigneremo assai bella al muratore... Bravo! bravissimo! Tu sei la cima dei buffoni.

Un mese fa, questa espressione non avrebbe fatto che poca o nissuna sensazione al disgraziato giovine nato, per così dire, in quella crudele abbiezione di vita; ma dal dì che Arlecchino aveva veduto Paolina, egli era di sè medesimo arrossito, e la triste condizione di vita in cui si trovava gli dava tal penoso accoramento che l’esistenza gli si rendeva odiosa.

Le sopracciglia del garzone si corrugarono dolorosamente. Gli parve che il barone gli avesse lanciato in sul viso un sanguinoso oltraggio... e pure non era la prima volta che il suo padrone gli volgeva l’aggiunto di buffone. Che ci era di strano in ciò? non era stato egli comperato da quell’uomo per servirgli da buffone?

Il barone non fece nessuna attenzione all’accigliamento del garzone, e proseguì:

- Tu devi fare un colpo da maestro, Arlecchino... Se ci riesci, ti prometto cento scudi di mancia.

- Che cosa? – domandò il giovine, a cui tremava il cuore.

- Ei bisogna rapire al muratore il suo marmocchio prediletto. Tu mel recherai qua il bambino, senza che nissuno abbia a trapelare la cosa. È uno scherzo che voglio fare; un divertimento che vo prendermi. Da qualche tempo tu ti sei fatto serio e tristo come un giudeo, sei diventato insipido come una rapa, noioso come un libro letto sei volte... Non sai più nulla accontare di nuovo, di ghiribizzoso, di arlecchinesco. Non sei capace di farmi ridere un poco, di tormi per pochi minuti alla scipita felicità che mi secca i midolli... Ed ecco che sono io costretto ad inventare qualche coserella per ridere... Debbo io trovare il modo di accoccarla a qualcuno... Poco ci manca e non abbia io stesso a divertire vostra signoria illustrissima.

Questo ciloma del barone andò perduto, chè il giovine aveva l’animo tutto sossopra per la strana e crudele incumbenza che quello spietato d’uomo gli dava.

Ed egli, Arlecchino, avrebbe avuto l’animo di arrecare quello sterminato dolore al cuore della povera donna, che aveva già perduto un angiolo di figlio, ed allo infelice muratore, che ritrovava la sera il ristoro di tanti affanni nell’abbracciare la sua diletta creatura!

Ed egli, Arlecchino, sarebbe ritornato in quella casa, dove aveva promesso di apportare alcun sollievo, per rubare un bambino a quella povera e onesta gente! Rubare un figlio a teneri genitori, che non hanno altro bene, altra felicità, non è questo il più infame delitto che si possa commettere?

Arlecchino non rispondeva.

Chinati gli occhi a terra, il giovine pensava.

- Scommetto che stai pensando al modo come forare il piscialetto – disse il barone – Ecco, perdinci, cento scudi ben guadagnati.

Arlecchino dovè prendere incontanente una risoluzione.

- Signor barone – egli disse cercando di dare alle proprie sembianze un’aria di sventatezza, quale si addiceva al suo mestiero in quella casa – Voi avrete quanto prima il bambino del muratore. Ma vostra signoria mi darà anticipatamente la metà della mancia promessa.

- Voglio appagarti, affinchè tu ti animi a fare il bel colpo.

Il barone pose la mano in un cassetto della sua scrivania, ne cavò un sacco pieno di monete, e contò cinquanta piastre, che Arlecchino si cacciò subito in saccoccia.

- Mille grazie, sior padrone.

E stava per andar via.

- Un momento! – gridò il barone – Divertimi un poco.

Arlecchino sentì gelarsi il cuore.

- Come s’intende, sior padrone?

- S’intende che questa sera ho voglia di ridere, e tu devi sollazzarmi.

- Ma, in verità, sior padrone, non ne ho voglia stasera.

Il barone si levò come mordato da una vipera, die’ un passo verso il garzone, e fe’ risonare su la guancia di lui uno schiaffo sonoro, per cui il miserello fece un tal movimento da eccitare una risata di quel matto.

- Bravo! bravo! È la prima volta che mi hai dato veramente un gran piacere... Non conoscevo la commozione della collera. Ma sai, Arlecchino, ch’egli è davvero una bella commozione questa di andare in collera? Bravo! Piglia qua... Hai avuto una bella ispirazione, e meriti un regalo.

E un altro pugno di piastre d’argento risonò su la scrivania.

Ma questa volta Arlecchino non fu sollecito a raccogliere quelle monete. Lo schiaffo ricevuto echeggiava ancora nel suo cuore con un fremito cupo e sanguinoso.

Per la prima volta, quell’anima d’uomo si contorse sotto il vilipendio della schiavitù.

[31] Ebbe una tentazione che durò un momento: slanciarsi addosso a quel miserabile di ricco e schiaffeggiarlo alla volta sua... Ma non ne ebbe il coraggio, e rimase balordo, annientato, come una materia inerte.

- Ora da banda la celia, Arlecchino, e sii serio – disse il barone, la cui singolarissima natura si manifestava ne’ paradossi perpetui che componevano la sua logica.

- Ho bisogno di ridere ti ho detto, e se tu fai altri due o tre movimenti come quelli che hai fatti testè quando ti ho schiaffeggiato, sono pronto a dartela vinta sulla più elastica scimmia del Brasile. Sarei quasi tentato di ricominciare daccapo per vedere i tuoi graziosi volteggiamenti. D’altra parte, uno schiaffo è il migliore rubefaciente che io conosca nell’arte medica. Dunque, all’opera, Arlecchino; non farmi il cionno, fammi ridere.

Se il giovine avesse avuto un coltello sotto la mano, non dubitiamo che sarebbesi con esso dilacerato i visceri del petto per torsi a quella detestabile servitù.

Egli soffocò per poco l’anima sua sotto le caricature della scimmia; e, componendo il suo volto ad una smorfia che era una convulsione del cuore, disse:

- Che cosa vuole che io faccia per farla ridere?

- Io non ti conosco più, Arlecchino, - disse il barone distendendosi su la sua poltrona – Mi verrebbe la voglia di farti frustare come un gabbano impolverato. Credi forse che io ti dia da mangiare e da bere per accularti al sole o acchiappar mosche? Quando tu sollazzavi il rispettabile pubblico nelle piazze per conto di Tartaglione, domandavi forse agli spettatori come ti avevi a diportare per farli ridere?

Il ragionamento del barone non era questa volta sfornito di logica. Arlecchino non era stato comperato per fare il signorino in quella casa. Il suo ufficio era quello di far ridere l’eccellentissimo signor barone di Cupaverde, e bisognava a tal compito satisfare.

Quando Arlecchino si trovava su le pubbliche piazze, in mezzo agl’istrioni suoi compagni, al cospetto di una folla burlona e schiamazzatrice, sull’arena, per così dire, delle sue buffonerie, non trovava difficoltà a sollazzare quella turba d’iloti, pei quali è un solecismo l’anima e un pleonasmo il pensiero; egli era allora come elettrizzato dalla folla plaudente e provava la vanagloria dello istrione, e sgambettava, capriolava, caracollava, miagolava, cinguettava, ragghiava, faceva insomma mille barzellette per esilarare gli oziosi mammiferi che il circondavano. Allora egli non avea nel cuore un sentimento che gli avea trasformato l’orizzonte della vita; non avea ancora scoperto nel fondo dell’anima sua la coscienza di sè stesso.

Ma ora, Arlecchino si trovava alla presenza di un uomo simile a lui nelle forme esterne, e di cui l’anima non valea forse la sua. Quell’uomo lo avea comprato come si compera un trastullo, un cardellino, un cagnolino od una scimmia.

Quest’uomo, senza cuore, senza sensi, senza nervi, macchina esosa a sè medesima, avea bisogno di dinigrarsi la milza, di stemperare l’opacità della bile, e volea ridere.

Ed egli, Arlecchino, era incaricato di questo penoso ufficio.

A te, scimmia, fa l’obbligo tuo; adempi al tuo incarico; snebbia la fronte del tuo signore, diradagli il negro umore; altrimenti ei non ti gitterà domani il pezzo di pane che dee sfamarti, e ti caccerà nel mezzo della strada come un cane tignoso.

Arlecchino avea bisogno di danaro... Questo vil metallo avea ormai un’attrattiva per lui... Egli avea concetto un disegno.

Questi pensieri attraversarono con rapidità la sua mente, e Arlecchino comprese che non era quello il momento di alienarsi l’animo del barone.

Ei fece uno sforzo supremo: gittò indietro l’anima d’uomo, ritornò buffone, istrione, scimmia.

- Vengo subito, eccellenza, ho un’idea.

E Arlecchino saltò via, indi ritornò con un pappagallo bellissimo del Brasile, da lui comperato per conto del barone, giacchè egli avea, per dir così, carta bianca per tutte le spese che risguardavano lo svagamento del padrone.

Poco stante, ritornò col pappagallo.

- Vegga, sior padrone, che anch’io ho il mio buffone, e non mi costa tanto. Se sapesse come l’ho addestrato! Gli faccia, sior padrone, una domanda qualunque, e vedrà come risponde il mio piccolo alunno.

- Vediamo – disse il barone; e poi volse la parola all’uccello – come ti chiami tu?

- Pappagà – rispose la bestiuola.

- E io come mi chiamo?

- Baron f... – rispose il pappagallo.

Anzi che sentirsi offeso di questa ingiuria lanciatagli dal volatile, Cupaverde ruppe a ridere sgangheratamente.

- Perdoni, sior padrone; il mio alunno non ha l’intenzione di offenderla. Gli faccia pure qualche altra dimanda.

- Come si chiama il tuo maestro?

- Arlecchin – rispose la bestiuola.

- A che son nato io?

- A pagà.

- Bravo! – esclamò ridendo il barone – non si può rispondere meglio.

- E tu a che sei nato?

- A cuffià[6].

 

Questo trovato di divertire il signor barone fu veramente felice.

Arlecchino aveva avuto una buona ispirazione.

Notiamo che le risposte, le quali il barone credea che fossero date dal pappagallo, partivano dalla gola di Arlecchino, il quale avea anche imparato, fanciullo, l’arte de’ ventriloqui.

La voce del pappagallo era imitata assai bene che non era possibile attribuirla alla umana imitazione.

Il barone si annoiava di tutto e prestissimo, onde Arlecchino e il pappagallo furono mandati via appresso a pochi minuti.

- Per domani a quest’ora tu devi arrecarmi il bambino del muratore – disse il barone al giovine suo buffone.

- Sarà fatto, sior padrone – disse questi – Apparecchi gli altri cinquanta scudi.

 

 

[32] XIV.

 

 In questo frattempo, niente di nuovo era occorso in casa della signora Almerinda, vedova del cuoco monzù Rotella.

Ci sono famiglie in cui la vita scorre così placida, che la [le] paragoneresti ad un modesto rigagnoletto tra due fiorite zolle.

Per queste case in cui si sente nell’aria la benedizione di Dio, non è vero che i giorni si seguono e non si rassomigliano.

Per queste case i giorni, le settimane, i mesi, gli anni si seguono come sul quadrante di un oriuolo, senza lasciare veruna traccia del loro passaggio, tranne che nell’uomo vi lasciano insensibili modificazioni nei sembianti.

I più grandi avvenimenti che venissero ad interrompere la uguaglianza della giornata in casa della vedova signora Almerinda erano la visita di padre Agostino, confessore della madre e della figliuola, ovvero di quella di qualche commarella od amica della signora Almerinda.

Era segnatamente una festa in casa della vedova la venuta di frate Agostino dei minori riformati di San Francesco della Sanità.

Quando la visita di frate Agostino avea luogo in un giorno di doppio precetto, il buon monaco restava a pranzo.

Frate Agostino era un santo uomo: avea tocco i settant’anni, ma non mostrava, che atticciato egli era di membra e sanissimo di mente. Non era di que’ monaci ignoranti che pensano solo a mettere volume di carne addosso e che appena sanno balbettare il breviario.

Frate Agostino era dotto nelle sacre lettere ed eziandio nelle profane; non era nè ipocrita nè pinzochero: al pio suo ministero adempiva con zelo, con amore e specialmente con carità, sendo solito dire con San Paolo che un cuore senza carità è un bronzo che suona e non altro.

Frate Agostino non ischivava nè il mondo e nè la carne, questi due tra i tre nemici dell’uomo: alla sua età gli era lecito lo sfregarsi con loro nel santo scopo di rendersi utile e servizievole al prossimo cristiano.

Quegli ordini monastici che non fanno altro che pregare sono i licheni della religione. Gesù Cristo nostro signore non menò vita ascetica e contemplativa, ma visse nel mezzo degli uomini e dei più grandi peccatori.

Abbiamo detto che nessuna novità era occorsa in casa della vedova nel Supportico della Vita; ma, in verità, qualche cosa di nuovo ci era.

Paolina non ischerzava più come per lo passato: era distratta nelle preci del mattino e della sera e sopra tutto quando la mamma le leggeva la vita di qualche santa.

Ella aspettava con impazienza la domenica, unico giorno in cui usciva di casa per andare a sentire la messa il mattino e talvolta la predica la sera.

Si andava a messa per lo più alla chiesa della Sanità o a San Vincenzo, e qualche volta, quando facea bel tempo, a Santa Teresa degli Scalzi.

Dovunque andassero le due donne, un giovine le seguiva a rispettosa distanza.

Era Arlecchino, che non aspettava con minore impazienza la domenica e qualche altro giorno festivo nella settimana per rivedere la bella e pallida fanciulla.

In tali giorni, egli usciva di casa a prima ora del mattino, e prendea la volta delle Fontanelle, dove si andava a collocare di piantone all’angolo del Supportico, in cui abitava l’angelo suo; e, com’ei vedea spuntare dal portoncino le due donne, accodavasi a loro, per seguirle ovunque andassero ed entrare con loro in chiesa.

Questa persecuzione non era sfuggita alla signora Almerinda, e se le spiacesse o le gradisse è difficile il dire, giacchè lo studio che abbiamo fatto su le madri che hanno figliuole da maritare ci pone in grado di assicurare i nostri lettori che le signore madri in generale, con tutto che si mostrano accipigliate a’ galanti delle loro figliuole, non sono in sostanza mezzanamente lusingate nella loro vanagloria materna che la loro femminea prole si abbia qualche satellite. Come si fa ad impedire che un bel giovinotto passeggi di sotto alla loro finestra o senta la stessa messa che elle sentono colle loro zitelle? L’unico rimedio è di chiudere un occhio, e , se fa d’uopo, anche tutti e due, e soltanto per savia precauzione non si lasciano più  sole in casa le ragazze da marito.

Benvero, il non essersi più ripresentato il signor Gabriele dopo il colloquio avuto in istrada colla signora Almerinda non dava a costei gran fiducia nelle rette intenzioni del giovinotto; ma, con tutto ciò, la madre di Paolina nol vedea di mal’occhio.

Ella erasi avveduta che Paolina non era più quella di prima, e ciò le dava un gran pensiero, in guisa che, non si sapendo regolare da sè, volle torre consiglio dal suo padre confessore, e lo andò a trovare, e gli accennò la cosa; e frate Agostino promise che nella prossima domenica sarebbe venuto a casa di lei per trattare questa faccenda e dare que’ consigli ch’egli avrebbe creduto efficaci.

 

Quella domenica mattina, la signora Almerinda uscì con la figliuola allo spuntare del giorno per andare alla chiesa e trovarsi sbrigata presto e accudire alle faccende domestiche e apparecchiare il pranzo per padre Agostino, convitato per quella mattina.

Quella mattina, il satellite non apparve, forse perchè le due donne uscirono proprio allo spuntar del giorno.

Paolina per la strada girava gli occhi a dritta e a manca, e ad ogni passo voltava la testa indietro, di che la madre la riprese, facendole un piccolo ammonimento sul contegno che le ragazze hanno da serbare per la strada.

[33] Andarono a sentir messa nella chiesa di San Vincenzo.

Era giunta la messa alla Elevazione dell’Ostia sacrata quando Paolina, levando il capo, ebbe a farsi tutta rossa.

Gabriele era là, a pochi passi.

Alla fanciulla il resto della messa non andò, come suol dirsi, nè per l’anima nè pel corpo, e poco meno alla signora Almerinda che pure si era avveduto della presenza del giovinotto.

Finita la messa, Arlecchino seguì le due donne insino alla costoro abitazione, e poscia, fatto con la mano un saluto alla giovinetta, al quale questa rispose con un movimento del capo, ridiscese la via delle Fontanelle, tenne a sinistra, e si pose nel Vico San Vincenzo.

Il giovine traeva a casa del muratore.

Era appunto il giorno appresso a quello in cui avvenne la scena del pappagallo.

E noi, lasciando per poco la signora Almerinda e Paolina che si accingevano a preparare il pranzo a padre Agostino, seguiamo le pedate del giovine Arlecchino per informarci di ciò che egli facesse in casa del muratore e delle novità ch’ei trovò quivi.

Intanto, poco dopo che le due donne furono rientrate nel loro modesto abituro, ebbero una visita inaspettata.

Era Caterina, la moglie del muratore Aniello Falcone.

 

 

XV.

 

 

Quasi nello stesso tempo in cui Caterina picchiava all’uscio della casa della signora Almerinda, Arlecchino picchiava all’uscio della casa di Caterina.

Venne ad aprire la Marietta.

Nel rivedere il signorino, che il giorno innanzi avea dato il mezzo scudo, ella die’ un grido di gioia, e tosto accorsero all’uscio tutti quei fanciulli, i quali parea che aspettassero con ansietà l’arrivo di qualcuno.

- La mamma è ita fuori – disse Marietta.

- Uscita! – esclamò Arlecchino.

Questa assenza della madre di quella famiglia favoriva il suo disegno.

Qual’era il disegno di Arlecchino?

Il vedremo.

- Se sapeste, signorino, quello che ci è accaduto! – disse Marietta cogli occhi rossi di pianto.

- Che mai? – dimandò Arlecchino accarezzando il piccolo Alfonso ch’era venuto a stringersegli alle gambe.

- Il babbo non tornò a casa ieri sera, e non ne abbiamo notizie.

- Come! Maestro Aniello non è tornato a casa ieri sera?

- No, signorino; la mamma e Nicola sono usciti appunto per questo un’ora innanzi del giorno. Figuratevi che notte abbiamo passata!

- Chi è Nicola? – dimandò Arlecchino.

- Il fratello più grande, che è a lavorare con un falegname a San Severo di Capodimonte.

- Avete un altro fratello più grande?

- Sì, signore. Cocòlaè così buono, così affezionato! Se fosse incolta qualche disgrazia al babbo!

E la fanciulla ruppe a piangere, e gli altri piccini a piagnucolare anch’essi.

- Fatevi animo, ragazzi miei... non sarà niente... Maestro Aniello avrà avuto qualche impedimento; non abbiate paura... Sono sicuro che egli ritornerà in giornata.

- Vogliamo il babbo! vogliamo il babbo! – gridava Andrea.

- Papà mio! papà mio! – gridava Torillo dal letto.

- Sarà caduto, e l’avranno portato all’ospedale! – dicea la Vincenzina che avea nelle braccia la piccola Filomena nelle fasce.

Arlecchino era agitatissimo. Quella desolazione lo attristava profondamente. Come avere il coraggio di aggiungere un altro dolore a tanta disgrazia? Rapire alla Caterina un figliuolo nel momento ch’ella forse avea perduto il marito!

Arlecchino sentì vacillare il suo proponimento: avea l’animo combattuto dal rimorso di un delitto che dovea commettere e dal disegno generoso ch’egli si era formato.

Che far dovea?

Il primo impulso a cui egli obbedì fu di venire in aiuto di quella disgraziata famiglia, a cui egli si sentiva affezionato per un sentimento che non si sapea spiegare.

- Scommetto che voi altri non avete fatto colezione, non è vero?

- No, no - rispose Andrea – Non abbiamo mangiato niente fin da ieri.

- Ho fame – disse il piccolo Alfonso – Dateci qualche grano.

Arlecchino cacciò la mano in tasca, e ne cavò del denaro.

- Andate a comprare qualche cosa da mangiare – ei disse, gettando un pezzo da sei carlini su un tavolo.

- Vado io, vado io – disse Andrea impadronendosi del pezzo di argento.

- No, no, fermati bel ragazzo – disse Arlecchino, a cui un pensiero avea rapidamente attraversato la mente – Ci andrò io>;<[,] e menerò meco questo fanciullo, cui comprerò qualche cosa per la via.

Nessuno si oppose al volere del signorino. Nissuno di quei fanciulli poteva accogliere il più lontano sospetto che il giovine si avesse un sinistro disegno.

- Vuoi venir meco, mio bel bambino? – dimandò Arlecchino al piccolo Alfonso.

- Sì, sì... tu mi comprerai un po’ di zucchero – rispose il bambino.

Arlecchino uscì col piccolo Alfonso lasciando sul tavolo la moneta di argento che vi aveva gittata poco prima per la merenda di que’ fanciulli.

Come il giovine venne giù in strada col fanciulletto, affrettò il passo, menando questo per la mano.

Giunto su la via nuova di Capodimonte, fece fermare una carrozza che di là transitava, aprì lo sportellino, sollevò per le braccia il pargolo, ed il pose in quella, dove montò egli pure, dicendo al cocchiere:

- Sferza i cavalli per la strada de’ Tribunali.

 

Vediamo intanto che cosa avveniva in casa della signora Almerinda, dove arrivava tutto affannosa e desolatissima la moglie del muratore Aniello Falcone.

- Oh! ben venuta la Caterina! – esclamò la vedova che era ita ad aprire l’uscio – Che buon vento vi mena da noi?

- Oh! signora Almerinda, Domineddio mi vuol bene...

- Che avvenne? – dimandò la vedova, cui le sembianze abbattute della Caterina dicevano abbastanza che un grosso guaio era dovuto accadere alla povera donna.

[34] Caterina cadde in su una sedia: non avea quasi più anelito, sia per lo affanno che le premeva il cuore, sia per le scale abbastanza altette che menavano a quella casa, sia pel cammino che avea fatto dal momento che era uscita di casa con suo figlio Nicola.

- Aniello non è tornato ieri sera a casa – disse la donna con infinita costernazione - Certo, una disgrazia gli sarà incolta.

- Oh Gesù e Maria! – esclamò la signora Almerinda – E che significa ciò? Avete interrogato i vicini? siete stata sul luogo dov’egli lavora?

- Figuratevi, signora Almerinda! – seguitò la povera donna, parlando assai lentamente, dappoichè l’anelito le si affollava per modo nel petto da soffocarla.

Ricordino i nostri lettori che la disgraziata avea lasciato il suo letto assai prima che lo stato della sua salute glielo consentisse.

- Figuratevi, signora Almerinda, che tutta la notte l’abbiamo passata in dolorosa veglia aspettando da un momento all’altro l’arrivo di Aniello; ma le nostre speranze sono rimaste deluse... Aniello non è venuto. Io non vi so dire che inferno ci è stato in casa. Nicola, il più grande de’ miei figli voleva uscire nell’alta notte per andare in cerca del padre, e non ha ceduto alle mie preghiere ed a quelle della sorella Marietta. Tutte le altre creature gridavano, schiamazzavano, piangevano... Io non avea che pochi grani... Ieri era sabato, e aspettavo Aniello che dovea recarmi la settimana...

- E come faceste, povera donna?

