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LE

FESTE DA BALLO

STUDI UMORISTICI

di

FRANCESCO MASTRIANI

 

 

 

 

 

 

 

volume unico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NAPOLI

PRESSO L. GARGIULO TIP.-EDITORE

Strada Speranzella N. 95

1869

 

 

[1] INTRODUZIONE

__

  

Siamo nella stagione delle feste. Allegramente, signore donne, è giunto il vostro tempo; l’avete aspettato con ansia, con fervore: animo dunque, slanciatevi nel bel mondo; traete con voi i vostri mariti, i vostri padri, i vostri fratelli, e fateli divertire per forza, se costoro hanno altro pel capo; seppellite nel tumulto e nell’ebbrezza delle feste le piccole miserie e le amarezze dome[2]stiche. Ed a capo di tutt’i divertimenti, eccovi il Ballo, questo nume gentile e profumato che fa spiccare i vostri vezzi, che vi fa adorare da tutti e che vi rende più belle e più seducenti anche agli occhi dei vostri marito e de’ vostri fratelli!

Valseri, polche, mazurche, contradanze, lancieri, camelie, confetti, sciampagna, dolci, ciambelle inzuccherate, flauti, pianoforti, violini e controbassi, venite ad affollarvi nel mio cervello ed a prendere ciascun di voi un posto particolare, ora che imprendo questo amabile soggetto. E tu, Tersicore, ballerina di cartello del Parnasso sotto la scuola del coreografo Apollo,  tu che sei la maestra in capo degli sgambetti di ogni maniera, vieni anche tu in mio soccorso, e guidami in questa operetta che consacro esclusivamente alle feste da ballo; e fa che io possa scrivere co’ piedi più che col capo; t’imploro per le ali delle due Taglioni, per gli scarpini [3] della Ferraris, pel dito mignolo del piede dritto della Beretta, per le graziose gambe di Carlotta Grisi, per le braccia rotondette della Boschetti e pe’ polpacci delle ballerine di donna Peppa.

Animo, signore e signorine, prendete le vostre beduine, avvolgetevi bene perché comincia a far freddo, e andate a ballare. Non udite l’orchestra che ha intuonato i valseri di Strauss, di Lanner, di Koenig e di Labitsky? Non vi sentite fremere i piedi alla prime battute di quella polca che fa ballare anche le sedie de’ salotti? Non vi solleticano quei tanti fiori sparsi sulle mensole indorate, quel buffetto in prospettiva tanto necessario dopo le fatiche di un ballo nordico? Per me, vi giuro, che solo in pensandovi mi sento ballare la penna in mano.

Ma piano; non ci lasciamo affascinare dalle cose che splendono; non ci facciamo dare la polvere agli occhi, ancorché sia polvere di pavimenti rossi; non c’inebbriamo alla vista dello sciampagna. Osserviamo, notiamo da filosofi, e divertiamoci senza stordirci.

 

 

 

 

I.

Gl’inviti

 

  Innanzi tratto, bisogna notare che in quella case dove si dà una festa da ballo sogliono essere pel consueto mammà con parecchie figliuole da maritare. Noi sceglieremo per tipo una casa in cui ve ne sono appena due, le quali chiamansi Antonella e Rosalba.

 È la sera del giovedì precedente alla domenica destinata pel festino. La mammà, signora Dorotea Zuppetti, è seduta sovra una poltrona innanzi ad un deschetto, all’altra parte del quale sono sedute le due figliuole. Antonetta, la primogenita, di anni 26 compiti, è occupata a scrivere sul dorso di una lettera i nomi delle persone che dovranno essere invitate: e la sorella minore, Rosalba, giovinetta snella, sottile e dilicata come lo stelo d’una camelia, è intenta a leggere uno per uno tutti i biglietti di visita che trovansi riuniti in una vaschetta d’alabastro; e ciò affinchè non isfugga niuna di quelle persone che debbono essere invitate per convenienza, essendosi acquistato un tal dritto col mandare la loro carta nel primo giorno dell’anno, o nel dì onomastico della padrona di casa.

 Sul deschetto vedesi un quadernuolo di fogliettini di una carta finissima dal margine ricamato d’arabeschi, su i quali correr dovrà la circolare d’invito.

 Ros. (leggendo i biglietti di visita) La Baronessa di A...

 Ant. Oh, no, mammà; costei ha troppo fumo; non si abbasserebbe a venire ad una festa di semplici persone civili; oltracciò, ella non è stata che una sola volta qui; però non vedo la necessità di doverla invitare.

 D. Dor. Dici bene! Questa superba non la vogliamo, si stia pure in casa sua.

 Ant. Ben fatto!... e quel mostrarsi sempre in pubblico con quella pertica interminabile dello zio, il quale parla come se vendesse le parole ad un marengo l’una, e non sa dire altro che C’est ça, Madame. Credo che non sappia dire altro in francese, all’infuora di questi tre monosillabi...

 Ros.  Che egli pronunzia sulla punta delle labbra, e facendosi salire sempre sul collo di struzzo la cravatta bianca che è più lunga di lui. Ah! Ah! Che originale!

 E Rosalba gitta con disprezzo sulla tavola il bigliettino di visita della baronessa, quasi volesse umiliarla con quell’atto; poscia prende una altra cartellina.

 Ros. I coniugi Falsetti.

 Ant. Misericordia!

 Ros.  Dio ne scansi i cani! Non vi è coppia di coniugi più noiosa e insopportabile di questa.

 D. Dor. E quell’imbecille di marito che l’anno scorso mi dette cinquant’anni! Che zotico!

 Ros. E quella moglie!... che provinciale! Ah! ah!