- Feci un po’ di pane bollito e mandai a comperare due quarteruole di castagne... Voi avete a sentire certe novità vie più straordinarie. Intanto, un’ora prima che spuntasse il giorno, dopo avere alla meglio acchetato i fanciulli, di cui qualcuno erasi addormentato, Nicola ed io siamo usciti per andare alla ricerca di mio marito. Siamo corsi, senza prendere fiato, insino allo Scudillo dov’è la fabbrica del casino. Essendo quest’oggi domenica, non si lavorava colà. Abbiamo domandato ad un colono che abita presso colà se alcuna disgrazia fosse avvenuta il giorno innanzi ad alcun muratore: quell’uomo ci ha assicurati che nessun disastro era accaduto. Rinfrancati alquanto da questa buona notizia, siamo discesi. Giù per quella china è la taverna della pigna: era chiusa, abbiamo picchiato; la si-Gaetana, che io conosco, è venuta ad aprirci. Le ho domandato se avesse veduto mio marito. Mi ha risposto che Aniello era stato colà il venerdì nel dopo mezzodì e che avea quivi bevuto e giocato, aggiungendo aver messo fuori dalla saccoccia una moneta d’oro. In fatti, il venerdì a sera, Aniello tornò a casa con quattrini in saccoccia; si fece una bella cena, quantunque egli non toccasse cibo di sorta. La mattina, nello svegliarmi, nol trovai in casa... era già fuori. E d’allora non lo abbiamo più riveduto. Discesi dallo Scudillo, Nicola ed io siamo tornati in casa, nella speranza che Aniello fosse venuto durante la nostra assenza. Oibò! Siamo corsi a’ posti di polizia e fino all’Ospedale degl’Incurabili per chiedere di lui. Nessuna notizia. Allora, mentre Nicola è andato in giro per la città, io ho pensato di venir da voi, signora Almerinda... Ma ci è qualche altra cosa, che mi è accaduto e per cui è gran miracolo che io non sia impazzata.

 Qui Caterina raccontò filo per filo la faccenda de’ 50 napoleoni d’oro trovati sotto il suo guanciale il giorno innanzi e la venuta di un giovine che disse nomarsi Gabriele ed essere persona del barone di Cupaverde, al cui casino Aniello è appunto a lavorare.

Nel sentire il nome Gabriele, la fanciulla Paolina ch’era in via di rassettare la casetta e spolverare i mobili per la venuta di padre Agostino, si fermò di botto, intermise ogni altra opera, e si appressò alla mamma ed alla Caterina, ch’erano a conversare tra loro.

- Davvero che questo è un fatto singolare! – esclamò la signora Almerinda – Cinquanta napoleoni!

- Questa somma per lo appunto!

- Vale a dire circa 240 ducati! – voi non sapete donde ha potuto venirvi questa bella provvidenza?

- Non ne so niente, signora Almerinda; e nonsapendo che cosa è questo denaro e donde mi venga, io non ho voluto toccarlo, a malgrado della fame che divora le mie creature. Aspettavo appunto Aniello per sapere da lui che cosa fosse quel denaro e come avessi a regolarmi.

- Piano! piano! – esclamò la vedova come ispirata da un pensiero – Voi avete detto che Aniello cavò di saccoccia una moneta d’oro il venerdì nella taverna della Pigna?

- Così ha detto la si-Gaetana.

- E che la sera egli avea di assai quattrini, tanto che vi fe’ cenare bene?

- Sì, signora Almerinda.

- E che un giovine, a nome Gabriele, venne ieri da voi da parte del signor barone di Cupaverde?

- Così disse il giovine.

- Ma la cosa è chiara – osservò la vedova – I 50 napoleoni vi sono stati regalati dal signor barone di Cupaverde, mosso forse a pietà dello stato infelice della vostra famiglia.

Caterina rimase pensosa.

Una sì larga generosità del barone non le sembrava possibile.

- Il barone di Cupaverde è un ricchissimo signore – soggiunse l’Almerinda – La felice memoria di mio marito, che come sapete, era familiare del principe di Canneto, mi parlava spesso delle grandi ricchezze di questo signor barone, amicissimo del principe.

 - Ma... e come spiegare l’assenza di mio marito? - domandò la Caterina, la cui mente s’imbrogliava.

- Questo io non mi saprei spiegare, mia buona Caterina; ma non istate a pensare a disgrazia.. Anzi, io vi dico una cosa... La vostra famiglia avrà una grande consolazione... Quel giovine che venne ieri da voi... sapete chi era?

- Chi mai?

- L’arcangelo Gabriele – rispose la pia vedova colla più profonda convinzione.

- Ah! – esclamò la Caterina, ne’ cui occhi brillò un lampo di maraviglia e di gioia...

- Dite Caterina... Che faccia avea quel giovine?

- Oh! signora Almerinda, la faccia di un angiolo... due occhi del colore del cielo.

- Com’era vestito?

- Calzoni bianchi di dante alla scudiere con stivaletti lucidissimi, corpettino di velluto marrone e abito turchino con bottoni d’oro.

- È desso! è desso, madre mia! – gridò Paolina con tale accento di rapimento che le due donne ne rimasero balorde.

- Chi desso? – domandò la vedova.

- Il mio Gabriele – rispose la giovanetta.

La signora Almerinda comprese di botto di chi la figliuola intendea parlare.

E qui non sapremmo dire che cosa avvenisse nell’animo di quella tenera madre.

Il giovine, che si era presentato a casa della Caterina, avea nome Gabriele, ed era vestito precisamente come lo sconosciuto giovinotto che seguiva la Paolina dovunque costei ne andasse.

Nell’uno e nell’altro caso, quale immensa fortuna per la Paolina!

[35] Intanto, l’espressione scappata all’ingenuo labbro della fanciulla, che avea detto: Il mio Gabriele, rivelava apertamente che il giovine avea dovuto dire il suo nome alla ragazza, e che costei l’amava in segreto.

La signora Almerinda si trovò imbarazzatissima.

- Bene! bene, figlia mia, vedremo ciò... Appunto per questo ho pregato padre Agostino di prendere una zuppa con noi stamane. Il santo uomo è solo capace di diciferarci questo mistero.

La Caterina era rimasta obbliata in questo nuovo incidente.

La vedova dimandò alla moglie del muratore altri particolari intorno al giovine Gabriele; al che quella l’accontentò dicendole che il bel messo del barone di Cupaverde avea mostrato tanta premura della sorte della disgraziata famiglia di lei e che ultimamente avea dato anche una moneta d’argento per la merenda de’ fanciulli.

Paolina sentiva con avidità le parole della Caterina, e i suoi occhi esprimevano un rapimento ineffabile.

- Ora sì che mi sono convinta – disse la vedova per dare altra avviata alla conversazione – che la provvidenza che avete trovata in casa, mia buona Caterina, è opera del cielo ovvero del signor barone di Cupaverde. Godete senza paura di questa provvidenza del Signore Iddio, e sollevate la vostra famiglia. Egli è certo che il signor barone nel dare questa bella somma di danaro a vostro marito, gli avrà ingiunto di non dirvi niente intorno alla provvenienza del soccorso, imperciocchè i cuori veramente nobili e generosi vogliono tenere occulti i beneficii che dispensano, per trovarsi in regola col Vangelo, il quale dice che nel fare del bene la mano sinistra debba ignorare ciò che fa la destra. D’altra parte, la venuta del signor Gabriele in casa vostra il giorno appresso vi dee convincere che il signor barone ha voluto accertarsi dello stato della vostra famiglia per essere sicuro di aver bene impiegato i suoi beneficii. In quanto all’assenza di vostro marito, non istate in pensiero, perchè nessun sinistro gli sarà incolto, ed egli stesso vi spiegherà il motivo della sua misteriosa condotta.

Queste parole della buona signora Almerinda, le quali non erano sprovvedute d’una certa logica, fecero un ottimo effetto su l’animo trambasciato della povera moglie del muratore, la quale ebbe a lodarsi del pensiero che aveva avuto di andare a ritrovare la caritativa signora del Supportico della Vita; e, com’ebbe ringraziato la buona vedova delle consolanti parole onde le avea rinfrancato l’animo, tolse commiato, augurandole tutte le maggiori felicità di questa terra, e sopra tutto che presto ella vedesse collocata quella santa figliuola di Paolina, su le cui gentili guance, ora tutte soffuse di un bel vermiglio, volle appiccicare un gran bacio.

La signora Almerinda ingiunse alla Caterina di venire subito a darle notizia del marito il che quella promise di fare incontanente.

   

XVI.

  

Come fu andata via la moglie del muratore, le due donne si dettero a rassettare la casa, a spolverare i mobili, ed a fare le altre faccenduole di casa per trovarsi affatto libere d’impicci allo arrivo di padre Agostino, che dovea giungere in su l’ora del mezzodì.

Quella mattina la signora Almerinda fe’ sgozzare dalla sua fanticella un cappone che era stato per oltre un mese ospite di quella casa.

Bisogna pur dire che una buona dose di malvagità è nel fondo del cuore umano se le indoli più miti, i cuori meglio formati, le anime più sensitive non raccapricciano al pensiero di sgozzare a sangue freddo una povera bestiola, che è stata sotto il loro tetto come un ospite, come un amico.

Egli è vero che la signora Almerinda avea detto alla fanticella di sgozzare il cappone nel tempo in cui ella sarebbe ita a messa colla figliuola; in guisa che, ritornate, elle trovarono già eseguita la sentenza capitale, e una lacrima venne agli occhi della signora nel vedere la povera vittima sospesa pei piedi a un uncino, tutta spennata e sgocciolante sangue dal gorguzzolo squarciato. Ma ciò non impedì che la carcassa del cappone venisse imbottita di uova, di aromi e di altri stuzzicamenti per renderla più gradevole al palato di sua reverenza.

Paolina avea ben altro in capo che il cappone. Essa non capiva più niente, e poco mancò non ponesse un gomitolo di filo nella cassa del bipede, invece di porvi una polpettina, siccome la madre le aveva ingiunto di fare.

- Mamma, non credi tu che quel giovine Gabriele possa essere il figliuolo del barone di Cupaverde? – dimandava la fanciulla alla madre, mentre occupavasi a grattugiare il formaggio pe’ maccheroni.

Le nostre sentimentali leggitrici faranno una piccola smorfia leggendo questa parola, giacchè in nessun romanzo avranno mai letto che una innamorata giovanetta si occupi a grattare il cacio mentre pensa all’oggetto amato. Eppure la cosa è tanto comune che, su cento fanciulle innamorate, tra quelle che appartengono al ceto medio od alle classi del minuto popolo, una buona novantina si trovano spesso in questa prosaica occupazione, con quel tale arnese in grembo che domandasi la grattugia. Ed oh come gli amanti garzoni si vedrebbero assai volentieri trasformati in altrettanti pezzettini di cacio vecchio per essere amorosamente stretti e accarezzati da quelle leggiadre manine!

La signora Almerinda non rispose lì per lì alla domanda della figliuola, ma ci stette un pochino a pensar su; quindi gli disse:

- Egli è possibile quello che tu dici figliuola mia benedetta, ma ei non bisogna crearsi castelli in aria. Se quel giovine fosse il figliuolo od il nipote del signor barone di Cupaverde, io non veggo il perchè non si sarebbe aperto meco quando mi fermò per parlarmi appo il nostro portoncino.

- Ah! egli ha parlato con voi! – esclamò la fanciulla con gran vivacità, intermettendo l’operazione del grattamento.

La signora Almerinda si fe’ rossa perchè le parve di aver detto una cosa che non dovea dire.

- Sì, mi parlò, ma fu come non mi avesse parlato – rispose quella donna un poco imbarazzata – Ma di ciò discorreremo con padre Agostino. Sbrigati mo, Paolina, chè ei bisogna tostare il caffè, riscaldare il mallo della pina, e fare altri non pochi servigi, e l’ora è tarda, e padre Agostino non potrà indugiare a venire.

In fatti, verso le undici e mezzo arrivò il vecchio frate, che venne accolto con ogni dimostrazione di compiacimento dalle due donne.

- La pace sia con voi figliuole mie – disse il religioso nello entrare in quella casa.

[36] Sorvoleremo su i particolari del pranzo, che fu modesto e cordiale.

Padre Agostino non risparmiò il cappone, e mangiò con buon appetito.

Sparecchiata la tavola, e sorbito il caffè, la signora Almerinda ingiunse alla figliuola di lasciarla sola per poco col reverendo, al che obbedì di mal animo la fanciulla, che avrebbe dato uno dei suoi due begli occhi per trovarsi presente a quel colloquio, in cui si sarebbe certamente parlato di lei e del giovine Gabriele.

Rimasti soli padre Agostino e la madre di Paolina, costei così cominciò:

- Mio buon padre, ho mandato via mia figlia, perchè ho da dirvi qualche cosa che ella non dee sentire, ed ho a richiedervi de’ vostri sani consigli.

- Che c’è, sorella mia? – dimandò il monaco sorbendo una presa di tabacco.

La signora Almerinda narrò allora per filo e per segno tutto ciò che era avvenuto dal dì che il giovine Gabriele si era presentato a lei; del discorso che le avea tenuto, e di quanto era occorso di poi in casa della Caterina, moglie del muratore Aniello Falcone: disse dei fondati sospetti che esse aveano che il giovine fosse il figliuolo od il nipote del barone di Cupaverde, tranne che non fosse addirittura l’arcangelo Gabriele.

Padre Agostino ascoltò con molta attenzione la narrazione fattagli dalla pia donna; e, come questa ebbe posto fine al parlare, il monaco sorbì altre due o tre prese di tabacco, l’una appresso dell’altra, stette qualche minuto in silenzio, indi così prese a dire:

- Ciò che voi mi avete esposto, figliuola mia, è molto grave, e non è da decidere su due piedi. Per quanto io mi sappia, il signor barone di Cupaverde non ha nè figliuoli nè nipoti: egli fece uno strambo matrimonio sposando una commediante, la quale ei divorziò poco tempo di poi, e non ebbe figliuoli. Poscia, non si è più riammogliato e vive una vita stravagante, disordinata, che menerà a precipizio le sue sostanze. Il giovine di cui voi mi parlate, non può essere dunque nè suo figlio nè alcun suo nipote, non avendo egli nè fratelli nè sorelle. Conosco il barone di Cupaverde perchè spesso egli veniva a visitare il nostro convento per non so quali attinenze egli avesse col nostro Padre Maestro. Anzi, è voce che il barone, annoiato de’ piaceri del mondo, avesse per un momento la buona ispirazione di ridursi monaco del nostro Convento. Certo è impertanto che giammai non ebbe figli nè nipoti, epperò il giovine innamorato di vostra figlia non potrebbe essere tutto al più che un familiare del barone, ammesso pure le vostre supposizioni ch’egli sia quel desso che andò a casa da Caterina. In quanto all’esser lui l’arcangelo Gabriele, questo non sarebbe impossibile, chè non una sola volta questi messaggeri celesti tolsero sensibile aspetto e umane carni, e i Libri Santi ci narrano parecchie di queste trasformazioni intese a secondare gli alti disegni della Divina Provvidenza. Ma non bisogna, figliuola mia, essere corrivo ad ammettere con soverchia leggerezza questi fatti soprannaturali; che sarebbe in vero soverchia presunzione e forse anche un’empietà il credere che il Signore Iddio mandi su la nostra terra i suoi angioli a fare all’amore colle figliuole dell’uomo. Dunque, la seconda vostra supposizione non è più ammessibile della prima; e noi dobbiamo vedere nel vostro Gabriele non altro che uno de’ tanti giovani di assai modesta condizione i quali, invaghitisi di alcuna onesta donzella vorrebbono di lei prendere piacere o corteggiarla per mero passatempo, non avendo i mezzi di torla a moglie. Voi dunque avete l’obbligo, sorella mia, di guardare scrupolosamente la figlia vostra, che i tempi corrono assai tristi; ed io non so vedere nulla di buono nel vostro Gabriele, il quale se veramente da rette intenzioni fosse mosso, sarebbesi affrettato a fare aperta la sua condizione. Chè, se egli si ostinasse ad accostarsi a voi quando uscite di casa colla vostra figliuola, sarà buono dirne una parola a’ magistrati di polizia affinchè cessi una tale persecuzione, che può nuocervi nel buon concetto che han di voi e giustamente i vicini, ed esser causa che qualche altro giovine, meglio intenzionato od in più felice condizione, smetta il pensiero d’impalmare la vostra zitella, ov’egli sappia o si accorga che altri le tien dietro. Ecco, sorella mia, la mia umile opinione in quanto alla condotta che avete a tenere su questo particolare; non intermettendo giammai di raccomandarvi a Dio, la cui provvidenza sa molto bene ordinare le fila della trama della nostra felicità sulla terra. Ora, eccomi a dirvi anche il mio parere intorno agli straordinarii avvenimenti che sono avvenuti in casa del muratore Aniello Falcone. Lungi da me il pensiero di dinigrare la buona riputazione di quest’uomo. Mi protesto che io esprimo un dubbio, e non altro che un dubbio, il quale io desidero con tutto il cuore di vedere smentito. Ma non debbo occultarvi quello che io penso intorno a questa faccenda. La mia canizie e la cognizione che credo di avere delle umane condizioni mi danno un certo dritto di apprezzare al giusto alcuni fatti che possono sembrare di difficile spiegazione. Da quanto voi mi avete detto, io ritengo che i cinquanta napoleoni trovati da Caterina sotto il suo guanciale non sono già frutto di qualche incredibile generosa elemosina, ma bensì di un delitto.

A queste parole del santo uomo la signora Almerinda fece un’esclamazione ed un atto di sorpresa e di spavento, e attesamente guardò negli occhi di lui per avere una spiegazione del terribile motto proferito.

- Sì, sorella mia – seguitò il monaco – Non abbiate a sorprendervi di quanto vi dico. Vi ripeto che non ho per niente la intenzione d’intaccare la buona reputazione del muratore Aniello Falcone, ma io non so vedere nell’oro ritrovato da sua moglie che il frutto di un delitto, e la sparizione del muratore ne è un argomento irrecusabile. Dio non voglia che il disgraziato Aniello abbia bruttata la sua mano con un furto!

Parve che queste parole del monaco aprissero la mente della vedova signora Almerinda, che rimase tutto pensosa e rattristata.

 

Padre Agostino non s’intrattenne che qualche altra ora in casa della vedova; poscia, tolto commiato da questa buona sua penitente e dalla costei figliuola, cui egli incorò ad avere fiducia in Dio in quanto alla futura sua sorte, si ritrasse per ritornare al convento.

Non appena Padre Agostino fu andato via, Paolina ruppe in un dirotto pianto.

Ella aveva ascoltato tutto il discorso che il religioso avea tenuto alla madre di lei.

La povera fanciulla vedea diroccato l’edificio dalle sue speranze.

  

[37] XVII.

 

 La pioggia cadeva a scrosci.

Era una di quelle notti d’inverno in cui sembra che la natura voglia far pompa di tutte le sue formidabili artiglierie.

Spessi lampi squarciavano il cielo, come se avessero voluto mettere li santi allo scoperto: e le saette come serpi di fuoco rompeano a soprassalti il sonno de’ dormienti.

Le strade di Napoli erano deserte.

Non si sentiva altro romore che lo scroscio delle acque e il perpetuo muggito del tuono.

Vegliavano solo a quell’ora avanzata della notte il delitto e il vizio.

Nella strada delle Fontanelle, e proprio in uno di que’ ronchi senza nome, era una bettola o meglio una pessima cànova, dove soleano convenire tutti gli ubbriaconi del quartiere.

Vi si vendeva una qualità di vino a una pubblica la caraffa. Era un vino di novella svignatura, chiaretto, aspro, che pungeva la lingua. Per renderlo più gradito, il vinaio avea versato in ciascuna botte una buona dose di alcool, tanto più che gli premea di trovare due o tre pezze di cacio vecchio che assetava gli avventori.

Il vinaio era un uomo di buon pelo, ma che sapea per benino il suo mestiere.

La bottega o il locale dove i beoni potevano a così buon mercato satisfare al loro gusto era un trapezio oscuro come la mala notte, scavato ne’ visceri di un monte. Una frasca al di fuori e una botte su l’uscio additavano il genere che colà entro si spacciava.

Pochi giorni innanzi, un mascalzone camuffato da pagliaccio con un fiascone impagliato in una mano era andato in giro pel quartiere annunziando a suon di tamburo il prelibato liquore, il non plus ultra della generosità del dio Bacco. E affinchè ognuno potesse giudicare della squisita bontà del vino nuovo, il pagliaccio accostava al labbro di ogni richiedente il suo fiascone, avendo cura di ritirarnelo subitamente per appagare il desiderio di tutti. E il più delle volte avveniva che i bramosi di gustare il vino si rimanevano a bocca asciutta, tanta era la rapidità con cui il fiasco era involato dal labbro indiscreto.

Le lavandaie di quel rione, le tessitrici, e le donnicciuole che abitavano i bassi venivano fuori per libare il prodotto della novella vendemmia. Il più di loro immaginavano di aver bevuto od almeno di aver saggiato il vino, ma in sostanza non aveano fatto altro che fiutarlo.

Fatto è che un vino ad una pubblica la caraffa era proprio il sogno color di rosa de’ beoni; e la cantina di Scumma (era cosi soprannominato il vinaio; il nome era Giovanni), della quale accennammo al principio di questo racconto, fu accorsata di novelli avventori; e vi traeva la gente da ogni vicolo circostante od anco di su la via della Salute, che si mette in comunicazione col rione delle Fontanelle per mezzo di quella dirupata discesa che dicesi di Marrocelli.

Sogliono i beoni prediligere quelle qualità di vini che non assalgono loro subitamente il cervello, in guisa che se ne possano inondare lo stomaco, senza tema di stordirsi alle prime palle.

Ciò spiega perchè i bevitori della peggior razza, quelli che contraggono il maledetto abito di ingozzare una sterminata quantità di vino, preferiscono il vino leggiero, l’asprino, il gragnanetto, il Maraniello di Arzano, di Secondigliano ed altri di simile forza, dappoichè non è la qualità ma la quantità quella che si ricerca da’ più viziosi. Le pareti dello stomaco si avvezzano a quelle periodiche inondazioni, e non è più possibile lo svezzarnele. Ed il più terribile di questo vizio si è che ogni giorno si sente il bisogno di una quantità maggiore di liquido da insaccare nel ventricolo.

Quelli che non conoscono bene addentro certe nature male avvezze, faranno le grandi maraviglie se noi diremo loro che erano di que’ beoni che arrivarono a mandar giù nel corso della giornata fino ad un mezzo barile, cioè ben trenta caraffe dell’Arzano; il che in altri termini significava mandar giù ne’ visceri quattro carlini e mezzo ogni giorno sotto la forma di un liquido di un rosso nero.

Quattro carlini e mezzo è la paga di un buon operaio; è la mercede colla quale si ha da nodrire una moglie e una mezza dozzina di figliuoli; è il frutto di dieci o dodici ore di fatica.

E tutto ciò passa come un rigagnolo dalla laringe nello stomaco, sommergendo nelle sue torbide onde ogni germe di virtù, ogni buon sentimento, ogni gentile affetto, ogni generoso istinto, e spesso operando, come le onde del Lete, la dimenticanza di un tenerissimo e caro passato.

 

La cantina dello Scumma era aperta sino alle più tarde ore della notte, e qualche volta le porte si chiudevano, ma entro vi era gente ancora. Vedremo la ragione di questa singolarità.

 

Ecco perchè, in quella tempestosissima notte d’inverno, quando non ci era buco in istrada, che non si chiudesse, la cantina dello Scumma era tuttavia aperta.

Ed erano le due ore appresso alla mezzanotte.

Cinque persone erano nel fondo di quel covo, rischiarato appena da una lucernaccia di ottone a quattro becchi.

Non diremo chi erano queste cinque persone.

Rimescolate un poco i bassi fondi di questo pantano che dicesi la società, e troverete di queste sozzure, le quali talvolta sogliono venire a galla quando spira quel vento incendiario che domandasi rivoluzione.

Erano dunque cinque elementi di quella stoffa di cui sono imbottite le prigioni; cinque sgocciolature delle fogne sociali, cinque malfattori, di cui ciascuno non potea dormire con sicurtà sotto il proprio tetto, ammesso pure che avesse un tetto.

Erano venuti in quel covo inverso la mezzanotte; aveano bevuto sino al trabocco, ed ora, aspettando forse che i tuoni e le saette permettessero loro di pigliar ciascheduno la sua via, ovvero di andare a compiere qualche mala opera, affogavano quella profonda umidità ne’ sozzi vortici delle pipe.

Ed ecco, un altro avventore sopraggiugne a quella tarda ora della notte.

È un uomo tutto ricoperto da un gran tabarro alla spagnuola, il cui alto bavero gli nasconde interamente il volto.

Quest’uomo giunge in quell’antro come una grondaia. Il cappello a larghe tese gli scarica addosso da tutt’i punti una cascata.

Le vesti sono civili. In quanto al resto, non trasparisce che la punta del naso.

- Da bere – dice questo novello avventore al bettoliere entrando in quel locale.

- L’arzano, il maraniello, il gragnano? – domandò lo Scumma.

- Il miglior vino e il più duro che tu abbi – risponde l’avventore, andando a sedere ad una panchetta appo un tavolo a poca distanza del crocchio de’ cinque galantuomini.

[38] Lo Scumma si appressò quasi all’orecchio del notturno avventore, forse per poter raccapezzare qualche cosa delle fattezze di lui, e gli disse in aria di mistero:

- Tengo del pugliese di prima qualità. Un bicchierino di questo vino è un vero ristoro in una notte come questa.

- Recami dunque due caraffe del pugliese – disse colui.

- È buono che ne sappiate il prezzo – aggiunse il bettoliere. – Un carlino la caraffa.

- E sia pure!

- Va benissimo.

Lo Scumma avrebbe dato gratis il vino se avesse potuto vedere la faccia del personaggio, che, non avendo trovato a ridire sul prezzo del pugliese, non dovea essere certamente della risma de’ soliti avventori che frequentavano il suo locale.

- Aspetta – disse l’uomo intabarrato richiamando lo Scumma – Non hai niente da mangiare?

- A quest’ora! Mi spiace. Tutto è consumato. Ci ho due gallette e del cacio vecchio. 

- Recami le gallette e il cacio vecchio.

Lo Scumma pose avanti al novello arrivato la piccola cena che questi avea chiesta.

I cinque galantuomini che erano nel locale aveano intermesso di ragionar tra loro, e guardavano con curiosità il personaggio che era venuto a prendere posto vicino a loro.

Questo avventore non parea che avesse voglia di rendersi comunicativo; mangiava lentamente, inaffiando ogni boccone con una buona tirata del fiasco.

Frattanto, le cateratte del cielo si scaricavano con furia in su la terra, e i lampi proiettavano nel fondo di quella cànova i loro lugubri splendori.

Il novello arrivato si era collocato in modo da occultare le sue sembianze al gruppo che gli stava dappresso ed allo stesso bettoliere.

Desiderosi erano di ligare conversazione con questo personaggio que’ cinque figuri; onde, l’un di loro, poscia di aver ricolmo un bicchiere, così disse volgendo la parola al silenzioso avventore:

- Galantuomo, volete onorarci d’una bevuta?

- Mille grazie – rispose quegli e, levatosi, andò a votare il bicchiere apparecchiato per lui.

- Alla vostra salute, amici miei! – esclamò innanzi di bere.

Offerse quindi del suo, che quelli traccannarono, ricambiando i saluti.

Questo era stato un buon pretesto di ligare conversazione collo sconosciuto.

- Il signore deve andare molto lungi di qua? – dimandò uno di quelli.

- Non molto lungi – rispose lo sconosciuto, che sembrava poco disposto a parlare.

Scumma andava e veniva: aveva una curiosità maledetta di sapere chi era l’uomo del tabarro.

Questi com’ebbe finito di mangiare, e di bere, pose la mano in saccoccia, ne cavò un pezzo d’argento, e disse al bettoliere:

- Pagatevi.

Scumma esaminò al chiarore della lampada la moneta d’argento, e, trovatala di buona lega, la cacciò nella profonda sua tasca dritta, mentre dalla sinistra cavava un pugno di pezzi di rame per dare il resto all’avventore.

Costui insaccò que’ pezzi di rame, si alzò, si ravvolse ben bene nel suo tabarro, e dato un buonanotte a quelli che restavano ed al bettoliere, venne in istrada.

Il diluvio era cessato; ma le più dense tenebre invadevano quella contrada delle Fontanelle, comecchè li spessi lampi che ancora duravano rischiarassero a brevissimi intervalli l’orrore di quella notte iemale.

Lo sconosciuto si avviò verso la strada di San Vincenzo; sembrava assai pratico di quelle vie: i piedi, calzati da ruvide scarpe, affondavano in un palmo di fango.

Quando costui fu sul punto di valicare la soglia di quella malvagia cànova, un lampo gli schiarò la faccia ch’egli si era discoperta per aggiustarsi meglio il tabarro in su la persona.

Lo Scumma, che gli avea sempre tenuto dietro, afferrò quel momento, e, come quegli si fu allontanato, ei disse a’ cinque fumatori di pipa ch’erano rimasti:

- Avrei giurato che colui fosse Aniello Falcone, il muratore di San Vincenzo, divenuto di botto un galantuomo.

Questa osservazione il bettoliere comunicò a que’   galantuomini, i quali doveano forse conoscere il muratore, e che non furono dello stesso parere dello Scumma.

Fatto è che quello sconosciuto era per lo appunto il nostro muratore Aniello.

Noi il lasciammo la notte in cui, dopo di avere lautamente apprestata una cena alle sue creature e dopo aver messo sotto il guanciale della moglie la bella somma di cinquanta napoleoni, parte del danaro involato al barone di Cupaverde, egli abbandonò di soppiatto la casa.

Da quel giorno fino al momento che il ritroviamo nella bettola dello Scumma, egli è scorso uno spazietto di tempo; imperciocchè la notte piovosissima che abbiamo descritta pocanzi era una notte del mese di gennaio dell’anno 1816; il che vuol dire ch’erano trascorsi allo incirca due mesi dacchè Aniello Falcone non era più ritornato nel seno della sua famiglia.

Che cosa aveva egli fatto in questi due mesi? dov’era stato?

Temendo naturalmente che la giustizia si ponesse su le orme di lui, Aniello prese la volta di Mugnano, ch’era il suo paese natio, e dove avea un suo parente a nome Gioacchino Petraccia.

Alla casa di costui andò il Falcone a picchiare.

Era scuro tuttavia, che non ancora aggiornava.

Gioacchino Petraccia era un vecchio colono, abbastanza agiato ma avarissimo.

Non ci volle poco perchè Aniello si fosse fatto riconoscere da questo suo parente, che il fe’ dimorare mezz’ora di fuori dell’uscio di via.

Come si ebbe accertato che il mattutino visitatore era Aniello, il vecchio colono aprì l’uscio.  

[39] Aniello vide che il parente si era armato di schioppo e di durlindana.

- Che cosa ti rimena a Mugnano, parente? – gli dimandò il vecchio sospettoso.

- Vengo a richiedervi di un favore, parente – gli rispose Aniello.

La cera di Gioacchino si rabbuiò.

- Se tu vieni per denaro, torna per dove sei venuto, chè io non posso mettere fuori neanco la croce dei traccalli.

- Non vengo a chiederti denaro, parente mio, bensì vengo a darvene.

Gioacchino fece un salto.

- Che! Tu vieni...

- A darvi denaro.

Gioacchino squadrò da capo a piedi il muratore; e i meschini e logori pannacci che ricoprivano la costui persona non mostravano che egli avesse mutato in meglio le condizioni della sua miserabile vita.

- Ah! ora che ci penso! Sei venuto forse a restituirmi i dieci carlini che ti prestai il 4 dicembre dell’anno 1800, allorchè tua moglie si aveva a sgravare per la prima volta e tu non avevi due fasce da avvolgervi la creatura?

- Sì, parente, vengo a restituirvi i dieci carlini co’ debiti interessi – rispose Aniello, che conosceva l’avarizia del colono.

- Davvero? – esclamò questi con un sorriso di compiacenza – Io credo che tu ti sei andato a confessare, ed il prete non ti ha voluto assolvere se innanzi tutto tu non abbi fatto la dovuta restituzione del denaro che ti prestai.

- Voi mi direte, parente, quello che vi ho da dare per gl’interessi.

- Tra parenti non ci debbe essere angaria nè cupidigia. Facciamo i conti. Oggi siamo al 24 novembre dell’anno 1815, meno pochi giorni, dal dì che ti prestai li dieci carlini. Ora, ammesso l’interesse legale del 10 per cento all’anno, abbiamo un carlino pel primo anno, 11 grani pel secondo anno, 12 grani pel 3.o anno, 13 grani pel 4.o, 14 grani pel 5.o, 16 pel 6.o, 18 pel 7.o, 20 per l’8.o, 22 pel 9.o, 25 pel 10.o, 28 per l’11.o, 31 pel 12.o, 34 pel 13.°, 38 pel 14.o, e 40 pel 15.o Di maniera che sommati tutti questi interessi, abbiamo la sommetta di oltre 33 carlini senza tener conto de’ dispari.

- Per conseguenza io vi dovrei dare questi 33 carlini oltre li 10 di somma principale – disse Aniello – Ciò vuol dire che in 15 anni il capitale si triplica, non è vero?

- Precisamente.

- Eccomi dunque a soddisfare il mio debito – aggiunse Aniello ponendo la mano in saccoccia e cavando una moneta d’oro.

Il vecchio colono non credeva nè a’ suoi orecchi nè a’ suoi occhi.

Quel lontano e poverissimo parente, del quale egli non avea avuto più notizie per molti anni, veniva a restituirgli un antico debituccio unitamente agl’interessi! Questo era proprio da ascriversi ad un miracolo della provvidenza.

Il vecchio avaro avea puntato un occhio di fuoco su la moneta d’oro messa fuori dal parente.

- Di’, parente Aniello, hai vinto un terno al lotto?

- Sì, mio parente.

- Davvero! E di quanto?

- Di circa 500 ducati.

Il colono spalancò tanto d’occhi.

La prima cosa ch’ei fece fu di abbrancare il napoleone che Aniello gli offeriva in soddisfazione del suo debito. Abbrancarlo e porlo in tasca, fu tutt’uno senza tener conto che il valore del napoleone superava la cifra de’ 43 carlini, ch’era tutto il debito del muratore.

- Dunque tu dici di aver vinto un terno di 500 ducati?

- Per lo appunto, parente Gioacchino; ma questo è un segreto che io rivelo a voi solo e che ignora anche la mia famiglia.

- Fa conto di aver parlato col muro.

- Ora, eccovi il motivo pel quale sono venuto ad incomodarvi a quest’ora, mio buon parente.

- Ma che incomodo! che incomodo! – esclamò il vecchio, tutto cambiato inverso il muratore, chè ora ei sapea possessore di un bel numero di piastre – Tu non ti puoi figurare il piacere che mi hai dato stamane! Io mi struggevo dal desiderio di abbracciarti.

- Il so bene – rispose Aniello – e per questo sonomi indotto a venire da voi, perchè so che mi volete bene. Veniamo a noi. Io vengo a depositare nelle vostre mani una parte del mio terno. Non chieggo interesse veruno della somma che vi affido. Di una sola cosa vi richiedo, che serbiate il segreto su tutto ciò. Vi conosco un uomo da bene. Voi mi farete una ricevuta del denaro che vi lascio in deposito, e che verrò io stesso a riprendere quando che sia. In caso che io morissi, voi consegnerete il danaro a mia moglie. Che, parente mio? Volete,dite, appagare questo mio desiderio?

- Ben lo voglio, parente Aniello – rispose il colono – e vivi sicuro che il danaro sta in buone mani. In qualsivoglia tempo tu verrai a richiedermelo, e dove, lontano sia, tu morissi, tua moglie sarà messa tosto in possesso del capitaluccio che tu mi affidi. Ora, vediamo qual’è la somma che vuoi darmi in deposito.

Aniello cavò di saccoccia un cartoccio e lo spiegò agli occhi infocati del vecchio avaro.

Il cartoccio conteneva cinquanta napoleoni, che il muratore contò nella callosa e grinza mano del vecchio, che tremava sotto quell’oro.

- Ti sei fatto pagare in oro il tuo terno – osservò questi.

- Sì, parente... è più comodo il portarlo addosso.

- Ma ci hai perduto molto per l’aggio?

- Qualche cosa.

- Cinquanta napoleoni fanno a un dipresso la somma di duecento ducati – disse l’avaro.

- Come! A me pare che a 47 carlini il pezzo, 50 napoleoni dieno la somma di 235 ducati – osservò Aniello.

- Si vede che tu non sei a conoscenza del commercio. L’oro è depreziato dopo l’occupazione militare.

- Questo io non so, parente; ma non mi pare che debba essere tanto depreziato da dover perdere 35 ducati su una così piccola quantità di questo metallo.

- T’inganni, parente Aniello... Pochi mesi fa, cambiai un napoleone, e n’ebbi appena 43 carlini.

- Ed io ne cambiai uno ieri sera alla Taverna della Pigna su lo Scudillo, e la signora Gaetana mi dette il resto giusto di 47 carlini.

- La si-Gaetana si è dovuta trovar male... Questa gente minuta non maneggia l’oro.

Insomma ci è un modo semplicissimo di troncare ogni quistione – soggiunse il muratore – Voi mi farete la ricevuta per la stessa specie di moneta che io vi affido, cioè per cinquanta napoleoni. Voi consegnerete quest’oro tale quale io vel consegno.

- Ciò non posso io fare, parente Aniello. Non so quello che mi possa accadere. Il denaro è sempre pericoloso tenerselo in casa. D’altra parte, un piccolo compenso mi è dovuto per l’incomodo ch’io mi assumo e pel pensiero che dovrò avere del tuo deposito. Per conseguenza, se tu ti contenti che io faccia una ricevuta per 200 ducati, ed io mi terrò in deposito il tuo denaro, altrimenti vallo ad affidare ad altri, che tel ruberà di certo.

[40] Il muratore stette a pensare un poco, indi:

- Sia pure come vi aggrada, parente Gioacchino – egli disse di malumore – Se trattasi di compensare il vostro incomodo, e voi fatemi pure la ricevuta per 200 ducati, e si faccia il voler vostro.

- Bravo! ora sì che ti mostri ragionevole.

Il vecchio avaro pose una buona mezz’ora a scrivere la ricevuta, la quale il muratore intascò.

Poco stante, costui lasciava la casa del colono Gioacchino, a cui avea tornato a fare le più vive raccomandazioni pel segreto che questi aveva a servare.

 

Aniello non avea preso alcuna deliberazione su quello ch’egli avesse a fare.

Uscito dalla casa di Gioacchino Petraccia, si die’ a camminare alla ventura.

Mille strazi gli laceravano il cuore.

Cento volte egli ebbe il pensiero di ritornare indietro, di farsi restituire dal parente i 50 napoleoni, e poscia di andare a prendere l’altra simile somma ch’egli avea lasciata sotto il guanciale di sua moglie, e, raccolto presso a poco tutto il danaro da lui rubato, andarsi a gittare alle ginocchia del barone di Cupaverde, e restituirgli la somma involata, supplicarlo a calde lagrime che il volesse perdonare, non essendo egli avvezzo al delitto, al furto che gli avea fatto sempre orrore.

Cento volte ebbe eziandio il pensiero di troncare i suoi giorni, dacchè ormai ei vergognava di sè medesimo e non avea più modo di riabilitazione. Imperciocchè questo ha di orribile il furto, che non lascia adito al ricuperamento della stima perduta.

- Oh, quanto la miseria è da preferirsi alla infamia? – pensava il misero cogli occhi affocati dalle lacrime che l’onta e il rimorso vi richiamavano.

Eccolo oramai costretto a fuggire da sè stesso, dalla cara famiglia, ad involarsi ad ogni sguardo, ad abbassare gli occhi innanzi ad ogni onesto uomo! Eccolo ramingo come belva tra dirotte rupi, con l’infamia addietro a sè, e con le galere dinanzi!

Ecco oramai la sua innocente e disgraziata famiglia gittata nel disonore per colpa sua! E che male aveano fatto que’ poveri bambini per regalar loro la vergogna e il disonore?

Eccolo disgiunto per sempre da’ suoi cari!

Un abisso li separa!

E il suo Nicola, così buono, così onesto, così affezionato, così sensitivo in sul punto d’onore? E la sua Marietta, dolce e cara fanciulla, e il piccolo Alfonso ch’era tutta l’anima sua?

Egli lasciava a questa sua famiglia una eredità, la vergogna.

E quando quel poco d’oro che egli ha lasciato loro così pieno di vergogna, frutto di un crimine, sarà finito, i suoi figliuoli e la sua povera moglie non troveranno più da lavorare, perchè figli e moglie di un ladro.

 

Da questi terribili pensieri era accompagnato Aniello il muratore nel lento e sospettoso cammino ch’ei faceva attraverso le vie più solinghe, le campagne più deserte.

La vista di una divisa militare di qualunque sorta, d’un berretto qualunque che annunziasse un ufficiale preposto alla tutela della proprietà, il facea tremare e impallidire.

Gli sembrava ad ogni fatto di sentire un rumore di passi addietro a sè; gli sembrava che fosse inseguito dagli uomini della giustizia.

Sul labbro di ogni viandante, cui si abbatteva per via, sembravagli di scorgere il ghigno del disprezzo.

Camminando sempre, Aniello si trovò a Panicocoli; prese una traversa, e ne andò a Giugliano, dove si fermò in una bettola di campagna per prendere alcun ristoro di cibo.

In su la sera, s’incamminò verso Qualiano...

 

Non sapremmo più dirvi che cosa facesse in seguito questo disgraziato, e dove ne andasse e dove dimorasse per lo spazio di due mesi.

Non avendo il barone di Cupaverde dinunziato a’ magistrati il furto audace, di cui egli conosceva l’autore, Aniello non fu molestato in nessun luogo, avvegnachè talvolta la sua persona, che avea qualche cosa di sinistro, dovesse destare qualche sospetto negli abitanti de’ paeselli e de’ villaggi dove capitava.

Ci fu qualcuno che sparse in Napoli la voce di aver veduto il muratore Aniello Falcone alle falde del monte Ischitella a poca distanza dal Lago di Patria.

Se ciò fosse vero o no, non sappiam dire; bensì non ci sembra inverosimile che quel disgraziato si fosse spinto fin colà per allontanarsi sempre più dal luogo del suo delitto.

Perchè tornò in Napoli Aniello Falcone dopo due mesi di assenza?

Egli si sentiva struggere da un desiderio ardentissimo, quello di rivedere il piccolo Alfonso, l’ultimo de’ suoi figli il quale egli amava più che tutti gli altri.

Quale disegno avesse accolto nell’animo non sappiamo. Bensì è certo che da molto lungi ei veniva a piedi in quella notte procellosa, in cui capitò nella sinistra bettola di Scumma, a breve distanza del vico San Vincenzo, dov’era tutto ciò che egli avea lasciato addietro a sè di amore e di tenerezza.

 

Ora seguiamo i suoi passi nello uscire ch’ei fece per mezzo a’ lampi dalla canova dello Scumma.

 

  XVIII.

 

 Non trascuriamo di dire che Aniello Falcone si era interamente trasformato e negli abiti e nella faccia; quelli, decenti e civili, quantunque inzaccherati e sporchi per lungo e disastroso cammino per vie campestri; questa, spelata affatto, e pallidissima per sofferenze fisiche e morali.

Aniello prese la volta della sua abitazione, dove giunto si fermò nel portoncino.

Fitte tenebre coprivano quella via.

Aniello salì l’unica branca di scala che menava alla stanza dov’erano raccolti tutt’i suoi cari.

A quella ora così alta della notte, la sua povera moglie, i suoi innocenti figliuoli riposavano.

Che cosa era accaduto alla sua famiglia nei due mesi ch’era durata la sua assenza?

Un dubbio terribile doveva agghiacciare il cuore del disgraziato muratore.

Sapeva la sua famiglia il delitto che egli avea commesso?

Come sopportare l’aspetto di sua moglie e dei suoi figliuoli senza morire di vergogna.

Come onestare la sua assenza di due mesi?

Che novità avrebbe egli trovato nella sua famiglia?

 

Aniello avea i brividi: probabilmente avea la febbre. Il lungo cammino ch’egli avea fatto, la orribile notte in cui era capitato in Napoli, l’acqua che tutta la sua persona sgocciolava, le trepidanze, le angoscie, il rimorso, la vergogna, la paura; tutto ciò dovea necessariamente cacciare i freddi febbrili ne’ polsi del nostro muratore che si dovette appoggiare contro l’uscio di scala della sua abitazione.

Quell’uscio palpitava, respirava...

[41] Che cosa avea indotto Aniello Falcone a ritornare nella sua abitazione?

La tenerezza pe’ figliuoli, e singolarmente per l’ultimo.

Crediamo apporci asserendo che, senza il piccolo Alfonso, Aniello non si saria forse indotto a presentarsi alla sua famiglia.

Egli avea sostenuta una lunga lotta con sè stesso.

Da una parte il desiderio vivissimo di rivedere i suoi cari e riabbracciare il bambino, per lo quale avrebbe dato il bulbo degli occhi suoi; dall’altra, la vergogna della turpe azione commessa.

L’amor paterno avea soverchiato la vergogna, ma non l’avea vinta del tutto, imperciocchè Aniello non si risolveva ancora a picchiare all’uscio della sua casa.

Oh quanto il gran dramma della vita umana è ferace di situazioni strane e novelle!

Immaginatevi quella solitaria strada, in quella notte di turbini e di procelle: quel rustico abituro battuto da gagliarda piova e da venti furiosi, quell’uomo appoggiato all’uscio di scala della propria casa, come un ladro che spii il sonno di quegli abitanti!... E quell’uomo è il capo della famiglia che colà dimora, è il padre de’ bambini che colà riposano, è il marito della donna, che giace nell’unico letto.

Perchè Aniello non picchia?

Ha forse timore di destare a soprassalto la sua povera famiglia?

No. L’infelice ha paura d’incontrare lo sguardo severo della onesta donna e degli innocenti figliuoli su cui egli ha spruzzato l’infamia e il disonore.

Egli ha paura di non essere scacciato dalla propria casa.

Per quanto assurda possa a molti sembrare questa paura, non era certo inverosimile nella immaginazione ammalata di Aniello.

Non mai quanto in quelle ore solenni il suo delitto gli dovè sembrare orribile.

Come trascorsero per lui le ore di quella notte Dio solo può dire, il quale scruta i cuori e le coscienze.