 Ant. Non posso mai dimenticarmi quella sera che la signora Falsetti soffiava sul gelato! Tutti ridevano, ed ella imperturbabilmente  soffiava sul cucchiaino ogni volta che se lo accostava alla bocca.

 D. Dor. Povera gente! Non ha visto mai bene!

 Ros. E quelle maniere goffe! Quel dialettaccio sempre in bocca!

 D. Dor. Avere il coraggio di dire l’anno scorso che io avea 50 anni!

 La cartellina de’ coniugi Falsetti andò a raggiungere quella della Baronessa.

 Ros. (leggendo sempre le carte di visita) Il Cav. F..

 Quì le tre dame con un movimento uguale e spontaneo fanno can la mano dritta  il segno delle corna.

 Ant. Il cielo ci liberi da questo Jettatore! Brucia questa cartella, Rosalba.

 Ros. Si, bruciamola, chi sa!

 Ed il povero Cav. F. è condannato al rogo, come le streghe.

 D. Dor. (ad Antonetta) Quanti nomi hai scritti per ora?

 Ant. Appena due, mammà, Federico e Luigi.

 Diciamo in parentesi che Federico era l’innamorato di Antonetta, e Luigi l’innamorato di Rosalba.

 D. Dor. Ma questi due non hanno bisogno d’invito; sono amici di casa; vengono tutte le sere; ed or ora li vedrai qui.

 Ant. È vero, mammà; ma noi dobbiamo sapere quanti saranno quelli che verranno, per regolarci colla cena.

 Ros. E Federico mangia per quattro.

 Ant. Oh... Io non son del tuo parere, sorella mia; non mi piacciono i giovani che non mangiano, perché o stanno ammalati, o sono sentimentali, che val lo stesso.

 Ros.  Quanto sei cattiva!

 Ant. Si sa che tu sei romanzesca; non fai altro da mane a sera che leggere romanzi. Mammà, accuso mia sorella; sapete cosa sta leggendo?

 D. Dor. Che cosa?

 Ant. Non voglio dirlo.

 D. Dor. E così?

 Ant. Sta leggendo la Vecchia di Surenne!

 D. Dor. Via via, non importa, non perdiamo tempo; andiamo avanti; leggasi appresso, Rosalba.

 Ros. Ludovico C...

 D. Dor. Oh! Lo screanzato! L’ultima volta che venne a pranzo da noi guardava sempre la cifra dei piatti  e delle posate per vedere se avessimo preso in prestito questa roba... Non lo voglio invitare.

 Ros. (Leggendo sempre i biglietti di visita) Leopoldo R.

 D. Dor. Chi è questi? Non ricordo di averlo mai veduti in mia casa nè altrove.

 Ant. Si, mammà; non ricordi quell’amico di Luigino, che costui ci presentò nel palco al s. Carlo? Quel giovine alto e pallido, con piccoli baffi, e che, dicesi, faccia il cascamorto ad una vecchia dama?

 D. Dor. Scrivi dunque il sig. Leopoldo R.. Andiamo su; a proposito, non bisogna dimenticarsi delli conjugi Mangiabene; certamente essi verranno anche senza invito, e non trascureranno di menar con loro que’ quattro mostri delle figlie.

 Ros. Tutte vestite allo stesso modo e sempre le prime ad uscire in ballo! E noi dobbiamo stare sedute per dar luogo a quelle gioie!

 Ant. Non ci pensare, sorella mia; lasca pure che ci presentino quelle smorfie; dirò a tutt’i cavalieri di non invitarle.

 Ros. Ma i cavalieri potranno credere che tu faccia ciò nel tuo interesse.

 Ant. E che m’importa? Purchè quelle caricature non ballino, mi contento che i cavalieri credano quello che vogliono.

 D. Dor. Antonetta, scrivi anche il Marchesino del Piombino.

 Ant. Per conseguenza dovrò scrivere anche la signora Pelliccia; sapete, mammà, che questi due si veggono sempre insieme in tutte le riunioni: sono dieci anni che amoreggiano, e non si sposano mai... Ho scritto... Ci è altri?

 Ros. La signora Duverger... Ma, guardate che indecenza di bigliettini di visita! Un pezzo di cartone col nome scritto a penna! Che avarizia! dicono ch’è tanta ricca!

 D. Dor. Bisogna invitarla; ella è stata quì tante volte; e, d’altra parte, se non l’invitassimo, potrebbe nuocere a mio marito: sapete che ella è potentissima presso il suo capo di sezione.

 Ant. Ho scritto la signora Duverger.

 Ros. Sorella, non dimenticare il sig. Salsapariglia.

 Ant. Sì, quel giovini che ballò teco la polca una serata intera.

 Ros. Giacomo B.

 Ant. Costui mi pare che non balli il valsero.

 Ros. No, perchè dice che gli fa girare il capo.

 Ant. Ciò vuol dire che non sa valsare. Poveretto! Le lezioni di ballo costano così poco! Ci sono maestri che insegnano a ballare per due o tre lire al mese.

 Tralasciamo il resto del dialogo, contentandoci d’aver dato a’ nostri lettori un saggio del modo come si fa la lista degl’inviti. Accade non pertanto sempre che, dopo aver perduto un paio d’ore in questa operazione, le persone che veggonsi nella sala  la sera della festa non sono quelle nella lista. Escono in contingenze di feste certi amici, certi parenti, certe conoscenze che non si sono mai conosciute, e tutti, abusando del diritto di pretesa intrinsechezza, si fan lecito di presentare altre persone: sicchè  di coloro che si aspettavano si vedranno soltanto i vecchi, i fanciulli, i noiosi, gl’inutili, i parassiti, e quelli che tutti speravano di non vedere.