Erano circa le sei del mattino quando parve ad Aniello che in quella che fu sua casa più non si dormisse.

Qualcuno si era alzato.

Un lume traspariva dalla serratura.

Era forse Nicola che si levava pel primo.

Aniello ebbe un momento di suprema trepidanza... Fu intra due se dovesse involarsi per sempre alla sua famiglia o picchiare a quell’uscio, che tra pochi momenti sarebbe stato aperto per dare il passaggio al figliuolo che andava a lavorare.

Distinse la voce di Nicola, di sua moglie, di Marietta.

Aniello cadde in ginocchi.

Lo strapazzo, le commozioni profonde, la febbre soverchiarono le forze di natura...

Egli cadde disteso su quel breve pianerottolo.

Quando Nicola aprì l’uscio era scuro ancora...

Il suo piede inciampò in qualche cosa ch’era a terra.

Egli diede un grido.

Tosto accorse la madre con un lume.

- Oh Dio! Un uomo è disteso qui a terra! – gridò Nicola.

- Oh Santa Vergine! – gridò Caterina – Fosse morto!

Il volto di Aniello era nascosto perchè giaceva con la faccia a terra.

Caterina e Nicola si dettero a rialzare quell’uomo.

Di botto il garzone dà un gran grido:

- Il babbo!

- Madonna santissima! l’avessero ucciso! – gridò Caterina.

La scena che seguì è più facile immaginare che descrivere.

Aniello fu trasportato sul letto, dove non tardò a ricuperare i sensi...

Tutta la famiglia gli era attorno tra le trepidanze della gioia e del dolore.

- Dove son io? – fu la prima parola che proferì quel disgraziato.

- Tu sei in casa tua, Aniello... Rientra in te... Guarda... Io sono tua moglie, e questi sono i tuoi figliuoli... Da due mesi non facciamo altro che piangere... Aniello, marito mio, e perchè ci lasciasti? perchè abbandonasti queste povere creature? Vedi... i tuoi figli ti guardano. Aspettano una tua parola...

- Sì, babbo, parlaci; vogliamo sentire la tua voce.

- Babbo mio! babbo mio!

- Mamma, non è morto il babbo, n’è vero?

- Papà mio! papa mio!

Aniello si era rizzato sul letto...

La prima luce del giorno schiarava appena quella trista abitazione.

Il muratore girava gli occhi attorno come se avesse cercato alcuno.

Caterina soltanto indovinò quello sguardo... e un fiume di lacrime le corse agli occhi, le quali ella si sforzò di nascondere all’uomo che sembrava aver tanto sofferto.

A misura che la luce del giorno penetrava in quella casa, essa mettea più in risalto e la sinistra figura del muratore e le facce livide, sparute, dileguate di tutte quelle creature, che avevano l’apparenza di scheletrucci animati.

La donna in ispecialità avea l’aspetto di uno spettro risorto da’ suoi lenzuoli di morte.

Aniello affissò i suoi occhi dementi sul volto della donna e poscia mormorò:

- Fonzino!                   

Era l’accorciato diminutivo, ond’egli solea chiamare il piccolo Alfonso...

Un silenzio di tomba tenne dietro a questa parola...

Tutti guardarono la mamma con dolorosa perplessità.

L’uomo ripetè con più forza:

- Fonzino! Fonzino!

E, come anche questa volta nessuno rispose, l’uomo gridò agitandosi in sul letto:

- Donna non senti quello che dico? Dov’è Fonsino?

Caterina, tutta tremante, cogli occhi ardenti di lacrime, non veggendo alcun modo di sfuggire a quella torturante interrogazione, rispose:

- Il piccolo Fonsino non è in casa in questo momento.

- Che! che dici! – gridò il muratore, le cui dita si raggrupparono.

- Dico, Aniello mio, che il piccino non è in casa in questo momento.

- Maledetta sia per sempre la creazione! – bestemmiò l’insensato in un accesso di furore – E dov’è? dov’è la mia creatura?

- Babbo, non bestemmiare – disse con voce supplichevole e lacrimosa il più grande di que’ fanciulli – Fonsino è in casa di una nostra comarella. Verrà quanto prima.

- Scellerati voi tutti! – gridò il muratore come demente – Voi mentite... pel sangue di Cristo... sì, voi mentite... Fonsino è morto, è morto... Me lo avete lasciato morir di fame; quella mia creatura!... O, se non è morto, me lo avete fatto rubare, quell’angioletto, come mi faceste rubare il mio Saveriuccio... Ah, scellerati, e perchè vi lasciai io quell’oro?... quell’oro infame... che mi si liquefa su la coscienza! per chi vel lasciai, se non per nutrire la mia creatura, per guardarmela da ogni insidia, da ogni pericolo?

[42] Indi, il muratore gittatosi dal letto, come tigre ferito, e menandosi pugni sul capo e in aria, si fermava minaccioso e terribile al cospetto della tremante sua donna, esclamando:

- Donna, io voglio il mio Fonsino, capisci? voglio il mio Fonsino... ora, in questo momento, o metto il fuoco alla casa e abbrucio tutti, e la finisco una volta per sempre con questa esecrabile vita... Andate, andate, toglietemivi dinanzi insino a tanto che non mi restituiate il mio caro Fonsino... E, se egli è morto, e tu, donna, andrai a diseppellirlo perchè io ne abbracci per l’ultima volta le misere carni e baci per l’ultima volta quel viso e quel labbro... E poi... noi tutti morremo, che noi non si può vivere sotto la maledizione di Dio... no, non si può vivere con la eterna fame o con la eterna vergogna... Maledetto sia il mio seme e le tue visceri, o donna!... Ovvero, era meglio che questa schiusa di miserabili affamati ci fosse morta in sul nascere dentro il tuo utero... Che così io non avrei lordato le mie mani... Infame! Infame!

E il disgraziato, che si trovava in un vero accesso di demenza, si dava di forti pugni sul capo e si mordea le mani fino a lacerarsele a sangue, e sbattea la testa contro il muro...

Era uno spettacolo orrendo e compassionevole ad un tempo.

La Caterina e i suoi figli si erano rincattucciati in un angolo della stanza, e parte di loro si erano iti a nascondere nella cucina, non potendo reggere allo spavento di quella follia che agghiacciava il cuore.

Ma la triste scena non era finita.

  

XIX.

  

Aniello sembrava essersi calmato alquanto.

Spossato da tanta sovreccitazione, il disgraziato si era lasciato cadere su una sedia, dov’era rimasto immoto, colla testa sprofondata tra le braccia appoggiate su i ginocchi...

Nissuno della famiglia osava accostarglisi.

Le ultime parole del muratore erano state una rivelazione...

Il segreto dell’oro ritrovato da Caterina sotto il guanciale non era più ormai un segreto.

Aniello avea detto tutto.

Dobbiamo dire che la famiglia dell’operaio Aniello Falcone ignorava interamente il delitto di cui questi si era renduto colpevole.

Il barone di Cupaverde, ch’era stato vittima di questo delitto, non avea palesato ad anima viva un tale fatto. I nostri lettori, che conoscono ormai l’indole originale e stravagante di quest’uomo, non faranno al certo le maraviglie che egli non avesse palesato alla giustizia l’audace furto commesso su la sua persona dal muratore Aniello Falcone.

Il barone avea pensato di punire diversamente il disgraziato, il quale egli sapea non nato al delitto.

Come dunque la famiglia del muratore avrebbe potuto conoscere il turpe fatto?

Nè Caterina, nè alcuno de’ suoi figli, nè chiunque anche di lontano conoscesse Aniello Falcone avrebbe mai creduto costui capace di un’azione meno che onesta; anzi, ognuno avrebbe tacciato d’infame calunniatore chiunque avesse osato esprimere il più lieve sospetto su la onestà dell’operaio del Vico San Vincenzo.

Vedemmo come Padre Agostino, interrogato dalla signora Almerinda su la faccenda del denaro ritrovato dalla Caterina sotto il guanciale la mattina appresso della sparizione del muratore, non si peritasse di manifestare un dubbio, che nel suo carattere sacerdotale avea tutta l’apparenza di una certezza, intorno alla provenienza del denaro.

Egli non titubò di dire che quel denaro poteva essere il frutto di una ruberia.

Ma, come di leggieri s’intenderà, la signora Almerinda non andò certamente a riferire alla Caterina questa opinione del frate de’ Minori Osservanti suo confessore. Sarebbe stato aggiungere acqua bollente sulla scottatura, essendo la Caterina desolatissima per la sparizione del marito.

E tanto meno la buona signora Almerinda pensò di palesare il sospetto del monaco alla donna del muratore quando costei tornò disperatissima a dirle che un altro figlio erale stato rapito da quel tale giovine che si dicea nomarsi Gabriele.

Questa novella arrecata da Caterina alla signora Almerinda ed alla costei figliuola Paolina giunse così inaspettata e dolorosa, che rimasero entrambe senza fiato in corpo; e poco mancò non istramazzasse la giovanetta.

Quel giovine che esse credevano essere l’angelo Gabriele non era dunque che un rapitore di fanciulli! Che cosa era egli dunque?

Caterina sapea che il giovine Gabriele era d’attorno alla figliuola della signora Almerinda; e, per conseguenza, quando, ritornata a casa in quella domenica ch’ella era ita a ritrovare la signora del Supportico della Vita, seppe che il piccolo Alfonso era stato menato via da quel giovine sconosciuto, aspettò tutta quella mattina, e, veggendo che il giovine non ritornava col bambino, corse incontanente quel giorno stesso a casa della vedova per raccontarle il nuovo tristissimo caso, e conoscere il luogo dov’ella potesse ritrovare il rapitore di suo figlio, di quel bambino, ch’era tutta l’anima del genitore.

Rimasta di sasso la signora Almerinda per quanto narrato le avea la moglie del muratore, non seppe a questa indicare l’abitazione del giovine Gabriele.

- Io non so chi è colui nè dove abita – disse la vedova – Una volta mi fermò in istrada per dichiararsi innamorato di mia figlia, ed io, come ben vi pensate, non incorai al certo l’amoretto d’un giovanotto, che non volle dirmi nè chi egli si fosse nè a quale famiglia appartenesse, nè dove abitasse. Tutto ciò avrebbe dovuto farmi accorta esser quegli un cattivo arnese, uno scioperataccio Dio sa di che risma... Ma vi confesso che, dopo quanto mi diceste su la sua visita in casa vostra e su la premura che avea mostrata per la vostra famiglia, io fui talmente sciocca da crederlo l’angelo Gabriele... Ma Padre Agostino, il nostro confessore, che ha fatto penitenza con noi questa mattina, mi ha aperta la mente, e mi ha detto che quegli non può essere già l’angelo Gabriele nè altro angelo, e che stessi guardinga per la mia figliuola. Ed ecco che voi ora venite a dirmi com’egli ha rapito questa mattina un vostro bambino, proprio nel momento in cui voi eravate in questa casa e poco dopo che egli ci ebbe fatto la solita persecuzione che ci fa ogni domenica e ogni dì festivo. O Santa Vergine del Rosario! Se io non istessi sempre a guardia della mia figliuola e non la lasciassi mai sola in casa, io sono quasi certa che colui avrebbe rapita la figlia mia siccome ha rapito il vostro bambino. Ma ei non bisogna ora perdersi in chiacchiere, e vediamo quello che si ha da fare per ritrovare la vostra creatura.

- O signora Almerinda – pregava la Caterina disciogliendosi in copiose lacrime – fatelo per l’amore che portate a cotesto angelo di figlia, fatelo per la Madonna del Rosario, a cui siete così devota, per San Vincenzo miracoloso, deh... trovate voi il modo come io recuperi il mio piccino! Oh! io non voglio questa volta perderlo per sempre come perdetti il mio Saveriuccio. E, meno male che mio marito non c’è! Voi non vi potete figurare, signora Almerinda, come Aniello va pazzo per Fonsino! S’ei nol trovasse a casa mi affogherebbe di certo.

[43] Così parlò la sventurata, che avea, come si suol dire, i panni laceri per la perdita del suo primo figliuolo.

- Ora ecco, mia buona Caterina, quello che io penso si debba fare senza indugio veruno... Bisogna andare dal barone di Cupaverde per vedere primamente se quel giovinotto appartenga o no alla casa di lui e se veramente fu il signor barone che il mandò a casa vostra. Assodato questo fatto cioè ch’egli sia un familiare qualunque del barone, il vostro piccino è bello e trovato.

- E se il signor barone non sa nulla di questo giovine? Se quegli avesse, com’è probabile, inventata questa bugia per venire al suo intento?

- Non vi scurate l’animo, mia buona Caterina, che le cose non mi paiono disperatissime – rispose la vedova – Ammesso il caso doloroso che il barone nulla sappia di questo misterioso giovine, allora vedremo qualche altro modo di impossessarci di lui... Voi andrete a’ magistrati della Giustizia, e direte loro il caso che vi è occorso, e li pregherete che domenica ad otto mettano un loro agente a vostra disposizione. E domenica voi coll’agente di polizia seguirete i nostri passi ad una corta distanza, e acchiapperemo il merlotto, dappoichè egli non manca mai di attaccarsi a’ passi della mia figliuola quando ella esce con me per andare a messa.

- E tu lo farai arrestare, mamma mia? – dimandò Paolina con ispavento grandissimo.

- Ma certo, figliuola mia. I furfanti sono pericolosi nella società. E d’altra parte, occorre che questa povera donna sappia che se n’è fatto del suo bambino.

Queste ragioni non erano tali da persuadere la fanciulla, nella cui mente non poteva entrare la convinzione che il suo Gabriele fosse un furfante.

Accordatesi la signora Almerinda e la Caterina su questo disegno, il più urgente da fare si era di trarre a casa del barone di Cupaverde.

La signora Almerinda disse a Caterina che molto volentieri avrebbela accompagnata dal barone se non avesse temuto di lasciar sola in casa la figliuola nell’ora già prossima alla sera.

-  Verrò anch’io – disse Paolina afferrando questa bella occasione di rivedere forse il suo amante – Mamma, noi vi andremo tutte e tre.

- Ciò non conviene, figliuola mia. Mettiamo che colui si truovi in casa del signor barone, io non ci farei la bella figura di averti io stessa menata dal tuo cascante.

Questi argomenti che pel solito sono molto buoni per le madri e non per le figlie, scorrubbiata rimasero la giovanetta, e crediamo che per tutto il resto di quel dì portò il broncio alla mamma.

Restava un’altra difficoltà a vincere. Dove abitava il signor barone di Cupaverde?

Caterina richiese di ciò la signora Almerinda, la quale rispose non sapere l’abitazione del barone: bensì indicò alla povera donna il mezzo di saperla.

- Voi dovete recarvi – le disse – al palazzo dove abitava tempo fa il signor principe di Canneto, di cui la felice memoria di mio marito era uno de’ famigliari: colà vi sapranno dire dov’è il signor barone di Cupaverde, ch’era amicissimo del principe.

Aggiustato così il da fare, la Caterina riferite le maggiori grazie che potè alla buona e servizievole signora, si partì per andare alla ricerca del barone, del giovine Gabriele e di suo figlio.

 

Era già caduta la sera, allorchè la moglie di Aniello Falcone si trovò nel portone del palazzo dove abitava il signor barone di Cupaverde.

Il barone con tutte le sue stravaganze non era di quella iniqua pasta di signori, i quali non ammettono in casa la povera gente, cui fanno scacciare come cani da’ loro cerberi o portinai.

Il barone avea ottime visceri, e già ne avemmo buone pruove nel corso della presente istoria.

Caterina tutt’affannata pel lungo cammino che avea fatto e per le tante ambasce che avea sul cuore, dimandò al portinaio se il signor barone stesse in casa.

- Il signor barone è fuori – questi rispose con affabilità – ma il signor segretario è su.

- Parlerò col signor segretario – disse la donna, cui non parea vero che le si concedesse di salire sul quartiere di sì alto signore.

Al domestico che si trovava nella prima sala ella dimandò di parlare al segretario del signor barone.

Il domestico fece entrare la donna in un salottino.

- Aspettate qua un momento – le disse – vado ad avvertire il signor Rodrigo.

Costui accolse la donna con molta affabilità.

Caterina gli espose l’oggetto della sua venuta, e dimandò se in quella casa fosse un giovine a nome Gabriele.

- Non abbiamo nessun Gabriele in casa – rispose il segretario.

Cadde il cuore alla donna, che perdè interamente la speranza di ritrovare il suo bambino.

La cera tristissima della misera non potè sfuggire a quell’uomo.

- Abbiamo qui un giovinotto, che è il buffone del signor barone, ma non si chiama Gabriele.

- E che nome ha egli?

- Arlecchino. Conoscete voi di persona Gabriele?

- Sì, signore – disse sospirando la donna – La prima volta ch’ei venne in mia casa, disse che veniva da parte del barone di Cupaverde.

- Così disse?

- Per lo appunto; e questa mattina si è ripresentato in mia casa nel momento ch’io ero assente; e, sotto il pretesto di andare a comperare qualche cosa da mangiare al più piccolo de’ miei figliuoli, l’ha menato seco, e non è più ritornato! Io sono la più disgraziata delle madri, mio buon signore; giacchè dieci anni or sono perdetti un altro figlio, che anche dovette essermi rapito; ed ora una simile sventura mi ha colpito.

Mentre la donna parlava, don Rodrigo si facea di mille colori.

Tutta la storia del fanciullo involato era a lui nota.

Quella mattina Arlecchino era tornato con un bambino, che il barone avea fatto rinchiudere in una stanza remota dell’appartamento, ingiungendo a tutti di non rivelare ad anima viva l’esistenza di quel pargoletto sotto pena di essere incontanente discacciato di quella casa.

Quella donna era dunque la madre del bambino che era stato rubato da Arlecchino.

[44] Non mai onest’uomo si è trovato in più crudele imbarazzo od in più difficile posizione.

Certo, una coscienza intemerata, una virtù soda, un carattere probo e indipendente non avrebbe titubato su quello che avesse a fare. A rischio d’incontrare la collera del suo signore, a rischio di essere mandato via da quella casa, don Rodrigo avrebbe dovuto palesare tutto il vero alla desolata madre, anzi avrebbe dovuto, profittando dell’assenza del barone, consegnare alla madre il rapito bambino.

Ma don Rodrigo, il quale avrebbe mille volte rinunziato al suo impiego in quella casa anzi che commettere un’azione indegna, non ebbe questa volta il coraggio di affrontare la collera del suo signore per arrecare una grande consolazione a quella sventurata madre.

- Dite, signore, non fu dunque vero che il signor barone di Cupaverde mandò in casa mia il giovine che disse nomarsi Gabriele?

- Vi ho detto che qui non ci è nessuno che si chiama Gabriele, tranne che Arlecchino non abbia tolto in prestito questo nome.

- Dite, signore, non si potrebbe vedere questo giovine che voi dite nomarsi Arlecchino?

Don Rodrigo stette un poco in sospeso; e noi siamo sicuri che dovè fare tra sè il seguente ragionamento.

- Il signor barone non si è confidato con me, per questa faccenda, ed ha fatto benissimo, perchè io non avrei giammai approvato la sua condotta. Ora, non essendosi egli a me confidato, io non sono stretto ad altro obbligo verso di lui tranne da quelli del mio dovere e del mio ufficio. Egli vuole che serbi il segreto del fanciullo che ha fatto involare da Arlecchino, e il segreto sarà serbato. In quanto al resto, se la cavi il perfido buffone il meglio che può al cospetto di questa donna, nella cui casa egli è andato a portare le lacrime e la disperazione. Una lezione gioverà sempre. Sono curioso di sentire in che modo ei risponderà alle interrogazioni di questa donna.

Fatto tra sè questo ragionamento che filava a capello, egli sonò il campanello, e al domestico che sopraggiunse ordinò che andasse a chiamare Arlecchino.

- State lì cheta, buona donna, e vediamo se egli vi riconosca.

Quella sala era bene illuminata.

Arlecchino non indugiò a presentarsi al segretario. Egli non aveva fatto nessun’attenzione alla donna ch’era seduta in un angolo di quella stanza.

Caterina non avea potuto reprimere un piccolo grido di gioia nel veder comparire il giovine ch’ella avea già veduto in sua casa e che tolto le avea il caro bambino.

Arlecchino non era più vestito come un piccolo gentiluomo, come un signorino.

Egli avea indosso la casacca gialla del buffone.

Nel sentire il piccolo grido che quella donna avea messo, Arlecchino voltò il capo.

Egli dovette incontanente riconoscere la moglie del muratore, imperciocchè fece un atto di sorpresa; ma tosto si ricompose.

- Conoscete voi questa donna? – gli dimandò don Rodrigo.

- Non la conosco – rispose Arlecchino con imperturbabilità.

- Come! non mi riconoscete? – esclamò la donna, che era quasi per impazzare dal dolore.

- No, affè mia ch’io non so chi voi siate – disse il giovine con indifferenza.

- Oh santo Dio – esclamò la povera donna – E che speranza ho mai io di ricuperare il mio bambino? Come! non foste voi che veniste giorni fa a casa mia, dicendo di venire da parte del signor barone di Cupaverde? non foste voi che mi faceste tante interrogazioni su la mia famiglia, verso la quale mostraste tanta premura? non foste voi che deste uno scudo alle mie creature per comprarsene la merenda? E non siete voi ritornato questa mattina in casa mia; e, approfittando della mia assenza, avete menato con voi il piccolo Alfonso sotto il pretesto di andargli a comperare qualche cosa da mangiare; e non siete più ritornato? oh! ma voi mi restituirete mio figlio... Andrò a gittarmi a’ piedi del re... Voi mi restituirete il mio bambino, od io assorderò il mondo coi miei gridi, implorando giustizia da Dio e dagli uomini.

- Questa donna è matta – disse Arlecchino senza dar segno di commozione veruna.

- Ah! tu lo senti, Gesù Cristo! – esclamò in atto di gran dolore la povera donna – Tu lo senti? Ei dice che io sono matta perchè chieggo di mio figlio! E tu non lo fai dare di faccia a terra; e tu non gli lanci addosso i tuoi fulmini!

- Calmatevi, buona donna – disse don Rodrigo, cui l’imperturbabile cinismo di Arlecchino moveva a sdegno – È probabile che voi abbiate preso un equivoco... È probabile che questo giovine rassomigli a quel che è venuto in casa vostra e che ha detto nominarsi Gabriele...

- No, no, io non ho preso nessun equivoco – disse la donna – Metterei la mano sul Vangelo che egli è quel desso che venne a casa mia... Anzi io vi confesserò, signore, che le sembianze di questo giovine fecero sul mio cuore una profonda impressione, imperciocchè vi trovai una lontana rassomiglianza col mio Saveriuccio che perdetti or sono dieci anni...

Caterina ebbe un pensiero...

- Deh! chiunque voi siete – ella disse al giovine, che avea rivolto il viso altrove per nascondere forse la sua commozione – restituitemi il mio bambino... Voi non vorrete trafiggere il cuore d’una madre... Fatelo per la vostra Paolina. Arlecchino si voltò con vivace sorpresa e affissò in istrano modo la donna che il supplicava.

Poscia, scrollando il capo come chi si batta contro sè medesimo, s’involò alla presenza di Caterina e del segretario don Rodrigo.

Come poco di poi ne andasse via la madre infelice è agevole il pensare.

Riuscito infruttuoso quel primo passo, Caterina non si stette neghittosa. Ella informò della sua disgrazia i magistrati di polizia, i quali sottoposero Arlecchino ad un interrogatorio; ma questi negò sempre di essere mai stato in casa della donna del muratore Aniello Falcone. Le testimonianze de’ figliuoli di Caterina, i quali sostenevano esser proprio quello (Arlecchino) il giovane che aveva menato seco il piccolo Alfonso, non valsero a far mutar metro allo accusato, il quale mettea sempre innanzi lo sbaglio di quella gente per istraordinaria rassomiglianza ch’egli si avea colla persona che era ita a casa loro e che avea menato seco il pargoletto.

In quel tempo di transizione tra l’un governo e l’altro, come fu appunto in quell’anno 1815, la giustizia zoppicava; le leggi erano, per dir così, sospese; le procedure incerte, i giudizi vacillanti e per corruttela de’ giudici e per indecisione delle pene applicabili.

Forse l’oro del barone di Cupaverde procurò la impunità del fatto; o forse i giudici non trovarono prove sufficienti di reato contro Arlecchino...

[45] Intanto passava il tempo...

Aniello Falcone era sparito in pari tempo che il piccolo Alfonso era stato involato.

Caterina finì col persuadersi che Aniello, costretto forse ad assentarsi da Napoli per qualche grosso marrone che avea fatto (la donna pensava ad un omicidio commesso dal marito in un ubbriachezza) avea segretamente fatto involare dalla famiglia il piccolo Alfonso dal giovine fantino del barone di Cupaverde, dando a quello una buona somma e per la esecuzione di tale opera e per mantenere il segreto.

Questa persuasione, che avea parecchi dati di logica, finì coll’acchetare la Caterina, conficcandole nel capo la certezza che il marito e il bambino stessero insieme.

Sovra una cosa ella era rimasta pensierosa, la faccenda del denaro ritrovato sotto il guanciale. Di questo fatto ella non sapea proprio farsi una ragione, e propendeva a vederci entro un miracolo di San Vincenzo Ferreri.

Ma, ad onta della miseria che rodeva quella povera famiglia, il denaro gelosamente conservato non fu toccato.

E questo fu al certo un miracolo di virtù.

La Caterina si trovava tra due diversi influssi, quello di Nicola, il quale aveva assolutamente proibito alla mamma di spendere un sol grano di quella moneta, e quello del resto della famiglia, la quale non cessava dallo stimolare la madre di servirsi di quel denaro per cavarsi la fame perpetua che li travagliava.

La povera Caterina, comechè si uccidesse di fatica per dare un tozzo di pane alle sue creature, pure non sarebbe potuta andare innanzi da sè sola; e certo la fame avrebbe divorato i suoi figliuoli, senza un sussidio che le veniva due o tre volte la settimana.

- Non abbiate ripugnanza ad accettare questo sussidio – le avea detto la prima volta la persona che glielo recava – Un benefattore, che non vuole essere conosciuto, ed a cui le vostre disgrazie sono note, vi prega di accettare senza nessuna titubanza questa parte tenuissima del debito che i ricchi hanno verso i poveri.

Ma, ostinandosi la donna a non voler accettare quel sussidio, la persona che glielo recava fu costretta a rivelarle il nome del benefattore... E questi era il barone di Cupaverde.

Un giorno, Caterina, facendo una violenza a sè medesima, narrò alla persona del barone il fatto de’ cinquanta napoleoni trovati sotto il guanciale, e pregò quella persona di dirle se fosse stato lo stesso benefattore quello che di sì generosa largizione le fu largo, aggiugnendo ch’ella non avea giammai voluto toccare a quel denaro, non conoscendone la provenienza, e che giammai non vi sottrarrebbe la più piccola moneta, ancorchè vedesse venir manco per inedia i suoi figliuoli.

Quella persona promise che avrebbe interrogato il barone su questo fatto.

Ritornato dalla Caterina appresso a pochi giorni, le disse che il barone non ci entrava per niente in questo fatto, ma la consigliò a servirsi del denaro che certamente qualche altro benefattore, che non voleva essere conosciuto, le avea fatto misteriosamente pervenire per mezzo dello stesso marito di lei.

Con tutte queste assicurazioni ed esortazioni, Caterina si tenne salda a seguire l’impulso del proprio cuore e le vive preghiere del figliuolo Nicola; ed i cinquanta napoleoni rimasero sepolti in casa.

 

Stavano così le cose quando Aniello Falcone ritornò nella sua famiglia dopo due mesi di assenza.

Riprendiamo di presente il racconto al punto in cui il lasciammo nel momento in cui il muratore, dopo essersi abbandonato ad un eccesso di forsennato dolore, cadeva estenuato su una sedia, tutto sprofondato nella cupezza de’ suoi pensieri.

  

XX.

 

 Non ci era più dubbio!

Le parole di Aniello non lasciavano più alcuna incertezza negli animi.

Caterina, Nicola, Marietta erano rimasti come fulminati.

I cinquanta napoleoni erano stati rubati!

Il consorte, il padre era un ladro!

Quale senso di vergogna, d’orrore, di raccapriccio e di spavento questa convinzione producesse in quella famiglia intenderanno solo i cuori onesti e gentili.

Pallidi, muti, atterrati rimaneano tutti.

Era un dolore che non avea confini.

Era uno stato che avea qualche cosa dell’annichilamento.

Un quarto d’ora trascorse in questa immobilità di morte.

Aniello levò il capo.

Girò gli occhi attorno a sè.

Quegli occhi erano infossati, lucenti per febbre cerebrale.

Li affisò su que’ gruppi di statue di dolore.

Poscia, si levò, si cacciò le mani nei capelli, ruppe a piangere disperatamente.

Era una crisi...

- Moglie mia, figli miei – ei diceva – Io sono un ladro... capite?... un ladro!... Ho rubato ad un uomo che pochi momenti prima mi avea dato del danaro per darvi del pane... Io sono indegno di vivere... Vi ho disonorati, vi ho infamati... Iddio mi punisce con un tardo e sterile rimorso, mi punisce col togliermi la mia creatura, perchè il mio Fonsino è morto... Prima che le galere divorino il resto dei miei giorni, io mi torrò la vita che mi si è renduta esecrata... Ma mi resta a compiere una riparazione e la compirò... Addio per sempre, mia povera e sventurata consorte, addio, mie creature, che io non ho più il diritto di abbracciare... Che il mio orribile rimorso, che mi tragge a morte, vi serva di esempio a non allontanarvi giammai dalla via del retto e dell’onesto. Non maledite la mia memoria, ed abbiate pietà dell’anima mia. Io non era nato per la infamia, ma la scarsa mercede attribuita all’operaio, e, più che tutto, il mio maledetto vizio del soverchio bere mi hanno tratto a questo passo. Donna, pocanzi io ti ho rivolto assai dure parole; perdona ad un insensato, perdonami e fa che la mia memoria non sia maledetta da questi miei figliuoli... Addio... addio... per sempre.

Ciò dicendo, il disgraziato movea i passi verso l’uscio, ma sua moglie e i suoi figli gridando e piangendo gl’impedirono l’uscita.

Non era possibile il distinguere le parole di que’ miseri.

Erano moncherini di frasi disperate miste a lacrime, a singhiozzi, a gridi.

Qualche raro viandante, che passava in quella prima ora del giorno per quella salita di San Vincenzo, si arrestava alle grida ed a’ pianti che partivano da quella rustica abitazione...

Pochi minuti dopo fu veduto un uomo lanciarsi dalla finestra, che era a breve altezza dalla strada.

Un sol grido disperato fu udito di dentro a quella casa.

L’uomo che si era lanciato dalla finestra, rimesso alquanto dallo stordimento causatogli dalla caduta, si precipitò in fretta verso la discesa, e bentosto sparì dal vico di San Vincenzo.

[46] Prima di seguire i passi dello sciagurato Aniello Falcone, siamo in debito di ritornare verso il protagonista di questo racconto, il giovine Arlecchino; di cui la condotta tenuta verso la famiglia del muratore e sopra modo il tradimento fatto a questa famiglia, involando il fanciulletto Alfonso, han dovuto sembrare assai strani e inconcepibili.

Faremo di spiegare il pensiero del nostro Arlecchino.

Quando egli accettò l’incarico datogli dal suo signore d’involare l’ultimo figliuolo del muratore Aniello Falcone, avea già conceputo un disegno.

Qual’era il suo disegno?

Restituire un giorno a’ genitori il figliuolo rapito loro e mutare lo stato di quella famiglia.

Arlecchino si sarebbe studiato di cattivarsi sempre più la benevoglienza del barone. Egli non sapea penetrare il motivo per cui quest’uomo avea voluto far rapire quella creatura a’ poveri genitori; ma, conoscendo l’indole del barone, non dubitava che ciò fosse per riserbare a quella povera famiglia una sorpresa piacevolissima. Egli sapea che il barone era stravagante anche nel fare il bene: bisognava dunque secondarlo e veder di carpire con artifizi qualche cosa della mente di lui.

Il fanciulletto era stato affidato alla custodia di lui, Arlecchino, il quale avea avuto formali ordini di tenerlo celato ad ogni sguardo e in pari tempo di non fare difettare quel bambino di cosa alcuna, anzi, d’allettarlo con ogni maniera d’infantili blandizie. Al che Arlecchino si prestava con vero amore, nè più nè meno che se quel caro piccino gli fosse stato fratello.

Il barone avea l’animo nobile e generoso... Un giorno, Arlecchino, cogliendo una propizia occasione, gli si sarebbe gittato a’ piedi, e lo avrebbe con lagrime supplicato di dargli la libertà e la felicità dandogli i mezzi di sposare la sua Paolina.

Questo non sembrava impossibile ad Arlecchino.

Il barone non avea figliuoli, non aveva attinenze; era oltremodo ricco; era annoiato di tutto e di tutti.

Un giorno, egli avrebbe fatto un suo tiro, ed avrebbe formato per sempre la felicità di Arlecchino.

Tutto il segreto consisteva nel saper dominare quest’uomo, nello entrare ne’ penetrali dell’anima sua.

E Arlecchino ci riusciva benissimo.

In quanto al figlioletto del muratore, Arlecchino sapea che il capriccio che il barone aveva avuto di farlo rapire all’amore del padre non potea durare a lungo, e che il fanciullo sarebbe tra non lungo volgere di tempo restituito alla famiglia con un largo e generoso guiderdone.

Ed ecco perchè egli s’infinse colla madre del piccolo Alfonso; perchè negò di esser lui quello ch’era ito a casa di lei; ecco perchè la trattò da matta; e fece cotal terribile violenza al proprio cuore, ai propri sentimenti, alla simpatia tenerissima che nutriva per quella donna, per quella povera gente, nella quale ei riconosceva altrettanti suoi fratelli di sventura.

Che cosa avvenne in lui quando Caterina il pregò per l’amore ch’egli avea alla Paolina?

Come sapea quella donna che egli amasse la giovinetta del Supportico della Vita?

Arlecchino fu scosso in tutte le sue fibre, e se colla pronta fuga non si fosse sottratto alla presenza della moglie del muratore, avrebbe certamente palesato ogni cosa.

 

Intanto, i due amanti si vedeano di tratto in tratto; ma sembrava che Arlecchino usasse ogni precauzione per non farsi vedere dalla signora Almerinda.

La domenica, egli seguiva a rispettosa distanza le due donne, entrava appresso a loro nella chiesa dov’elleno si recavano a sentir messa, e andava a collocarsi in un angolo del tempio, donde potesse vedere la Paolina senza pericolo che la signora Almerinda vedesse lui.

In quanto alla fanciulla, costei lo avrebbe scorto anche s’ei fosse entrato nella chiesa col solo pensiero.

Mettete una fanciulla innamorata nel mezzo d’una piazza vastissima tutta ripiena d’una folla sterminata; quando il suo amante arriverà nella piazza, essa il ravviserà subitamente e nol perderà più di vista.

Paolina piangea spesso nel corso della giornata: e la madre, che indovinava il motivo delle lacrime della fanciulla, la rimbrottava, dicendole che quel giovine non dovea essere cosa di buono; che la faccenda del fanciullo rapito alla Caterina era un sinistro imbroglio per cui quel giovinotto sarebbesi un bel dì trovato seriamente impacciato con la polizia; che egli avea avuto la incredibile temerità di trattare da matta quella povera donna, ch’era ita a richiedergli il figlio; che colui dovesse essere un bravaccio del barone, un valletto adibito Dio sa a quali turpi uffici; ed altre cotali cose la signora Almerinda diceva alla figliuola per persuaderla a smettere ogni pensiero di quel giovine sconosciuto, ed esortavala a raccomandarsi a Dio per iscacciare dall’animo la funesta passione.

Ma la figliuola piangeva sempre, e non si persuadeva, perchè al cuore non si comanda e non si ragiona, e perchè in mente sua non entrava la convinzione che Gabriele fosse un birbante.

Ella avea letto negli occhi di lui l’anima di un angelo.

Con tutto ciò, scommettiamo che la faccenda del bambino della Caterina dovea gittare nella mente della giovanetta una grave peturbazione non si sapendo ella spiegare questo mistero.

Ella avrebbe dato i bulbi degli occhi per avere un quarto d’ora di colloquio col suo Gabriele.

  

[47] XXI.

  

Seguitiamo i passi di Aniello Falcone nel momento che si era sì bruscamente involato dalla sua famiglia, poche ore dopo di essere ritornato sotto il suo tetto.

Quando egli si trovò sul ponte della Sanità, balestrò gli occhi intorno a sè per vedere se fosse seguito da qualcuno dei suoi figliuoli o dalla moglie.

Non vide nessuno.

Ma Nicola, che si era precipitato appresso al padre, non l’avea perduto di vista.

Il giovinotto si teneva ad una certa distanza dal genitore.

Le disperate parole da costui proferite nel momento di lasciar la casa non poteano fare accogliere dubbiezza veruna su le sue sinistre intenzioni.

Spesso il muratore, nelle ore di agonia in cui vedea la famiglia per difetto del necessario alla vita, aveva accennato al pensiero di andare a gittarsi dal ponte della Sanità giù nella sottoposta vallata. Sembrava che questo genere di morte fosse appunto quello da lui vagheggiato.

Ora, pensatevi come tremar dovesse il cuore del povero giovinetto nel vedere il padre fermarsi nel bel mezzo del ponte e dare uno sguardo all’intorno come per accertarsi che altri non gli potesse impedire il lanciarsi da quell’altezza.

Ma Nicola respirò veggendo che il padre non si era fermato sul ponte che per brevi istanti, e che avea ripreso il cammino in verso Santa Teresa.

Aniello, che fino a quel momento non avea camminato, ma era corso, rallentò i passi, e girava col capo chino come tutta ravvolta avesse in cupi pensieri la mente.

Nicola il seguiva senza mai perderlo di vista.

Aniello passò la chiesa di Santa Teresa, le fosse del Grano, il Largo del Mercatello, e, arrivato alla porta oggi addimandata Porta Alba, tenne per quella via che mena ai Tribunali. Camminò il muratore un buon tratto per questa strada; e, com’ei fu giunto ad un palazzo su la sinistra dov’era un gran cortile, tutto ingombro di carrozze, di fanti e di ragazzi, si fermò.

Nicola il vide entrare nel cortile, dirigersi al portinaio, scambiare con questo poche parole, e prendere la larga scala.

Nicola si cacciò anch’egli nel cortile, dove avrebbe voluto seguire cogli occhi il padre per la scala, ch’era tutta visibile di laggiù; ma il portinaio, messo il grifo fuori della sua stia, gli gridò pel capo:

- Eh! monello, dove ti ficchi? Che cosa vuoi? Chi cerchi?

Nicola restò balordo, nè seppe che rispondere.

- A te dico, pezzo di citriuolo – riprese il cerbero – Si può sapere di chi vai in cerca?

Nicola si appigliò al partito di dire il vero.

- Io sono il figlio di quell’uomo che sta salendo le scale – egli rispose.

- Manco male! – soggiunse il portinaio – Be’! se è così, e tu aspetta che il tuo babbo abbia parlato al signor barone.

Nicola avea saputo una cosa importante.

Colassù abitava un signor barone, il quale non poteva essere altri che il barone di Cupaverde. Nicola avrebbe voluto cacciarsi allo intutto questa curiosità dal corpo; ma capì che il domandare se fosse il barone di Cupaverde quegli che abitava lassù sarebbe stato un porre nell’animo del portinaio un sospetto, per cui questi non gli avrebbe permesso di aspettare giù nel cortile il ritorno del babbo.

 

Noi terremo dietro al muratore.

 

Il barone di Cupaverde abitava al quarto piano di quel vasto palagio.

Ogni piano ha due porte, l’una a dritta e l’altra a sinistra del largo pianerottolo; dal quale, per una ringhiera di ferro, si guarda giù nel cortile.

Com’è costumanza di que’ pezzi grossi che volgarmente si domandano nobili, gli usci da scala erano aperti.

Non istate a credere che i nobili tengono aperti i loro usci per accogliere amorevolmente ogni maniera di persone. La loro casa è chiusa come il loro cuore a tutti quelli che non vengono a solleticare i loro disonesti appetiti o ad aiutarli ad uccidere il tempo, unica occupazione che eglino si hanno.

Appo quegli usci stanno sempre di sentinella i valletti e i servi, pronti a scacciare gli operai che vengono a ridomandare la mercede delle loro fatiche, gl’importuni creditori di ogni ceto, le vedove, gli orfani e i bisognosi, quante volte a qualcuno di tutti questi cani riuscisse di eludere la vigilanza dell’Argo in gualdrappa di maresciallo che è nel cortile.

 Il signor Sergio Silvio Cosimo, barone di Cupaverde, formava una delle poche eccezioni nel ceto de’ titolati. Non ostante l’originalità del suo umore bisbetico, capriccioso, eccentrico, come oggidì si dice, egli aveva un’indole umana, benigna, generosa. La sua casa non era interdetta a nessuno che avesse bisogno della sua borsa. In moltissime cose egli era l’antagonista spiccato della classe a cui apparteneva.

 

Aniello Falcone si cacciò nell’uscio a sinistra, e si trovò nella prima sala, dov’era il vecchio domestico...

- Chi siete voi? chi volete? – dimandò questi al muratore che, come sappiamo, era vestito piuttosto civilmente, se togli le scarpacce che pel lungo cammino per vie fangose erano tutto inzaccherate.

- Dite al signor barone che Aniello Falcone il muratore dello Scudillo desidera parlargli.

Il domestico trasse a recare l’imbasciata al padrone.

Aniello era tranquillo come un uomo che ha preso una ferma risoluzione, per la quale si senta sollevato da un gran peso sul cuore.

Indi a poco ritornò il domestico, e disse al muratore di seguirlo.

 

Il barone si era testè levato di letto, e fumava una lunga pipa disteso in su un seggiolone ricurvo.

La pipa era una delle sue poche predilette occupazioni.

Sentendo il nome di Aniello Falcone, il barone ebbe un soprassalto di cuore. Ciò gli accadea così raramente che egli stesso ne fu sorpreso, e compiaciuto, giacchè ogni commozione era per questo uomo un avvenimento.

Egli attribuì ad un’incredibile audacia del muratore il venire da sè stesso a ripresentarsi all’uomo, cui avea involata la borsa su la pubblica via.

Vedremo fin dove giunga la costui temerità – avrà dovuto dire tra sè il barone, che sospettava che Aniello venisse a chiedergli il figlio. E disse al domestico d’introdurre quell’uomo.

[48] Aniello s’inoltrò con passo fermo nelle stanze del signore; e, giunto alla presenza di costui, s’inchinò.

- Andate – disse il barone al domestico che avea scortato il Falcone.

Rimasero soli il barone seduto sul seggiolone seguitando a fumare, e il muratore all’impiedi.

- Che cosa avete a dirmi? – dimandò quegli con accento di affabilità e di benevoglienza.

Aniello alzò gli occhi meravigliato di questo accento benevolo, e:

- Vostra eccellenza non mi ha riconosciuto? – domandò alla sua volta.

- Sì, certo – rispose il barone – non sei tu Aniello Falcone il muratore che lavorava al mio casino allo Scudillo?

- Sì, eccellenza, quel muratore, al quale or sono due mesi, vostra eccellenza regalava un napoleone d’oro per isfamargli i figliuoli, e che la sera stessa di quel giorno rubava a vostra eccellenza sul ponte della Sanità una borsa contenente centodiciassette napoleoni d’oro.

- Ah! ci era tutto questo denaro lì dentro? – disse il barone con indifferenza e come se si fosse trattato d’una faccenda che non riguardava lui.

- Per lo appunto, eccellenza.

- E tu sei venuto forse a restituirmi questo danaro?

- Una porzione posso io ben restituirvi, eccellenza, che la diedi in deposito ad un mio compare a Mugnano, che è il mio paese; ma il resto per mia mala sorte non posso rendervelo, perchè il lasciai a mia moglie pe’ bisogni della mia famiglia. Ma se io non posso restituirvi il vostro denaro, e, se voi foste così misericordioso di non farmi gittare nelle galere o nel fondo di una prigione, io ho fermo di punire da me stesso il mio delitto. La vita mi si è renduta odiosa non solo per il crudele rimorso che mi lacera e per la infame marca di ladro che sono condannato a portare scolpita in su la fronte, ma eziandio per aver perduta l’unica dolcezza della mia vita, quale si era un bambino di tre anni e mezzo.

- Ah! è morto forse cotesto bambino? – dimandò il barone colla solita indifferente placidezza.

- Non so, eccellenza – rispose cupamente il muratore.

- Come!... non sapete se il vostro bambino è vivo o morto?

- In quella maledetta sera in cui infamai le mie mani, nel sottrarmi dal seno della mia cara famiglia, dalla quale il rimorso e la vergogna mi discacciavano, io baciai il mio bambino, che dormiva il sonno degli angioli. Sono stato due mesi lungi dalla mia casa, errando nelle boscaglie come lupo ferito. Sono ritornato in Napoli la scorsa notte sotto le tempeste e i fulmini del cielo.Ho passato parecchie ore accoccolato appo l’uscio della mia casa non reggendomi l’animo di picchiare. Finalmente, com’è spuntata la fosca aurora, ho con mano tremante battuto alla porta... Mi sono sentito stringere il cuore in una tenaglia di ferro... Il mio bambino, il mio caro Fonzino non ci era più!... non ho dimandato s’egli sia morto. A che una tale dimanda? Egli è vero che un mio primo figlio, che avea circa sei anni, uscito una sera per sollazzarsi in istrada coi suoi compagni a breve distanza dalla casa, non vi fece più ritorno, e noi non abbiamo giammai saputo che fu di lui. Ma il mio bambino Alfonso non usciva di casa per la sua tenera età... Ora, s’egli è sparito, vuol dire che è morto; non è vero, eccellenza? Il mio bambino è morto, ed io non ho più che farmene di questa vita odiosa. Vengo dunque ad implorare il perdono dell’eccellenza vostra e la sua misericordia. Per tutta questa giornata l’eccellenza vostra riceverà i cinquanta napoleoni che lasciai in deposito appo il mio compare a Mugnano; ed in pari tempo riceverà la notizia che il muratore Aniello Falcone si è lanciato dal ponte della Sanità... Saprò scegliere quel sito del ponte in cui la mia mano scellerata rubava al mio benefattore. L’eccellenza vostra, che è la stessa misericordia, non abbandonerà la mia disgraziata ma onesta ed innocente famiglia, la mia povera moglie, i miei bambini che dovranno andare limosinando... Io non vengo a chiedere grazia per me all’eccellenza vostra. No, io non merito nissuna grazia, nissuna misericordia; sono uno scellerato, un infame, un ladro, un mascalzone... ma la mia povera moglie, i miei cari figli che colpa ci hanno? Risparmii loro l’eccellenza vostra la vergogna e il disonore; ecco la grazia che io vengo a chiedere in ginocchio alla eccellenza vostra. Quando io avrò posto fine a’ miei giorni colle stesse mie mani, la giustizia di Dio e degli uomini è soddisfatta. Ignori il paese il mio crimine, ecco la grazia che io vi chiedo in ginocchio... Sono un ladro, è vero, un infame, uno scellerato che merita le forche; per questa sera la sentenza sarà eseguita... Con tutto ciò vegga lei, eccellenza, signor barone, che io non era nato per essere un mariuolo, anzi, non è gran tempo che assestai un calcio nel sedere, con riverenza, del mio padrone di casa per avermi oltraggiato con questa ignominiosa parola... Io non era nato per essere un furfante, eccellenza. Del vizio del soverchio bere in fuora, io non era un capestro nel fondo... Quando era lucido di mente, io ero un buon cristiano e un uomo da bene... Tutti mi voleano bene nel mio rione, perchè un servigio nol rifiutavo giammai a nissuno, e non mi assoggettavo a nissuno per mezza patacca, anche quando vedevo le mie creature venir manco per fame... E i miei maestri muratori mi volevano tutti un gran bene, perchè io era faticatore, e facevo il mio dovere meglio di ogni altro, ed il mestiere il conoscevo... Ero così felice la sera, quando, col cuore soddisfatto e pieno della conoscenza dell’adempito dovere, io beveva la mia mezza co’ miei bambini su i ginocchi, ed avevo il dritto di portare alta la testa anche dinanzi al re, giacchè un operaio onesto e intelligente e faticatore vale (non se l’abbia a male, eccellenza) vale una mezza dozzina di cavalieri ed una buona dozzina di baroni... Mangiavo pane, cipolle e bestemmie; ma avevo il dritto di dire le male parole anche a re Gioacchino od a re Ferdinando... Dormivo con cinque o sei creature in su lo stomaco, ma dormivo profondamente soprammodo quando ci era di quello di Posilipo in corpo... I miei marmocchi andavano scalzi, laceri e guitti, ma potevano dire con orgoglio: Siamo figli di Aniello Falcone, il muratore dello Scudillo... Sappia vostra eccellenza che io non avevo l’intenzione di commettere la nefandezza che commisi!... Un altro istante che voi foste indugiato a passare quella sera sul ponte della Sanità io mi sarei renduto cadavere, giù nella vallata, dappoichè io mi ero recato sul ponte proprio collo intento di misurarne l’altezza... Era proprio sul punto di lanciarmi allorchè vi scorsi venire a quella volta. Io non so quale scelleratissimo demonio mi soffiò nella mente l’infame pensiero d’impadronirmi della vostra borsa... Oh! se io fossi morto allora! Oggi i miei figliuoli non arrossirebbero di me, ed io non mi troverei colla fronte coperta di vergogna al cospetto della eccellenza vostra. Oh! perchè non fui sollecito a spiccare il salto! Fui uno scellerato; e Dio mi ha punito togliendomi il mio bambino... Ma e che colpa ci avea la mia povera Caterina, che dovea patire quest’altro dolore? Ed io... infamissimo, che pocanzi la ho maltrattata, strapazzata! Povera moglie mia!...

Una lacrima ardente cadde dagli occhi del disgraziato, che restò come schiacciato dal rimorso, dalla vergogna e dal dolore.

Il barone non aveva interrotto la lunga omelia di quell’uomo. Continuando pacatamente a fumare la pipa non avea dato il più lieve segno di commozione.

Era una immobilità che agghiacciava.

[49] In questo, entrò novellamente il domestico, che avea nelle mani un piccolo involto.

- Signore – egli disse – un fanciullo del popolo ha dimandato se qui fosse il muratore Aniello Falcone, e, dietro la mia risposta affermativa, ha detto esser lui il figlio del muratore; mi ha messo nelle mani questo involto, ed ha soggiunto che lo avessi consegnato al suo babbo.

- A me? – dimandò Aniello sbalordito.

- Sì, a voi, buon’uomo.

- Date.

Il domestico pose nelle mani d’Aniello l’involto di carta.

Questi lo svolse incontanente, e figuratevi con che meraviglia vide rilucere in esso una quantità di monete d’oro.

Rapidamente contò i pezzi d’oro.

- Oh Vergine Santa! Oh figli miei! o mia cara e benedetta moglie! – egli esclamò sciogliendosi in copiose lagrime – Sono gli stessi 50 napoleoni che io posi sotto il guanciale di mia moglie in quella notte funesta! Il mio bambino è morto di fame, perchè la mia famiglia è stata onesta. Ripigliate, eccellenza, ripigliate quest’oro che mi scotta le mani... E stasera avrete altri cinquanta napoleoni... Oh! perchè non mi è dato di completare la somma... ma siate certo, eccellenza, che gli altri 17 napoleoni vi saranno restituiti da mia moglie e da’ miei figli... Eglino sono buoni ed onesti, e faticheranno per voi anche venendo meno per inedia.

Il muratore depose sopra un tavolo accosto al barone l’involtino di carta.

Il barone cessò dal fumare; e sembrò colpito dalla rara onestà di quella famiglia.

- È andato via il giovinetto? – domandò al domestico.

- No, signore – questi rispose – Egli è là che aspetta il babbo.

- Fatelo entrare – disse il barone.

 

Ci corre il debito di spiegare come Nicola, che lasciammo nel cortile, aspettando che il genitore discendesse dall’appartamento del barone, salì coll’involtino contenente i pezzi d’oro.

Aniello Falcone avea confessato il suo delitto alla moglie ed a’ figli: avea detto chiaramente che egli avea rubato una grossa somma: il nome del barone di Cupaverde fu pronunziato.

Caterina non potea dunque dubitare minimamente che suo marito avesse sottratto un numero di pezzi d’oro al signor barone di Cupaverde. Oramai non ci era più dubbio che i cinquanta napoleoni da lei trovati sotto il guanciale fossero il frutto della turpe azione commessa da suo marito.

Quando Aniello lasciò precipitosamente la casa, seguito da Nicola che nol perdea di vista, Caterina fu presa da una subitanea risoluzione.

Correre immediatamente dal barone di Cupaverde e restituirgli quel denaro.

Caterina non sapea quale era stata la somma involata. Facilmente quei 50 napoleoni non erano che una porzione del furto; ma il restituire intatta questa porzione era sempre una bell’azione che avrebbe fatto ammenda in qualche modo del crimine di suo marito.

Quel denaro maledetto non potea restare in casa neppure un altro istante. Bisognava ad ogni costo restituirlo a colui, al quale era stato involato, restituirlo incontanente.

Forse dalla pronta restituzione de’ 50 napoleoni potea restare almeno salvo in parte l’onore della famiglia.

Caterina non pose adunque alcuna dimora nel mandare ad effetto il suo divisamento; e, raccolta la moneta ch’era stata gelosamente custodita per lo spazio di due mesi, corse a casa del barone per consegnare nelle costui mani il denaro.

Caterina trovò suo figlio Nicola nel cortile del palazzo del barone di Cupaverde.

La sorpresa della donna fu estrema quando il figliuolo le disse che il babbo era su dal barone.

- Che che egli sia ito a fare colassù – disse la donna – è sempre buono ch’egli restituisca al barone quest’oro... Va e glielo reca, ed io non mi muoverò di qui perchè insieme ci sarà più facile il persuadere il tuo babbo a smettere le sinistre idee che gli frullano pel capo... Il signor barone avrà pietà di noi... ei non vorrà la ruina della nostra famiglia...

Nicola, preso dalle mani della mamma l’involtino delle monete d’oro, corse a recarlo a suo padre, ch’era nelle stanze del barone.

 

Nicola fu fatto entrare colà dov’erano il babbo e il barone.

Nello scorgere suo figlio, Aniello ebbe una specie di capogiro... e gli occhi gli s’inondarono di lacrime.

- Entrate, giovanetto – dissegli il barone con cera affabile; anzi con leggiero sorriso.

La faccia del povero giovinetto era divenuto uno scarlatto: egli non avea il coraggio di levare gli occhi in fronte al signor barone.

L’onta del fallo paterno riverberava sul figlio.

- Come vi chiamate? – dimandò il barone.

- Nicola.

- Quanti anni avete?

- Dodici anni.

- Che arte imparate?

- Quella del falegname.

- Avevate voi conoscenza che in casa ci era quel gruzzoletto di monete d’oro?

- Sì, signore. La mamma quella mattina che trovò sotto il guanciale quelle monete d’oro mi chiamò appo il suo letto e me lo fe’ vedere. La mamma ed io smarrimmo la testa appresso a quel piccolo tesoretto, almanaccando donde ci potesse essere venuto; ma non riuscimmo a niente; e il mistero rimase per noi un mistero fino a questa mane che...

Il fanciullo abbassò novellamente lo sguardo in preda a grande confusione per la vergogna del padre.

- Fino a questa mattina voi ignoravate che questo denaro fosse stato involato da vostro padre? – seguitò a dimandare il barone.

- Sì, signor barone, la mamma ed io abbiamo ignorato fino a questo momento che quel denaro fosse... Noi avremmo piuttosto potuto credere che il babbo fosse addivenuto il re di Napoli anzi che foss’egli stato capace di...

[50] A queste parole Aniello si percosse la faccia con ambo le mani in atto di suprema vergogna e disperazione.

- È vero! è vero! – egli esclamava singhiozzando.

- Ma - continuò il barone – perciocchè voi avreste anzi creduto possibile che quest’uomo fosse addivenuto il re di Napoli che capace egli di una turpe azione, perchè dunque non toccaste mai al tesoretto che la mamma avea trovato  sotto il guanciale?

Il giovinetto parve alcun poco imbarazzato.

- Egli è perchè... vedete, signor barone... molte volte la mamma avrebbe voluto servirsi di quel denaro quando non ci era un grano in casa, e i fratellini e le sorelline piangevano perchè volevano mangiare; ma fui io che mi opposi sempre, ed ora me ne trovo contento, che si pigliasse anche un carlino da quel denaro.

- Tu dunque avevi un sospetto che...

- No, signor barone, io non sospettava già, io mai non avrei sospettato che il babbo fosse un... ma, non sapendo donde quel denaro ci era venuto, io sconsigliai la mamma a porci le mani sino a tanto che tornasse il babbo, il quale erasi allontanato dalla casa.

- Ora dimmi, Nicola – continuò il barone – Come avvenne la sparizione del tuo ultimo fratellino?

Nicola interrogato su questo tristo argomento, volse alla sfuggita un’occhiata al padre...

Questi era nell’atteggiamento di un condannato a morte.

- Signore barone – disse il figliuolo del muratore – Quella mattina, per disgrazia, non eravamo in casa nè la mamma ned io. Marietta, la sorella più grande, ci disse che un giovine signore, venuto già altra volta in casa nostra, dicendo esser mandato da voi, tornato quella mattina, avea menato seco il bambino Alfonso sotto il pretesto di volergli comperare alcun che da mangiare... Lo scellerato non tornò più.

- Conosci tu di persona questo giovine signore?

- Signornò, ma la mamma il conosce, e un giorno si presentò qui, dal vostro signor segretario per avere informazioni sul rapitore del suo bambino. Il segretario fece chiamare il giovine; la mamma il riconobbe, ma questi disse che non avea giammai vista dianzi la donna; e, come questa gli domandò del figlioletto, il vostro commesso o chi egli sia die’ del matto alla povera mamma mia, che io non so per quale miracolo del Signore Iddio essa non abbia veramente smarrito il senno per tante disgrazie.

- Bene! – disse il barone, che avea già formato un disegno – prendi una di queste monete, noleggia una carrozza, e recami tua madre qui.

- La mamma?...

- Sì, tua madre.

- Ma ella è giù nel cortile.

- Tanto meglio!

Il barone sonò il campanello.

- Fate salire quella donna che è nel cortile – disse al domestico.

- Sedete entrambi – disse ad Aniello e a Nicola, che meccanicamente obbedirono.

Caterina venne su senza fiato: ella si era lasciato indietro il domestico che era ito a chiamarla.

La povera donna si trovò imbarazzatissima al cospetto di quel gran signore, che avea nelle sue mani la sorte del disgraziato muratore.

- Sedete, buona donna – dissele con garbatezza il barone, il cui volto esprimeva una vivacità straordinaria.

Egli era finalmente uscito dalla glaciale immobilità in cui era stato pocanzi.

Parea che l’arrivo del giovinetto Nicola avesse del tutto mutato le disposizioni dell’animo suo.

Sedeva su la poltrona; avea al destro lato un deschetto di mogano, sul quale erano i 50 napoleoni d’oro arrecati dal giovinetto Nicola: al sinistro lato della poltrona era il letto.

Gli altri tre personaggi erano seduti, l’uno, il muratore, appo l’uscio, il secondo, Nicola, poco discosto dal padre, Caterina proprio di rimpetto al barone.

Questi tre personaggi sembravano tre delinquenti che aspettassero la loro sentenza di morte dal labbro del loro giudice.

- Come vi chiamate, buona donna?

- Caterina, a servire l’eccellenza vostra – rispose la donna, facendo un grande inchino col capo.

- A che pensaste voi primamente quando, ridestatavi, trovaste i napoleoni d’oro sotto il vostro guanciale?

- Eccellenza, io pensai che ce li avesse posti San Vincenzo o la befana.

Il barone sorrise.

- Benissimo, e perchè aveste ripugnanza a servirvi di quel denaro?

- Perchè volevo aspettare il ritorno di Aniello mio marito.

- Non aveste mai alcun sospetto che quel denaro fosse stato rubato a qualcuno?

- Ah! non mai eccellenza. Mio marito non avea giammai commesso per lo addietro di così brutte azioni.

- Quanti figli avete, buona donna?

Caterina si asciugò gli occhi con un suo rozzo grembiale, e rispose singhiozzando:

- Avea nove figliuoli, eccellenza; ma due gli ho perduti senza saper come.

- So che il vostro ultimo bambino vi fu rapito pochi mesi or sono; e voi dite che vi fu tolto da un giovane che venne in casa vostra, asserendo essere persona nostra famigliare.

- Sì, signore, eccellenza, ma questo giovine, che diceva nomarsi Gabriele, ha negato ogni cosa, e mi die’ del matto quando io il richiesi del mio figliuolo.

Il barone suonò di nuovo il campanello.

- Venga a me Arlecchino – disse al domestico.

 

 [51] XXII.

 

 Arlecchino venne nella stanza da letto del barone dov’erano i nostri personaggi.

Il giovine si turbò in volto nello scorgere la donna del muratore; ma tosto la sua faccia prese un carattere balordo e sorridente.

- Avanzati, Arlecchino – gli disse il barone – abbiamo bisogno di te.

Arlecchino si fece avanti, e colla licenza di che godono i buffoni nelle case de’ grandi andò a sedersi sul letto del barone.

Conosci tu questa donna? – gli domandò il barone.

Il giovine, senza volgere lo sguardo a Caterina, rispose:

- Non la conosco.

- Oh! San Vincenzo! – esclamò la donna – Come si può essere così cattivo!

- Come! – rispose il barone fingendo corruccio – non fosti tu mandato da me a casa di questa povera donna per informarti dello stato della sua famiglia?

- Padrone, voi sognate – disse Arlecchino con imperturbabilità.

- O io sogno, o tu sei il più sfacciato buffone che io mi conosca.

- Faccio il mio mestiero, padrone.

- Questa donna dice che tu le hai rapito un suo bambino.

- Questa donna è matta.

- Oh! Vergine Santa! – esclamò la povera Caterina ponendosi le mani in sul capo in atto di suprema disperazione – Tu lo senti, Madonna mia, eh? Va, briccone, che sieno maledetti i tuoi genitori, e che tu non possi giammai gustare sulla terra un istante di felicità.

A queste parole Arlecchino gittò un grido, il suo volto erasi trasformato...

Egli si levò, fece un passo, e si trovò al cospetto della donna.

- Oh! no, no, donna – egli disse – non maledire la madre mia. No, non è vero, tu non sei matta, nè il padrone ha sognato... Io sono un miserabile... ma ho cuore... ho cuore assai... Sì, lo confesso... io rapii tuo figlio...

- Il mio Fonsino – esclamò il muratore con un grido di lacerante tenerezza.

- Ah! – finalmente! L’ha confessato? – disse la donna – E che ne hai fatto del bambino?

- Esso vive.

- Vive! vive! – esclamò Aniello – oh che io lo vegga un’altra volta, e poi fatemi morire; che io possa novamente baciarlo.

Non sapremmo dire che impressione facesse questa scena su l’animo del barone; ma è certo che il suo volto era illuminato, per così dire, dalla bontà del suo cuore.

- Finiamola, Arlecchino. Restituisci il fanciullo a questa povera donna.

Arlecchino non sel fece dire la seconda volta: s’involò subitamente, e, poco appresso, ritornò col piccolo Alfonso.

La scena di tenerezza che succedette non ci fidiamo di descrivere.

Ma un più grande avvenimento doveva aver luogo.

Il muratore avea stretto tra le sue braccia il pargoletto, e lo iva divorando di baci e inondando di lacrime.

Caterina pareva impazzata per la gioia, e Nicola piangeva e rideva nel tempo stesso.

Il barone si sfregava le mani con grande soddisfazione.

- Aniello Falcone – egli disse – Io ti feci rapire il tuo pargoletto per darti una punizione della tua turpe azione. Ora tel restituisco perchè tu sei ravveduto. Se io ti avessi fatto arrestare e imprigionare come ladro, tu non ti saresti ravveduto: anzi le prigioni avrebbero spento per sempre ogni buon seme nell’animo tuo, giacchè le prigioni intristiscono e non migliorano il delinquente. In pari tempo la tua sventurata e innocente famiglia non dovea portare il disonore per un tuo traviamento, a cui fosti indotto dalla miseria e dal vizio del soverchio bere. Ora tu mi giurerai su la vita di questo bambino che tu non ti abbandonerai mai più al funesto vizio della ubbriachezza.

Il muratore cadde in ginocchio, abbracciò colle due mani la testa del piccolo Alfonso, e, volto gli occhi al cielo, esclamò:

- Chiamo Dio in testimonio del mio giuramento, che in tutto il resto della mia vita io non berrò più vino. E, se io manco a questo mio giuro, possa il Signore Iddio togliermi per sempre questo caro mio figlioletto.

[52] Poscia, sbottonata la camicia del fanciullo, prese nelle sue mani un abitino che la Caterina avea sospeso al collo di questo, soggiunse:

- E per questa Vergine del Carmine, che mi ha fatto ritrovare questo bambino, io giuro che non mai un’altra brutta azione macchierà la mia vita.

Non appena la donna del muratore vide l’abitino ch’ella avea sospeso al collo del piccolo Alfonsino, ruppe novellamente a piangere, e tra le lacrime e i singhiozzi, così parlò:

- Un abitino simile a questo lo posi al collo del mio Saveriuccio, il fanciullo che perdetti dieci anni or sono.

A queste parole Arlecchino fece un balzo.

In un baleno egli si svestì della casacca verde e del corpetto che portava, si sbottonò al collo la camicia, e, toltosi un abitino che avea portato sempre addosso:

- È questo l’abitino che tu mettesti al collo del tuo Saveriuccio? – egli domandò alla donna esterrefatta.

- Ma si che è questo! – rispose la donna come impazzata dalla maraviglia e dalla contentezza – Ecco il nastro cilestro... È questo! O santa Vergine del Carmine! E come l’hai tu questo abitino?

- Dimmi – dimandò Arlecchino, i cui occhi sfavillavano di gioia – non portavi tu un fazzoletto rosso al capo dieci o undici anni fa?

- Sì, sì, mi ricordo che io mi avvolgevo il capo con una pezzuola amaranto.

- O mamma, o mamma mia! – gridò Arlecchino gittandosi al collo di lei – Sono io il tuo figliuolo, il tuo Saveriuccio... Il cuore me lo diceva.

.     .     .     .     .

Le grida di gioia, i baci, le lacrime, gli abbracciamenti si potranno più facilmente immaginare.

Questa scena era tale che avrebbe spetrato un marmo.

Il barone piangeva di commozione.

Fu dato libero sfogo alla tenerezza paterna.

Due cari figli erano stati ritrovati. La gioia soffocava que’ cuori.

.     .     .     .    

Furono ravvicinate le circostanze di tempo e di luoghi e non si potè più ammettere dubbio che il giovine Arlecchino fosse il piccolo Saveriuccio che da dieci anni il muratore e la sua famiglia piangevano come morto.

Il giovine Arlecchino avea dimenticato ch’egli era venduto al barone di Cupaverde.

Questo pensiero, che si dovè presentare in un baleno alla sua mente, rattiepidì gli slanci della sua gioia e della sua tenerezza.

Egli volse un’occhiata al barone, e, gittandosi a’ piedi di lui:

- Signore – disse – voi avete una grande anima generosa. È d’uopo che completiate l’opera vostra. Rendetemi la mia libertà, restituitemi ai miei genitori.

Il barone rimase pensoso, accigliato.

Quest’uomo singolare, che non avea mai posto amore addosso a nessuna umana creatura pur facendo tutto quel bene ch’era nelle sue facoltà di fare, amava Arlecchino.

- Dunque, tu vuoi lasciarmi? – egli domandò al giovine con voce commossa.

- Io non sono più il buffone Arlecchino, ma Saverio Falcone – questi rispose – Nissuno ha il dritto di togliermi ai miei genitori.

- Aniello, Caterina – disse il barone, volgendo a costoro la parola – volete voi cedermi il figlio vostro?

Quelli due non risposero, e si guardarono l’un l’altro, come compresi da un sol pensiero.

- Fate di noi, eccellenza, quello che Iddio v’ispira. La nostra gratitudine non ha limiti.

- Andate, andate – soggiunse il barone di cattivo umore – Ripigliatevi le vostre creature. Sono contento di aver passato la più bella mezz’ora della mia vita. Vi confesso che io mi ero affezionato a questo monello; ma vada pure al diavolo, cioè... dico male, vada pure a casa vostra... Pigliate qua, pigliate quest’oro: godete un poco, questa volta son io che ve lo do, capite? Nessuno me lo piglia per forza; son io che lo do di mia spontanea volontà... Bevete un bicchiere per me.

- D’acqua fresca per me, eccellenza – disse Aniello.

- Va bene, va bene, tu berrai acqua fresca e farai penitenza de’ tuoi peccati; ma tua moglie ed i tuoi figli godranno un poco. È ben giusto, per bacco!... I poveretti hanno tanto sofferto! Prendete questo denaro; e, quando sarà finito, la mia borsa è sempre aperta per voi, e la mia casa; anzi, io voglio che domani venghiate tutti a pranzo con me. Passerò una bella giornata. Aspetto poi che si ripresenti da me quel briccone che rapì questo fanciullo per farsene un giocherello da guadagnar quattrini. Te lo aggiusterò bene io.

Così parlò quest’uomo singolarissimo, dopo aver messo nella mano di Caterina i cinquanta napoleoni che erano sul deschetto a fianco della sua poltrona.

- A proposito – egli soggiunse volgendo la parola ad Aniello – in quanto al denaro che tu affidasti al tuo compare di Mugnano, comprane un poderuccio e coltivalo, e recami ogni anno i frutti del tuo campicello, e così mi avrai a poco a poco restituito quello che se tu mi avessi chiesto io pure ti avrei dato senza che tu mi facessi quel brutto tiro. Ora, andate e siate felici; e vi ringrazio di avermi fatto passare una bella mezz’ora.

Aniello, Caterina, Nicola e il giovine Saverio (così il chiameremo oramai) caddero a’ ginocchi del barone.

- Non voglio genuflessioni!... Non sono nè un santo, nè un papa – disse il barone – Siate onesti e non v’inginocchiate dinanzi a nessuno, tranne che non ritorni sulla terra nostro Signore Gesù Cristo.

Ciò detto il barone si levò e trasse in altre stanze.

- Mamma mia, babbo mio – disse Saverio – andate; io vi raggiungerò tra poco. Andate a calmare le inquietudini dei cari fratelli e delle care sorelle; non indugiate a recar loro questa grande consolazione.

Egli abbracciò e baciò il piccolo Alfonso: baciò i suoi genitori e i fratelli, i quali non sapevano distaccarsi dalle sue braccia.

- Noi ti aspettiamo con ansia – gli dicea la Caterina.

- Non si metterà la tovaglia senza di te – dicea il muratore.

- Innanzi tutto, il nostro primo dovere si è quello di andarci a gittare di faccia a terra per ringraziare Gesù Cristo e la Madonna di tante grazie che ci hanno fatto in questa giornata – soggiungea la Caterina.

- Sì, sì, è vero, moglie mia: io non meritavo tanta felicità – osservava Aniello.

[53] In verità, quando si pensa alla incostanza delle umane sorti ed alla incertezza del più vicino avvenire, è da meravigliare!

Qualche ora fa, Aniello Falcone usciva dalla sua abitazione colla disperazione nell’animo; colla morte nel cuore, maledicendo e imprecando... Il mondo era per lui un abisso di miserie, di dolori, di lacrime. Il suo delitto lo escludeva dalla civil società; i suoi figliuoli avevano il diritto di maledirlo, giacchè egli avea gittato sul loro capo l’onta e l’infamia. Il più caro dei suoi figliuoli eragli tolto; le prigioni e le galere non avrebbero divorato il resto de’ suoi giorni, dappoichè la sera egli avrebbe misurata l’altezza del ponte della Sanità, e così avrebbe chiusa la miserabile sua vita.

A tutti quegli infelici e disperati che risolvono di por fine col suicidio alle loro sofferenze, noi vogliamo dare un consiglio.

Aspettate un altro giorno: altre 24 ore.

Siamo sicuri che 24 ore basteranno a far mutare la determinazione del suicidio.

Oltre a ciò, quali e quanti avvenimenti non possono accadere nello spazio di 24 ore, pe’ quali interamente si muti l’aspetto delle cose!

  

XXIII.

 

 Arlecchino non si era ancora dipartito dalla casa del barone.

Egli aveva ancora un disegno per la mente.

Iddio avea realizzato uno de’ cari sogni del giovinetto.

Arlecchino avea ritrovato i suoi genitori!

Egli dunque era nato in Napoli da parenti poveri ma onesti... Tartaglione lo avea rapito quando egli, piccino, era in istrada a ruzzare con altri fanciulli.

Come un lontano orizzonte che a poco a poco si snebbia, la mente del giovine si rischiarava. Tutte le circostanze che accompagnarono il rapimento gli tornavano alla memoria. Allora egli spiegò a sè medesimo la impressione che avea ricevuta nello entrare la prima volta in casa del muratore nel vico San Vincenzo; la commozione indefinita che egli avea provata nello affisare i suoi sguardi sul volto della Caterina e della Marietta.

Le lacrime gli ricorrevano copiose alle ciglia ripensando al dolore ond’egli avea trafitto il cuore della madre, involando il piccolo Alfonso.

Ora egli non era più un trovatello, un giocherello da divertire gli oziosi; non era più il piccolo buffone d’un ricco annoiato: avea ormai uno stato, una famiglia, un nome: non era più Arlecchino, ma Saverio Falcone; era libero cittadino, godeva i dritti civili,  avea il diritto di avere un’anima, un cuore, e poteva con orgoglio levar la fronte in faccia al suo simile, non avea più padroni.

Ciò non pertanto, la felicità del nostro Saveriuccio non era completa.

Gli mancava qualche cosa, la sua Paolina.

Ed ecco perchè egli non aveva ancora abbandonata la casa del barone di Cupaverde.

Il barone era uomo eccellente con tutte le sue stravaganze. Il cuore di quest’uomo non era come quello de’ ricchi in generale.

Un gran colpo era da tentare, e Saverio non volle indugiare a tentarlo.

 

Un quarto d’ora dopo che il muratore colla moglie e co’ due suoi figliuoli era andato via, Arlecchino si presentò al barone.

- Non sei ancora partito colla tua famiglia? – gli domandò questi.

- Non ancora, signor barone – rispose Arlecchino con voce commossa – Io non potevo andar via, senza prima baciare la vostra mano e ringraziarvi di quanto avete fatto per me e per la mia famiglia.

- Baciar la mano! baciar la mano! – esclamò Cupaverde – Si vede che hai nel corpo il sangue de’ Napolitani. Ora tu non devi baciare altre mani che quelle di tua madre, che è una brava donna, e di tuo padre... se sarà un uomo onesto. In Napoli si baciano tante mani che meriterebbero di essere mozzate dal boia. I ricchi, figliuol mio, sono la maggior parte o ladri o figli di ladri; e sono queste turpi mani per lo appunto quelle che si baciano. Le mani che si coprono di guanti sono per lo più quelle che vogliono nascondere le loro macchie. Stringi con confidenza la mano dell’onesto operaio, che è assai più rispettabile di quella che poltrisce nell’ozio. In quanto a quel poco di bene che ho fatto a te ed alla tua famiglia, non va neppur rammentato. Non abbiamo noi ricchi l’obbligo sacrosanto di sovvenire a’ bisognosi? Abbiamo noi forse ricevuto in retaggio i beni di questa terra per diguazzarci entro a nostra libidine come i porci nel brago? Vogliamo forse aspettare che i poveri ci rapiscano colla violenza quello che noi non diamo di nostro genio? Ce le abbiamo forse a portar con noi nella fossa, le nostre ricchezze, e le abbiamo a lasciare a qualche bastardaccio vizioso e malandrino che le dissiperà in bagordi? Oh, per la grazia di Dio, io non sono nè così gonzo nè così birbante; e, quando, finita la commedia umana, Domineddio mi domanderà che uso io ne feci delle mie sostanze, voglio poter rispondere: Le distribuii come mi venne fatto meglio. Oh se i poveri sapessero, figliuol mio, che sventura è questa di esser ricco, eglino non c’invidierebbero queste miserie che essi chiamano beni, e che sono mali, mali, malissimi. Tutta questa roba che io posseggo non è stata capace di darmi un’ora di felicità sulla terra. La noia ha divorato i miei giorni; l’inutilità della mia vita me l’ha fatta abborrire... Le maschere, la bugia mi circondano; l’amore non attecchisce coll’oro; il cuore è morto su i velluti e la seta, e l’anima si arrugginisce tra le mollezze e l’inerzia.

Così parlò il barone di Cupaverde.

Egli non era stato giammai così eloquente, così loquace... Gli avvenimenti della giornata aveano dato una singolare energia a quella morta natura.

Arlecchino era rimasto come incantato.

Quell’uomo non gli aveva mai mostrato questo lato sublime della sua natura.

[54] - Signor barone – disse il giovine – Io riconosco un miracolo della provvidenza nello aver voi avuto il pensiero di tormi dalla schiavitù di un brigante, che tolsemi all’amore della mia famiglia per fare di me un giocherello da fargli lucrare quattrini.

Io non avrei forse giammai ritrovato mio padre e mia madre; e i miei giorni sarebbero trascorsi nelle torture di una vita abbietta e faticosa per andare a compiere la mia carriera in qualche ospedale. Voi mi deste generosa ed amica ospitalità: ebbi talvolta il piacere di snebbiare la vostra fronte dalle rughe della precoce vecchiezza e dalla noia profonda che divora i vostri giorni; ma vi confesso, signor barone, che questo piacere mi costava il sacrifizio dell’anima mia; vi confesso che il mio stato di buffone mi umiliava a tal segno che sovente io ne piansi di rabbia e di dolore... Pur tuttavia, io ero meno infelice di trovarmi in casa vostra che nelle pubbliche piazze, tra una compagnia di bestiali istrioni o saltimbanchi. In casa vostra io avevo gran parte della giornata a mia disposizione, e nelle ore in cui ero solo pensavo a tante cose, cui dianzi non mi si lasciava tempo di pensare, e quanto più pensavo, tanto più il mio stato mi facea ribrezzo. Io sentivo, signor barone, un bisogno che non sapevo esprimere a me stesso. Il canto degli uccelli, che io buffonescamente imitavo, la vista del mare, della stellata volta del cielo, le canzoni del popolo, le ninne-nanne che sentivo dalle madri nel mezzo della strada, tutto ciò mi commovea di tenerezza ineffabile, e i miei occhi si coprivano di lacrime... Io avea bisogno di amare e di essere amato. E una mattina, ciò fu quando voi eravate nelle vostre terre di Basilicata, una mattina vidi un angiolo in una chiuesuola, e me ne invaghii perdutamente.

- Che cosa è cotesto angelo? – dimandò il barone, a cui la poesia del cuore era un linguaggio ignoto.

- L’unica figliuola d’una povera vedova, una santa famiglia, signor barone... E se voi vedeste la fanciulla! Non può avere il paradiso un angelo più bello della mia Paolina.

- Sa ella che tu l’ami?

- Oh sì, signor barone.

- E sei riamato?

- Ne ho quasi la certezza, avvegnacchè dal suo labbro giammai non sentii questa dolce parola.

- Parlasti mai colla mamma?

- Sì, signor barone, e fui costretto di dire una bugia, perchè dissi nomarmi Gabriele. Poteva io dire di non avere altro nome che quello di Arlecchino? Oh! signor barone, se sapeste quali torture ha provato questo povero mio cuore! Io doveva patire l’umiliazione di confessare che non avevo nè genitori, nè famiglia, nè patria, nè stato e neanco un nome di battesimo, che pur si dà a’ più abbietti bastardi, a’ cani, a’ cavalli, alle giumente, alle scimie.

- Scellerato Tartaglione! – esclamò il barone – Quest’uomo si merita le forche.

- Oggi ho un nome, una famiglia – seguitò Saverio – ma la mia famiglia è indigente; mio padre è un povero muratore: ed io, con tutta la buona volontà che ho di lavorare, applicandomi ad un mestiero onesto, non sono ancora buono a nulla. Compite la vostra opera benefica, signor barone... formate la mia felicità e quella della mia Paolina; e noi pregheremo ogni giorno il Signore Iddio che vi faccia tanto felice per quanto vi ha fatto nobile di animo e generoso; ed io vi amerò come un altro mio padre, e noi circonderemo i vostri giorni colle cure di amorosi figliuoli; e, dopo Dio, noi non avremo altro culto sulla terra che quello della riconoscenza pel nostro benefattore, per la nostra provvidenza.

Il barone era commosso.

Quest’uomo aveva avuto parecchie sorprese quella giornata, giacchè sorprese erano per lui le commozioni che aveva provate.

- Guarda un poco! – disse come parlando con sè medesimo – Chi avrebbe detto che questo monello, che io tolsi meco per farmi ridere un poco, avrebbe finito col farmi piangere!

Arlecchino aspettava una sentenza dal labbro del suo signore.

- Saresti tu disposto a lasciare Napoli? – dimandò il barone dopo alcuni momenti di silenzio.

- E i miei poveri genitori? – disse il giovine.

- Tu verrai in Napoli due o tre volte l’anno. Se dall’un canto dispiacerà alla tua famiglia il separarsi da te novellamente dopo averti quasi per un miracolo ritrovato, dall’altro lato il saperti felice formerà la loro felicità. Io ti nomino fattore de’ miei beni in Basilicata con cinquanta ducati il mese per ora, salvo ad aumentare questo stipendio in proporzione del tuo zelo e della tua onestà. Tra un mese tu sposerai la tua Paolina, e tra quaranta giorni partirete entrambi.

Arlecchino si precipitò sulla mano del barone e gliela volle baciare per forza.

Poco mancava che il giovine non impazzasse per la gioia.

Un terzo d’ora appresso a questa conversazione, Arlecchino, o meglio, Saveriuccio si trovava tra gli amplessi della sua famiglia. 

 

XXIV.

 

 Sonavano le ventiquattr’ore di questa stessa giornata.

Paolina, seduta dietro i vetri del terrazzino, avea smesso di cucire, ed era rimasta a guardare distratta e pensosa l’aria esterna che si andava gradatamente abbuiando.

La signora Almerinda era occupata a rifornire di olio la lampada della Madonna; ma ottemperando alle leggi della economia domestica, non accendeva ancora l’unico lume a due becchi.

Il crepuscolo faceva ancora distinguere gli oggetti in quella camera, ma lasciava interamente al buio certi angoli e specialmente l’uscio da scala.

Paolina non avea veduto Gabriele da parecchi giorni. il suo volto pallente, i suoi occhi lacrimosi esprimevano una malinconia rassegnata, la quale avea profonde radici nel cuore.

Non si era più ritoccato colla mamma il discorso sul giovine sconosciuto, rapitore del figliuoletto di Caterina.

Questo fatto era rimasto un mistero.

[55] La signora Almerinda avea rigovernata la lampada, e si accingeva a dar mano ad altre faccende domestiche, quando fu picchiato all’uscio da scala.

- Sarà la nostra vicina, la signora Brigida che viene a chiedermi un po’ di zolfo per la pietra focaia o un po’ di carbonigia per la braciera – disse la signora Almerinda.

Paolina avea avuto un soprassalto. È certo che le anime innocenti e pure hanno misteriosi presentimenti.

L’uscio fu aperto.

L’oscurità non permettea di discernere la persona che entrava.

- Chi è? – dimandò la signora Almerinda – siete voi vicina Brigida?

- No, signora Almerinda – rispose un’altra voce – son io, sono Caterina la moglie del muratore.

- Uh! la Caterina! a quest’ora! Paolina, accendi un lume. E che vuol dire la vostra venuta, mia buona Caterina? Entrate, entrate.

La moglie di Aniello entrò in quell’unica stanza, e non rinchiuse l’uscio da scala, ma soltanto il lasciò socchiuso; di che non si accorse l’Almerinda.

Paolina accese in fretta il lume a due becchi: essa era agitata per ignoto commovimento.

Quando il lume fu acceso, si videro distintamente le sembianze.

La faccia di Caterina era raggiante di gioia.

- Vengo a mettervi a parte della mia contentezza, signora Almerinda.

 E i suoi occhi brillanti d’insolita gioia, si affisavano sulla fanciulla con una particolare espressione.

- Oh! sia benedetta la Vergine Santissima! – esclamò l’Almerinda con sincera soddisfazione – Scommetto che avete ritrovato il vostro piccino.

- Proprio così. Il piccolo Alfonso è con noi.

- Oh che gioia! E vostro marito?

- È con noi.

- Bravo! bravo! bravo! Se sapeste quanto abbiamo pregato per voi, buona Caterina.

- Lo credo, signora Almerinda; voi siete così buona; e vostra figlia è un angelo. Venite qua; Paolina, permettete che io vi baci come una madre.

La fanciulla si fe’ rossa di botto: si appressò a quella donna, che la strinse tra le braccia e la baciò con effusione.

Le tre donne si sedettero dappresso alla braciera.

- Raccontateci come è andata la cosa, si-Caterina – disse l’Almerinda smovendo colla paletta la carbonigia.

- Vi dirò tutto; ma non ancora vi ho palesato tutte le mie consolazioni. Signora Almerinda, io sono la donna più contenta di questo mondo. Voi non crederete alla mia felicità se io vi dirò che in una sola giornata ho ritrovato il mio bambino, il mio Aniello e il mio Saveriuccio.

- Saveriuccio? – esclamò sorpresa la vedova – che è cotesto mo?

- Non ricordate di quell’altra mia creatura, di cui vi ho parlato tante volte, la quale io perdetti una sera, or sono dieci anni, e che mi fu dato a credere essere morta sotto le macerie di una casa caduta nel terremoto di Sant’Anna?

- Sì, sì, ben ricordo, che tante volte me ne parlaste, si-Caterina.

- Or bene, signora Almerinda; il fanciullo che io piansi per morto, il mio primogenito, il mio Saveriuccio, io l’ho ritrovato; è con me, bello come un serafino, come l’arcangelo Gabriele.

- Possibile?

- Se vedeste come si è fatto grande! Non ha ancora diciassette anni, ed il pigliereste per un garzone di venti.

- Oh! e perchè non il menaste con voi, si-Caterina? – dimandò la vedova – Avremmo avuto tanto piacere di vederlo.

- Voi lo avete già visto parecchie volte – rispose la moglie del muratore guardando con significazione la Paolina, che era tutto sossopra per ignoto e indefinibile commovimento.

- Io l’ho veduto! – esclamò la vedova – E dove? e quando?

- Non vi ho detto che egli rassomiglia all’angiolo Gabriele? – disse la Caterina con un sorriso.

- Spiegatevi, Caterina.

- Vi ho apparecchiata una sorpresa delle più grandi – soggiunse costei – Questo è giorno di maraviglie. Di contentezze, di miracoli. Voi vedrete il mio Saveriuccio.

- Quando?

- Or ora.

- Verrà qui?

- È già venuto.

- Dov’è?

- Non avete che ad aprire l’uscio e dargli una voce.

La signora Almerinda si alzò e corse all’uscio.

Paolina gittò un grido di gioia.

L’angelo Gabriele, ovvero Arlecchino, ovvero Saveriuccio, era lì... in quella stanza, alla presenza della signora Almerinda, che non credeva agli occhi suoi, e della fanciulla che lo affisava come una fantastica apparizione.

 

Caterina raccontò con la maggiore schiettezza tutti gli avvenimenti che erano accaduti in quella memorabile giornata.

Parea che la donna del muratore narrasse uno di que’ racconti di fate co’ quali si addormentano i fanciulletti.

- Ed ora, signora Almerinda – seguitò la Caterina – ora che vi ho detto tutta questa incredibile storia; ora sta a voi il porre il suggello alla mia felicità, formando quella di questi due giovani che si amano da un pezzo. Mio figlio ha un nome, una famiglia, uno stato, una posizione discreta. Il barone di Cupaverde che lo ama tanto, lo ha nominato Fattore de’ suoi beni di Basilicata con lo stipendio di cinquanta ducati il mese e colla promessa di accrescergli questo assegno quando il giovine gli darà prove di zelo, di operosità e di rettitudine; e il mio Saveriuccio non mancherà al suo dovere. Il nostro cuore si spezzerà quando ci dovremo novellamente disgiungere a causa della sua partenza per la Basilicata; ma il pensiero che egli è felice al fianco della sposa che egli ama, renderà meno amara per me la sua lontananza, come per voi, signora Almerinda, meno penosa dovrà essere la separazione dalla vostra figliuola pensando ch’ella è felice al fianco dello sposo ch’ella ama. D’altra parte il barone ha promesso che eglino verranno in Napoli due o tre volte l’anno; e noi avremo il piacere di riabbracciare di tempo in tempo i nostri cari figliuoli, di benedirli e di trovarli sempre più buoni e più amanti l’un dell’altro. Sono due cuori innocenti, due anime di angioli. Dio gli ha quasi miracolosamente avvicinati e congiunti per lo affetto, e noi, signora Almerinda, non possiamo andar contro a’ decreti del Signore. Non vedete com’essi aspettano ansiosi e tremanti dal vostro labbro la parola che gli ha da rendere felici?

[56] Così parlò Caterina; e, mentre la buona donna parlava, quei due cari figliuoli di Saveriuccio e Paolina, cogli occhi bassi, coi volti ora pallidi, ora infiammati, sembravano aspettare dal labbro dell’Almerinda la loro sentenza.

- Mia buona Caterina – disse costei, che in sostanza travedea per la figlia – voi mi avete messo in un crudelissimo imbarazzo, dal quale io non ho il potere di uscire senza l’aiuto di Dio. Io non bramo di meglio che di formare la felicità di mia figlia e insiememente del vostro Saveriuccio. Credete che io non mi sia accorta che questa creatura di mia figlia da qualche tempo in qua non fa altro che piangere e sospirare? Credete voi che io non mi riputerei felicissima di poterle inserenare la fronte ed asciugare le lacrime? Ma una buona, savia e affezionata madre dee pensare all’avvenire della sua prole. Non vi state a pensare che io voglia dare un principe a mia figlia o che io la voglia insetare o coprir d’oro, ma all’avvenire ei bisogna pensarci. Egli è vero che il barone di Cupaverde ha nominato il vostro Saveriuccio suo fattore pei beni che egli possiede in provincia; ma è questa una posizione stabile e duratura? E, se al signor barone salti in testa il grillo di licenziare il suo fattore?

- Oh, signora Almerinda, ei non bisogna crearsi il male colla mente. Gesù Cristo e la Madonna non lasciano deserti di aiuti i buoni figliuoli. D’altra parte, da tutto quello che vi ho narrato voi avete potuto vedere che cuore ha il signor barone, che è la bontà in persona. Io sono sicura che egli, il brav’uomo, farà la fortuna e la felicità de’ nostri figliuoli. E, quando tutto manchi lavoreremo tutti per aiutarci l’un l’altro; e la provvidenza non ci abbandonerà, perchè insomma, noi altri non abbiamo fatto male al nostro prossimo, ed a’ figli nostri abbiamo insegnato le cose di Dio.

- E la separazione, voi la contate per niente, neh! Caterina? – disse la signora Almerinda che si sentiva bloccata nelle sue trincee – È impossibile che io mi separi dalla mia creatura. E che cosa farei io sola in questa casa? La malinconia mi ucciderebbe. Se io esco sola per mie faccende non veggo il momento di ritornare a casa per rivederla, questa mia cara figlia. Or come potrei io vedermi lontana da lei, e saperla in un altro paese?

- Io sono madre come voi, signora Almerinda – ripigliò la moglie di Aniello – e, non fo per dirla, non sono meno affezionata di voi. So ben io quello che costerà al mio cuore questa novella separazione; io ne cascherò ammalata, se pure non ne morrò addirittura; ma se io il saprò felice, un tal pensiero sarà balsamo al mio dolore.

Non appena la Caterina avea proferito queste parole, Saverio e Paolina obbedienti ad uno stesso pensiero, scambiatisi uno sguardo tenerissimo, si gettarono a’ piedi della signora Almerinda.

- O madre mia, io l’amo tanto! – esclamò la fanciulla in uno slancio di irresistibile passione.

- O mia seconda madre, è la felicità che noi imploriamo a’ vostri piedi – esclamò Saverio colle lacrime agli occhi.

Non potè la buona signora Almerinda resistere a questa vista tenerissima; e, cedendo all’impulso del materno suo cuore, abbracciò i due giovani; si sciolse in lacrime, e mormorò tra i baci e i singhiozzi:

- Siate felici, miei figliuoli, e Dio vi benedica!

 

 XXV.

 

 Sono scorsi vari mesi dagli avvenimenti che abbiamo narrati.

Il barone di Cupaverde volle compiere la sua bella opera: egli volle vedere la sposa di Saverio e le regalò per dote la somma di mille scudi.

Il matrimonio tra Saverio e Paolina ebbe luogo al casino del barone allo Scudillo. Questo eccellente uomo cedette alla famiglia del muratore il primo piano del suo casino.

Con tutta la gioia che gli traboccava dal cuore, Aniello piangeva sempre. Non sapremmo dire quale si era la ragione delle sue lacrime: probabilmente, egli non sapea perdonare a sè stesso la turpe azione da lui commessa contro un uomo di tanto cuore, di tanta generosità.

Poco tempo innanzi degli sponsali di Saverio e Paolina, Aniello si recò a Mugnano per riprendere il danaro che quivi ei lasciò in deposito presso un suo compare.

La riapparizione di Aniello dopo sì breve spazio di tempo fu un colpo di fulmine pel compare, che aggrottò le ciglia nel rivederlo.

- Che cosa ti mena così presto da me, compare? – dissegli questi.

- Vengo a riprendere il mio denaro – riprese Aniello senz’altri preliminari.

- Quale danaro? – domandò quegli come un uomo a cui venga richiesto una cosa, di cui non ha notizia veruna.

 Il muratore il guardò tra i due occhi.

- Come! – esclamò con pacatezza – non ricordi che io ti lasciai ha poco tempo la somma di 50 napoleoni in deposito?

Il compare fece un cotal risolino beffardo; indi volse al cielo i suoi occhi di gatto selvaggio, e disse:

- È un gran malanno cotesto che tu ti sei appiccato addosso, compare mio.

- Che cosa?

- Cotesto vizio scelleratissimo che tu hai di trincare oltre ogni misura; ed ecco quello che ne succede, che tu prenda per realtà le fantasticherie più assurde che i vapori del vino ti creano nel cervello.

Aniello stette un pezzo a riguardare quello svergognatissimo uomo, che con tanta impudenza niegava il deposito avuto. Ebbe dapprima la tentazione di langiargli le mani al collo e di affogarlo; ma si contenne; e, pigliando aspetto e voce di un buon messere:

- Tu credi adunque, compare che il vino mi abbia fatto sognare la faccenda dei 50 napoleoni?

- Nè più nè meno, compare mio; ed io ti consiglio pel tuo meglio che tu smetta cotesto pessimo vizio che un giorno o l’altro ti può far trovare in assai cattive condizioni.

- Ti ringrazio, compare, de’ tuoi savi consigli – rispose Aniello con accento ironico – ma bisogna dire che tutti e due abbiamo sognato, io di averti dato il denaro in deposito e tu di avertelo ricevuto.

- Come s’intende?

- S’intende che questa carta tu l’hai dovuta scrivere dormendo – disse Aniello ponendo la mano in sacca e cavando il ricevo che il compare avea firmato del denaro ricevuto in deposito.

- Che carta? – dimandò quel birbaccione.

E ratto come il pensiero strappò di mano ad Aniello il ricevo e sel trangugiò.  

[57] Il muratore restò primamente paralizzato a così sterminata audacia: ma scorta in un lampo la infamia di quell’uomo, se gli avventò addosso; il ghermì con ambo le mani per la gola, cui strinse in siffatta guisa, che quegli non potè più rifiatare, e gli occhi rifiammeggianti sembravano volersi spostare dalle orbite loro!...

- Ah! tu hai trangugiato il mio titolo di credito, infame ladrone svergognato! – gli dicea Aniello senza lasciargli l’adito d’ingoiare un bocconcino d’aria – Ah! tu così abusi la mia confidenza in te, e ti pensi di poter ormai goderti in santa pace i cinquanta pezzi d’oro, solo perchè io non ho in mio potere quel documento che tu mi hai strappato con tanta fretta e fatto in brani? No, tu non ti rifarai dritto, mio dolce comparello, se innanzi non metti fuori i cinquanta napoleoni. Io non ti lascio spazio a respirare se tu non mi restituisci il mio denaro.

Il compare stretto alle fauci da quelle due morse, non poteva articolar parola: gli occhi gli schizzavano di fuori; tutto gli si era lividamente infiammato il lercio e allampanato viso; pochi altri secondi ed egli saria morto senz’altro: fe’ cenno colle mani che avrebbe soddisfatto il suo debito.

- Dove hai il denaro? – gli domandò Aniello alleggerendogli un poco la stretta all’esofago per dargli l’agio di rispondere.

Tu vuoi assassinarmi! – disse con voce soffocata quel ribaldaccio.

E Aniello tornò daccapo a stringere la strozza.

- Dimmi dove hai il denaro o io ti affogo senza misericordia.

Il compare si vide morto, e mostrò colla mano un cassettone che era a dritta.

- La chiave?

La faccia del compare era divenuta di un rosso cupo: egli mise incontanente la mano in saccoccia e ne trasse la chiave.

Il muratore s’impadronì della chiave, e lasciò libero il compare mezzo svenuto dal dolore; e corse ad aprire il cassettone.

Il compare dovette misurare nella sua mente le proprie forze con quelle del muratore; e questo rapido paragone non dovette essere incoraggiante per tentare una lotta. Egli era piccolo, smilzo, già venuto innanzi negli anni; e il muratore era alto, complesso, pieno di vita e di forza.

Egli lasciò dunque che Aniello aprisse il cassettone; ma mentre questi era intento a ricercare il denaro, il ribaldo aprì la finestra, che rispondea su la strada e, con quanto fiato aveva in corpo, si pose a gridare – Al ladro! Al ladro!

Questa parola ormai facea raccapricciare il muratore... Questi lasciò l’opera alla quale era intento; corse di dietro a quel briccone, e, afferratolo di peso tra le sue braccia lo andò a chiudere in un puzzolentissimo cesso, donde gli era impossibile di farsi sentire alla gente che transitava per la strada.

Volle la buona sorte di Aniello che nel momento in cui il compare gridò dalla finestra, nissuno passasse per quella via.

Aniello ebbe tutto l’agio di ricercare i suoi cinquanta napoleoni nel cassettone del compare: li trovò, in fatti, rincantucciati in un triplice cartoccio ben suggellato nel fondo della prima cassa di quel mobile.

Aniello scartocciò il denaro ed il contò.

Era proprio lo stesso numero di pezzi d’oro che egli avea dato in deposito a quel ladro traditore.

Rimpossessatosi del suo denaro, Aniello dovè pensare che s’egli andavasene senza le debite cautele quel birbaccione sarebbe stato capace di andarlo a denunziare come ladro scassinatore. Per la qual cosa bisognava fargli scrivere una dichiarazione colla quale il compare avesse riconosciuto il debito ch’egli avea verso di lui, Aniello, e la frode che volea commettere.

Cercò per tutte quelle stanze un pezzo di carta, e fatto gli venne di trovarla.

Andò a scarcerare il compare mezzo asfissiato dal carbonio del cesso.

- Compare carissimo – gli disse con sarcasmo il muratore – Hai ben digerito ed evacuato il mio ricevo? Ho trovato esattamente i 50 napoleoni tali e quali io te li detti in deposito. Ti ringrazio di avermeli così bene conservati. Ora mi hai a fare il piacere di scrivermi su questo pezzettino di carta due righe per mia sicurtà, e questa volta sii sicuro che non ti farò trangugiareun altro pezzettino di carta; ti potrebbe fare indigestione, ed io ne sarei dolentissimo. Dunque mio ottimo amico, poniti al tavolino, e scrivi sotto la mia dettatura.

Il compare, non ancora ben rimesso della stupefazione in cui era ceduto per le fetide esalazioni del cesso, guardava trasognato il muratore, e non sapea risolversi a niente.

- Bisogna pur prendere qualche cautela, mio buon compare, giacchè tu hai certe tentazioni, le quali potrebbero un giorno o l’altro farmi trovare impacciato con l’autorità ed a me non piace di sfregarmici. Su via dunque vieni a questo tavolo e scrivi quello che io ti detto.

Ciò dicendo, Aniello prese per un braccio lo stordito compare, il costrinse a sedere, gli pose la carta dinanzi e la penna in mano.

 

‹‹Dichiaro io qui sottoscritto...

- così andò dettando Aniello, e il compare eseguiva macchinalmente – che ho restituito al mio compare Aniello Falcone i cinquanta napoleoni che egli mi lasciò in deposito alcun tempo fa; e ciò per sua cautela, avendo io trangugiato il ricevo che gli rilasciai, in guisa che il mio compare è stato costretto di usarmi violenza per riprendere il denaro – Mugnano, li 6 marzo 1816››.

[58] Il compare avea scritto precisamente ciò che Aniello gli avea dettato; ma, però che questi non sapeva leggere, dovè naturalmente pensare che quegli avesse posto in carta tutt’altra cosa. Perchè, messo la carta in saccoccia:

- Bisogna ora che io mi assicuri di ciò che hai scritto, amicone – gli disse – Devi avere la pazienza di startene in gattabuia pochi altri momenti, il tempo che io mi faccia leggere da qualcuno la tua scritta.

Detto ciò, senza lasciare al compare il tempo di difendersi, tornò a ghermirlo di peso, e novamente lo andò a chiudere nel cesso, nonostante gli sforzi erculei che costui faceva per non patire quest’altra violenza.

In tal modo assicuratosi contro qualunque rappresaglia, Aniello uscì lasciando socchiuso l’uscio da scala.

Venne in strada, e si andò a far leggere la scritta da un vicino farmacista.

Il compare avea scritto precisamente ciò che gli era stato dettato.

Aniello ritornò da lui; gli dette la libertà e gli disse:

- Ora restiamo amici, compare; ma sta certo che non farò più la bestialità di affidarti altro denaro.

Detto ciò, egli abbandonò quella casa, e, poco stante noleggiato un calesso, riprese la via di Napoli. 

 

 

RIEPILOGO

 

  I.

 

Aniello arrivato a Napoli, non pose tempo in mezzo, e andossene a ritrovare il barone di Cupaverde.

- Signore eccellentissimo – gli disse – sollevatemi da un gran peso.

- Che cosa? – dimandogli quel signore.

- Vengo a portarvi gli altri cinquanta napoleoni, parte del denaro che io...

Il barone comprese.

- Dove tenevi tu conservato questo denaro?

Il muratore raccontò filo per filo tutto ciò che gli era avvenuto a Mugnano.

- Riprendi questo denaro – gli disse il barone – Non ho bisogno di altre pruove del tuo ravvedimento e della tua onestà. Un momento di alienazione mentale ti fece commettere una turpe azione. Il pentimento è sacro come l’innocenza. Sono felice di aver secondato le ispirazioni del mio cuore. Se io ti avessi fatto arrestare e imprigionare, ti avrei forse chiuso per sempre la via alla riabilitazione. Sono sicuro che tu ritorni uomo da bene, onesto operaio. Non si parli più del passato. L’unico vantaggio che danno le ricchezze è appunto questo di dare i mezzi agli onesti traviati di non più deviare dal retto sentiero. Io ti ringrazio di avermi dato l’occasione di fare una bella azione e di rendere felice una famiglia povera e virtuosa. Certo, il più infame e vergognoso delitto di che un uomo si possa macchiare è il furto; ma la legge che punisce severamente questo delitto non provvede in pari tempo a riabilitare il colpevole. Non ci è turpitudine che non si possa lavare col pentimento e col sincero ritorno alla virtù. La mala organizzazione sociale è spesso causa di questi attentati alla proprietà; ed i ricchi hanno l’obbligo sacrosanto di provvedere che meno numerosi avvengano questi attentati. Or va, Aniello Falcone; io ti do liberamente e di mia spontanea volontà questo denaro che tu sei venuto a restituirmi; esso è tuo; godine nel seno della tua famiglia senza rimorso e senza rammarico; e possa la tua condotta nell’avvenire corrispondere pienamente alla fiducia che ho nel tuo ravvedimento.

Aniello si gittò a’ piedi del suo benefattore, e, sciogliendosi in lacrime di riconoscenze, gli disse:

- O mio signore, voi mi date più che la vita; voi mi restituite la dignità di me stesso, Dio vi benedica e vi prosperi!

 

 II.

 

Celebrate le nozze tra Saverio e Paolina, gli sposi rimasero una quindicina di giorni in casa di Aniello.

Costui avea ripreso il suo mestiero di muratore.

Nicola, il secondogenito della famiglia, giovinetto di bellissima indole, tanto affezionato a’ suoi genitori, continuò nello apprendimento dell’arte di falegname.

L’unica novità che ebbe luogo in quella famiglia si fu che la Vincenzina non fu più mandata a servire in qualità di piccola fante; fu questo il volere del barone, il quale fece osservare a quegli onesti che non si hanno da avvezzare le fanciulle alla pericolosa vita delle fanti, mestiero troppo umiliante e degradante per la specie umana, essendoci tanti altri modi per la donna di lucrarsi un modesto pane senza essere costretta a patire le dure umiliazioni della servitù, nella quale a poco a poco l’anima smarrisce il sentimento della propria dignità e si abitua a poco a poco a transigere colle leggi della onestà.

La fabbrica del casino del barone allo Scudillo fu menata prestamente a termine; ed il Cupaverde vi si recò ad abitare nel secondo piano; il primo era stato temporaneamente ceduto, come abbiamo detto, alla famiglia del muratore, che vi menò giorni tranquilli e felici.

 

Ma questa felicità ebbe un giorno di grande amarezza.

Saverio dovè partire per la Basilicata colla sua sposa.

Ben diceva il Goldsmith nel suo Vicario di Wackefield che una delle più penose circostanze che si accompagnano alla povertà si è la separazione dalle famiglie.

Oh! come il cuore si dilacera nel momento in cui un padre amoroso, una madre tenerissima dee separarsi dalla cara sua prole. Com’è triste quel giorno in cui due cuori che si amano si hanno da disgiungere per vivere l’uno lontano dall’altro le centinaia di miglia!

Come strazianti sono quegli addio, que’ baci, quegli abbracciamenti.

Come sembra centuplicarsi l’affetto in quegli istanti supremi! La morte è poco men dolorosa!

Come il cuore d’una madre accompagna co’ palpiti ogni passo che il suo diletto figliuolo deve dare per allontanarsi da lei! come mille fantastiche apprensioni e paure sorgono a tormentare lo spirito dell’afflitta genitrice! come ei pare che una parte del cuore si sia divelto dal petto.

[59] L’ora della separazione da’ propri figli è segnata da Dio tra le ore del martirio della vita, ed egli ne terrà conto nel bilancio delle espiazioni.

Saverio abbracciò e baciò con tenerissimo strazio dell’anima il babbo, la mamma, la cara mamma, che è sempre quella che fa più pena a lasciare, i suoi cari fratelli e sorelle, da poco ritrovati, Nicola, Marietta, Andrea, Torillo, Vincenzina, Agnesina, il piccolo Alfonso, che più non si volea staccare da lui, e la lattante Filomena.

Tutti quei cari visini si confusero tra mille baci e mille lacrime.

Straziante fu del pari la separazione di Paolina dalla signora Almerinda sua madre.

Fu convenuto che costei rimanesse per qualche tempo nella casa del muratore, perchè meno dura fosse la solitudine in cui sarebbe rimasta senza la diletta figliuola.

Aniello, Caterina e la signora Almerinda benedissero i loro figliuoli che partivano da loro. La paterna benedizione su i figli che partono è arra di felicità per costoro; essa allontana dal loro capo i pericoli e dal loro cuore i mali istinti e le tentazioni. Il barone di Cupaverde assistette tutto commosso a questa scena di tenerissimi affetti. Per la prima volta egli si accorse che l’amore non è parola vana in su la terra.

- Ci è una felicità su la terra – esclamò tra sè questo eccellente uomo – quella di far del bene.

 

 III.

 

Erano scorsi oltre due mesi dalla partenza di Saverio e Paolina per la Basilicata, quando una mattina il barone di Cupaverde ricevette una visita.

Era Tartaglione, l’impresario della girovaga compagnia di saltimbanchi, della quale avea fatto parte il giovine Arlecchino.

Tartaglione era stato primamente nella casa del barone in via Tribunali; e colà il portinaio gli avea detto che questo signore si trovava al suo casino allo Scudillo.

Tartaglione, noleggiato un somarello prese l’altura e s’incamminò pel vico San Vincenzo.

Nel passare da costa all’antica abitazione del muratore Aniello Falcone, egli guardava a dritta e a sinistra con occhi smarriti e die’ col bastone in testa alla sua cavalcatura per farla andare più presto.

Si sarebbe detto che ei fosse perseguitato da un rimorso.

Arrivato al casino del barone, chiese di vedere questo signore.

Il barone fece un salto nel sentire il nome del venditore di Arlecchino.

Prima di dargli udienza, egli dette alcune disposizioni a don Rodrigo il segretario.

Tartaglione si trovò alla presenza del barone.

- Che cosa vi rimena da me, galantuomo? – gli dimandò questi con pacatezza.

- Vostra eccellenza si ricorda del mio nome?

- Oh! perfettamente.

- Si ricorda delle nostre convenzioni?

- Precisamente.

- Oggi, 22 maggio 1816, compie l’anno.

- Lo so. E voi venite a reclamare il vostro Arlecchino, non è vero?

- Se non dispiaccia alla Eccellenza vostra.

- È giusto: così fu stabilito: e, se io non vi restituissi Arlecchino, vi dovrei dare la somma di...

- Due mila scudi, eccellenza, e così ogni anno, fintantochè piaccia alla eccellenza vostra di ritenere in casa il mio personaggio.

- Sta bene; voi ragionate da galantuomo qual siete. Ditemi, Tartaglione, sapete voi a quale famiglia appartiene il vostro Arlecchino?

A questa inattesa domanda Tartaglione guardò fiso il barone; ma non si peritò a rispondere:

- Non so, eccellenza. Io trovai questo bambino in riva alla Brenta, scalzo, pressochè nudo, affamato; feci le possibili ricerche per restituirlo ai suoi genitori; ma non mi riuscì di scoprire a chi appartenesse il fanciullo. Allora, visto riuscite infruttuose le mie ricerche, me lo tenni qual figlio, e gli detti uno stato ed una posizione sociale.

- Bravissimo! Voi gli deste uno stato, una posizione sociale; voi siete un filantropo di prima forza, e la società vi debbe una eterna riconoscenza; onde io ho pensato di creare anche a voi una brillante posizione.

- Dove eccellenza?

- Nelle carceri della Vicaria.

Tartaglione impallidì e poco mancò non isvenisse.

- Voi siete un furfante, un ladrone, un miserabile – seguitò sempre pacatamente il barone – Voi rubaste a’ suoi teneri genitori, poveri ed onesti, quel fanciullo che si chiama Saverio Falcone, per farvene uno strumento da quattrini, voi l’uccideste moralmente, gli toglieste l’anima, Dio, i genitori, la famiglia, la patria, il nome, financo il nome, financo l’umanità; voi ne formaste una scimmia; voi rubaste il fanciullo mentr’egli si trastullava nel mezzo della strada co’ suoi piccoli compagni, sotto le finestre della sua casa, nella salita di San Vincenzo alla Sanità, quasi sotto gli occhi di sua madre, che lo ha pianto per oltre a dieci anni. Voi siete un ladrone, un infamissimo ladro, un miserabile degno delle forche, alle quali ora vi avvio.

Detto ciò, il barone sonò il campanello, e tosto dinanzi a lui si presentarono don Rodrigo, con quattro uomini di polizia.

- Impadronitevi di costui – disse agli uomini dell’Autorità – Egli darà conto dei suoi delitti alla giustizia.

Tartaglione fu menato via.

- Un birbante di meno su la terra è sempre qualche cosa – esclamò tra sè il barone sfregandosi le mani – Ho passato un altro bel quarto d’ora. La vita non è poi così noiosa com’io mi pensavo. Ci è sempre qualche cosa da fare a pro del nostro simile.

 

FINE

 

[1] Mezza caraffa.

 

[2] Accendete, accendete; un tegamuccio un grano.

 

[3] Femmine, accendete i lumi; toglietevi le gonne e ponetevi i calzoni.

 

[4] Piccolo teatro di prosa ch’era in Napoli in quel tempo.

 

[5] Era questa ed è forse ancora in certi rioni della nostra città la costumanza della bassa gente. Una persona, spedita dalla parrocchia, va in giro pel quartiere domandando a suono di campanelli del fanciullo smarrito.

 

[6] Cuffiare, voce del dialetto che significa burlare.

 

 

 

 

 

 

Il muratore della Sanità

Nota al testo

 

 

La stesura de Il Muratore della Sanità risalirebbe al 1872, stando al manoscritto Elenco de’ miei romanzi, conservato presso la Sezione Lucchesi Palli della Biblioteca Nazionali di Napoli Vittorio Emanuele III (mss. L. P. 2/49). Il romanzo fu pubblicato prima nel 1873[a] con il titolo Arlecchino e poi con il nuovo titolo sul "Roma. Giornale politico quotidiano", in cinquantanove puntate apparse dal 20 settembre all’8 ottobre e dal 10 ottobre al 18 novembre 1890 (nei numeri 261-279 e 281-320).

 

Il testo qui presentato riproduce le appendici pubblicate sul noto quotidiano napoletano[b].

 

In questa nuova stesura le variazioni apportate sono minime e si limitano a:

1) Correzioni di refusi di stampa: lettere o parole capovolte, lettere o sillabe mancanti o abrase, lettere raddoppiate o triplicate;

2) Uniformazione degli spazi: quelli che precedono i segni di punteggiatura "virgola",  "punto e virgola" e "due punti" sono stai eliminati.

3) Integrazioni o espunzioni della punteggiatura solo dove è parso indispensabile.

 

La correzione degli errori tipografici è stata fatta comunque con molta cautela e tenendo conto delle peculiarità linguistiche (per alcune forme è da escludere l’errore di stampa).

 

Gli accenti rimangono immutati (es.: “perchè", "sè", "giacchè", ecc.).

 

Alcune forme verbali, per esempio gli imperativi tronchi di seconda persona singolare, sono state lasciate immutate (es.: va in luogo di va', ma anche di’  e non di).

 

Il testo è introdotto dalla dicitura "Prima parte", eliminata in questa edizione perché ad essa non fanno seguito indicazioni di parti successive.

 

La citazione che apre il testo, presente anche nell’originale, è stata corretta facendo riferimento a un’edizione digitale del romanzo La fontana de oro[c].

 

L’impaginazione del testo (capoversi, segni di separazione dei paragrafi) segue quella originale.

La numerazione originale dei capitoli è errata. Riporto nella schema quella corretta accompagnata, tra parentesi quadre, dalle indicazioni degli errori : I, II, III [II], IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII [XIV], XIV [XV], XV [XVI], XVI [XVII], XVII [XVIII], XVIII [XIX], XIX [XX], XX [XXI], XXI [XXII], XXII [XXIII], XXIII [XXV], XXIV [XXV], XXV [XXVI], RIEPILOGO I, II, III.

 

Il muratore della Sanità 1890

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[a] Francesco Mastriani, Arlecchino: romanzo, Napoli, Luigi Gargiulo, 1873 (3 voll., 126, 101, 136 pp).

[b] Sono state consultate le copie conservate presso la sezione “Lucchesi Palli” (collocazione L.P. PER 55).

[c]  http://www.gutenberg.org/files/11070/11070-8.txt.

 

 

 

 

 

 

 

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